La primavera è sempre stata una stagione particolare, bella eh intendiamoci, ma particolare. È da sempre l’inizio: del ciclo vitale, delle fioriture, del bel tempo, ma fin da piccoli la associamo anche alla fine, della scuola o comunque del ciclo scolastico. In primavera ritorna il sole, ma comunque piove spesso. È quel momento dell’anno in cui tiriamo le somme, ma anche quello in cui ripartiamo a sognare. Ci si muove poi in Primavera. Non si sta mai fermi.
Il Primavera Sound è così, come la stagione che gli fa da titletrack. È un festival in cui puoi trovare tutto, gioie (tante) e dolori (la pioggia della prima giornata), euforia e riflessione, ballad e derive techno. Un festival totale, dove si cammina molto e dove da 25 anni generazioni di catalani ma non solo si riuniscono per vivere la musica sulla pelle e che per quest’edizione ha visto il numero record di 287.000 partecipanti arrivare da tutto il mondo.

Quest’anno ci siamo andati anche noi, e l’impatto è stato notevole. Sia per la location, il Parc del Fòrum, un parco post-industriale affacciato sul mare ed in piena città, dove il cemento quasi si addolcisce nel suo spandersi tra muri di musica, sia per la line-up, una roba gigantesca per un millennial come me.
Il Primavera Sound è una macchina da guerra culturale, un mostro sacro che fagocita generazioni diverse di amanti della musica, unendo nostalgici del post-punk, fanatici dello shoegaze, clubber incalliti e la Gen Z a caccia delle ultime tendenze pop e trap. In questo racconto, strutturato come un diario di bordo, cercherò di portarvi dentro il cuore pulsante dell’evento, analizzando i momenti chiave, le esibizioni storiche e l’evoluzione day by day di un festival che ha ridefinito le regole della musica dal vivo in Europa.


