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Pioggia, impegno, albe trance e muri sonori: Viaggio nel cuore del Primavera Sound 2026, il festival che è tutto

foto di Sergio Albert

GIORNO 3 – PRIMAVERA SOUND, UN FESTIVAL (ANCHE) POLITICO

Il terzo giorno di un festival di solito è quello in cui ti penti delle scarpe che hai portato, ti penti di quello che ti sei bevuto il giorno prima e ti penti pure di non aver fatto un giorno in più ,che è vero che stiamo già cotti però per il closing ci sono grandi nomi. Giorno di pensieri e pentimenti, ma giorno anche di grandi live.

Entriamo al forum che è già orario di aperitivo, ed è un peccato perché così ci perdiamo i Big Thief, ma riusciamo ad ascoltare qualche barra di Ashnikko (mmm no), per poi scendere ai palchi del porto ed incrociare le Smerz (no grazie) e Rusowsky (grazie ma no grazie).

foto di Neelam Khan

Il vino ed il flusso di persone ci trascinano al palco principale, vero centro gravitazionale di un festival comunque policentrico, dove alle 22.00 i My Bloodie Valentine ci fanno entrare un viaggio mentale fatto di distorsioni e riff di chitarra impeccabili. Acustica non perfetta, niente muro di suono (l’avevo notato anche il giorno prima con Skrillex) ma ugualmente si vola. So del live a sorpresa di Olivia Rodrigo, so del featuring storico con Robert Smith (che ovviamente la accompagna a sorpresa sul palco), so che me ne pentirò dannato senso di colpa, ma rimango a farmi trascinare dallo shoegaze e dalla nostalgia, oltre che dalla chitarra di Kevin Shields. E poi so già che in quell’appezzamento di terreno ci metterò le tende fino a tarda notte, visto che dopo seguiranno i live dei The XX e poi dei Gorillaz. Ma chi me lo fa fare!

Giusto il tempo di fare una tappa tattica all’affollatissima toilette e a riempire l’acqua alle fontanelle che ho spesso trovato prosciugate, e Romy Oliver Sim e Jamie xx attaccano con le prime note di “Crystalised”. Una canzone del 2009, ero in Erasmus cazzo, maledetto tempo ma dove sei andato a finire! E anche l’ultima volta che quei tre erano sullo stesso palco non era mica l’altro ieri.

foto di Eric Pamies Garcia

Era dal 2018 infatti che The XX non facevano un tour insieme, e dopo l’esordio ad aprile a Città del Messico arrivano in Europa nel festival che, fin dagli esordi, li ha visti protagonisti. “Best festival in the world”, continuano a ripetere dal palco, e viste le emozioni di questi due giorni forse tutti i torti non ce li hanno.

In scaletta c’è spazio per le canzoni dei loro tre album (Islands, Say Something Loving, Sunset) e anche alcuni brani incisi da solisti: “Loud Places” di Jamie xx, “GMT” di Oliver Sim e “Enjoy Your Life” di Romy. E c’è spazio per un sacco di nostalgia, che volente e nolente fa da filo conduttore di un live magnetico ed elegante. Finale con “On Hold”, “I dare you” è l’attesissima “Intro”. Tutto con la sensazione di guardare qualcosa di irripetibile.

Ma non c’è un attimo neanche per respirare o per mangiare un costosissimo hot dog (mannaggia a me che dimentico i panini a casa) che Damon Albarn decide di riportarci coi piedi per terra. Non solo musicalmente. Sul palco infatti prima del live sale l’attivista palestinese Arab Barghouti, figlio di Marwan Barghouti, politico tra i leader della resistenza palestinese, in carcere da oltre vent’anni.

foto di Gisela Jane

«Mio padre è uno dei 10.000 prigionieri palestinesi detenuti da Israele, ma per milioni di palestinesi rappresenta qualcosa che Israele non può imprigionare: la speranza», ha detto Barghouti dal palco «La speranza che i bambini palestinesi crescano in pace. La libertà è stata conquistata in Sudafrica, in Irlanda e in Algeria perché persone come voi si sono rifiutate di voltare lo sguardo, si sono rifiutate di arrendersi. Quindi continuate a lottare per la Palestina, per Gaza e per la giustizia», ha poi concluso davanti a migliaia di persone che hanno iniziato a intonare in coro “Free Palestine”.

Un festival politico, perché la musica non può non farsi portatrice di messaggi più ampi, non può non veicolare una visione del mondo, non può non prendere posizione. «Primavera Sound è molto più che musica. È talento, creatività e un modo di mostrare al mondo una Barcellona e una Spagna aperte, diverse e piene di energia», ha scritto il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, anche lui al Parc del Fòrum «Il suo successo internazionale racconta di una società plurale che intende la cultura come uno spazio di incontro, convivenza e libertà. Grazie a tutte le persone che lo rendono possibile anno dopo anno, e all’impegno del festival verso valori come la pace, la solidarietà e la difesa di una cultura che ci avvicina e ci unisce». Non sono solo canzonette, citando Bennato, ma ci sono anche quelle. E le canzonette dei Gorillaz sono tra le migliori in circolazione.

foto di Gisela Jane

Il live comincia con “The Mountain”, titletrack del nuovo mistico e mastodontico album sul lutto uscito quest’anno, che sarà grande protagonista della scaletta. E continua con capovolgimenti, ospiti, cambi di ambientazioni e visual sognanti. Fino al delirio del featuring con Little Simz per “Garage Palace” e la chiusura alle tre del mattino con i classiconi “Feel Good Inc.” e “Clint Eastwood”. Super concerto, trasversale quanto basta.

I piedi arrivati a questo punto chiedono pietà, e il biglietto del volo alle 11.00 del mattino comincia a fare capolino dal cellulare, ma la voglia di continuare a vivere il festival ci trascina al palco Occident, dove ci sono i Kneecap. E se ci sono loro, band che ha pagato pure l’esclusione da alcuni eventi per le prese di posizione, beh sicuramente ci sarà politica. Oltre che BMP.

La band irlandese parte con ritmo drum n bass, irriverente e provocatorio come solo loro sanno fare, e per rendere il tutto ancora più speciale invita sul palco Grian Chatten dei Fontaines D.C., con cui interpreta “Better Way To Live”, oltre all’artista palestinese Fawzi per il brano “Palestine”. Non può mancare in chiusura “Get Your Brits Out”, con tanto di esplicito sostegno all’indipendenza della Catalogna. Se ci fosse bisogno di ribadirlo, la musica non è solo sette note.

foto di Eric Pamies Garcia

Sarebbe ora di andare a casa, ma pare proprio un peccato non aspettare il sole con Peggy Gou che nel frattempo si è messa a pompare al Cupra stage. Due ore che sembrano 10 minuti, e che ci porteranno a viaggiare tra albe trance col pensiero di un festival che ci ha fatto provare ogni tipo di sensazione, introspezione e socialità, amore e veleno, pioggia e sole, politica e divertimento.

Un festival che è tutto, come la primavera.