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Pioggia, impegno, albe trance e muri sonori: Viaggio nel cuore del Primavera Sound 2026, il festival che è tutto

foto di Sergio Albert

GIORNO 2 – JUST LIKE HAEVEN

“Non può piovere per sempre” diceva la buonanima di Eric Draven e, seppur con un po’ di fatica e suspense dovute ad alcune nuvolacce in lontananza, la seconda giornata del Primavera Sound 2026 rispetterà il vecchio detto. È il day della nostalgia, dei nomi che fanno vibrare cuore, fegato e diaframma, della musica con la M maiuscola. La giornata dei The Cure e di Skrillex, accompagnati da altri artisti che di certo non sono solo di completamento: Addison Rae, Ethel Cain, PinkPantheress e KI/KI, chi più ne ha più ne metta. È il venerdì insomma, e siamo tutti in love come è giusto che sia.

Con la mia compagnia di avventure arriviamo al Parc verso le 18.30, in tempo per evitare la fiumana di gente sul tram e per sentire un po’ di Shoegaze con gli Slowdive sul palco principale. La giornata precedente ci ha fatto attrezzare: bottiglie di plastica senza tappi nel marsupio, panini con jamon e chorizo, glitter e brillantini, magliette spiritose. Tutto il necessaire per una bella giornata di festival passa agevolmente ai controlli di sicurezza all’ingresso, anzi passa anche qualcosina in più (tipo qualche tappo lasciato per sbaglio in tasca per esempio…).

foto di Neelam Khan

La massa di persone che la città vomita bulimicamente dentro al Forum fa impressione a prima vista, ma come nella Roma sognata da Verdone anche al Primavera Sound se score, signori se score! E anzi il traffico umano ci trascina in luoghi che, nel diluvio del giorno prima, non avevamo ancora mai scoperto.

Tipo l’area del porto, qualche decina di scalini sotto i palchi principali (l’Estella Damm e il Revolut, uno a fianco all’altro) e non lontano dall’area Bits elettronica (dove c’è il palco Occident e la cavea spettacolare del Cupra). Tre palchi piccolini ma davvero incazzati a livello di BMP. C’ il Port, dove gli Ósserp si lanciano in distorsioni elettriche; c’è l’impronunciabile Schwarzkopf con i Texas is the reason; e per ultimo il Cupra Pulse, piccola location nascosta e con accesso contingentato dove la techno di Dj Khalipha ti entra dal naso.

foto di Neelam Khan

Il festival si svela finalmente per quello che è: una gigantesca ficata. Cominciamo a prendere le misure, a familiarizzare con persone, ritmi e situazioni, e ci accorgiamo che il Primavera non è solo musica: è politica, è sociale, è vita. L’enorme scritta NO WAR, che ci accoglie e che solo il giorno prima non avevamo notato presi dai fumi dei cazzi nostri bagnati sta li a dircelo, a dare un senso più alto a tutto quanto e a farci relativizzare ogni cosa. Un festival che prende posizione e non si vergogna di farlo, e ce ne accorgeremo col procedere delle ore (e soprattutto il giorno dopo).

foto di Neelam Khan

Neanche il tempo di vivere questa estasi di consapevolezza e ci ritroviamo praticamente sotto il palco principale per il concerto di Addison Rae. Presenza scenica top, vibe da Britney Spears, canzoni belle ma non ci vivrei. Noto che lo stage è ricoperto da un pratino sintetico delizioso che mi permetterà di godere dei successivi concerti a piedi scalzi e noto pure che in mezzo alla folla si aggirano piacioni i bibbitari di calcistica memoria: niente caffè Borghetti ma ugualmente solo amore per loro.

Tra una birra e un’altra, una jolla e una nuova amicizia, l’aria si fa elettrica e capiamo di essere arrivati al momento tanto atteso da tutti, o quantomeno da me: il live dei The Cure. Un set semplicemente strepitoso, un manifesto di cosa vuol dire fare musica.

foto di Eric Pamies Garcia

Robert Smith, Simon Gallup e sodali sono in stato di grazia, vuoi per il tour Europeo in partenza (appuntamento anche al Firenze Rocks sabato 14 giugno), vuoi per il nuovo album che si dice dovrebbe uscire nel 2026, vuoi perché sono dei cazzo di giganti della musica. Già con l’attacco di “Alone” si capisce che il concerto non sarà per cuori deboli, quando poi subito dopo parte con “Picture of you”  tutta la tensione delle 24 ore precedenti si scioglie in qualche lacrima. “Remembering You standing quiet in the rain as I ran to your heart to be near and we kissed as the sky fell in”, la grande sceneggiatura della vita si svela di fronte a noi sotto forma di uno dei giri di basso più famosi della storia della musica.

“High”, “Lovesong” e già si vola, poi ancora “2 Late”, “alt.end” e “Mint Car”, quest’ultime non presenti in scaletta da dieci anni o poco meno. Un concerto intimista ma mastodontico, nostalgico ma ugualmente moderno, fuori contesto se vogliamo a un festival (quasi 3 ore!) ma che ha visto tutto il pubblico nello stesso luogo attratto da quella passione senza tempo verso l’arte e verso l’amore stesso, l’amore struggente cantato da Robert Smith, quello che anche un giovanissimo ventenne che stava lì per Addison Rae trova attuale .

foto di Eric Pamies Garcia

Da lì in poi è praticamente k.o. tecnico: “In between days” e “Just like heaven” è un uno-due che neanche Mike Tyson, “Lullaby”, “Friday, i’m in Love” è il colpo di grazia. Chiusura classica con “Close to Me”, “Why Can’t I Be You?” è l’immortale “Boys Don’t Cry”. La cura dopo la tempesta ha titolato Alessandro Zaghi su Rolling Stone. Gran titolo, e gran cura.

Citando Gineprio, io sono apposto così, ma visto che a un festival di cure ce ne sono di tanti tipi per tutti i tipi di male, ci teniamo qualche energia residua e qualche cura alternativa per tuffarci amaramente al palco a fianco, il Revolut, dove all’una Skrillex comincia a pompare bombe a mano sotto forma di battiti musicali. Un set un filo commerciale, nel quale il produttore discografico e cantante statunitense decide di accontentare più il pubblico generalista rispetto ai fan raverini, forse consapevole che poi il giorno dopo avrebbe di nuovo fatto il fuoco col set a sorpresa al Cupra Pulse.

foto di Gisela Jane

La sete di casse e di muri sonori ci porta a cercare BMP da altre parti. E la direzione non può che essere il Cupra Stage, dove KI/KI sta spaccando qualsiasi cosa. È qui che il Primavera Sound esprime il massimo della sua autenticità (e bellezza). In pista c’è tutto e il contrario di tutto: il cinquantenne e il ventenne, i fidanzati e le coppie appena nate, gli amici e quelli appena conosciuti, i salutisti (pochi) e i rimastisotto (molti, io per primo alle 5 del mattino). Tutti felici, tutti cuori che pulsano all’unisono. Tutti sporchi e sudati, ma si mette in conto anche quello ad un festival, anzi, è la parte più vera. Neanche un paio di riflessioni da svarionati sul senso della vita che le luci dell’alba sanciscono la fine della giornata. Una giornata bella e faticosa, e l’indomani non sarà da meno.