C’è un momento preciso in cui capisci che il Be Alternative Festival non è un festival come gli altri. Accade intorno alle cinque del pomeriggio, quando la luce del sole ti comincia a dare tregua, complice il venticello, e si avvicina sempre di più alle acque calme e dorate del Lago Cecita. Ti guardi intorno e vedi che non c’è asfalto rovente, maxi-schermi a LED accecanti o transenne d’acciaio che dividono la folla in aree “VIP VIP Gold”. Qui vicino alla storica Chiesetta di San Lorenzo a Camigliatello Silano il pavimento è fatto d’erba profumata, l’aria profuma di resina e la musica comincia alla luce del sole, accompagnando il pubblico fino al crepuscolo.

Dal 31 luglio al 2 agosto 2026, la XVII edizione del Be Alternative Festival ha confermato il suo ruolo abbastanza unico nel panorama dei festival italiani: un presidio d’avanguardia culturale e di resistenza ecologica, capace di coniugare una line-up da grande capitale europea con un approccio radicalmente “slow”. In un’epoca in cui l’industria della musica dal vivo punta alla gigantografia, al sovraffollamento e alla monetizzazione di ogni singolo secondo, l’evento calabrese continua a dimostrare che un’altra via non solo è possibile, ma è infinitamente più appagante.
Relax e natura, quando il contesto e il tempo cambiano l’ascolto
Negli ultimi anni, la fruizione dei concerti estivi si è trasformata in una mattanza che manco nei peggiori mattatoi di fine ottocento. Code chilometriche, corsa alle transenne, token digitali, cibo spazzatura a prezzi esorbitanti e la costante sensazione di essere un ingranaggio di una macchina commerciale. Il Be Alternative Festival ribalta questo schema partendo da una premessa fondante: il tempo della natura deve dettare il tempo della musica.
L’impostazione logistica dell’evento è pensata per azzerare lo stress. Le porte si aprono alle 13:00, i concerti iniziano alle 15:00 e la musica sull’area principale si spegne intorno alle 22:00, lasciando spazio al tramonto e alla vita dei borghi circostanti. Non si tratta solo di una scelta ecologica per rispettare la fauna e la quiete del Parco Nazionale della Sila nelle ore notturne; è una precisa filosofia.
“Le 7.000 presenze registrate nei tre giorni di Concerti sul Lago confermano la crescita di un progetto che, anno dopo anno, sta definendo una propria identità sempre più precisa”, dichiarano gli organizzatori di Be Alternative Festival. “Il dato più importante non è soltanto numerico: riguarda la qualità della partecipazione e il modo in cui il pubblico ha vissuto questo luogo. La sfida è portare in Calabria una programmazione musicale di rilievo nazionale e internazionale, costruendo intorno ai concerti le condizioni per conoscere il territorio durante l’intera giornata. È un percorso che richiede attenzione, cura organizzativa e una rete di collaborazioni sempre più ampia. La risposta ricevuta ci spinge a proseguire in questa direzione”.

Partecipare al Be Alternative significa riscoprire la lentezza. La mattina ci si sveglia con la fresca brezza di montagna, si fa colazione con i prodotti locali a Camigliatello o Lorica, si percorrono i sentieri naturalistici tra i Giganti della Sila o si fa un’escursione in kayak sulle acque del Lago Cecita o del Lago Arvo. Verso mezzogiorno si prende la navetta gratuita allestita dall’organizzazione dal centro abitato per raggiungere l’area concerto, comodissima per evitare il caos delle auto e ridurre a zero l’impatto ambientale sul territorio (un po’ poco precisa con gli orari per attendere i ritardatari del caso, io per l’occasione).
All’interno della venue l’esperienza gastronomica è curata in collaborazione con il GAL Sila: nessun cibo prefabbricato ma un’area food interamente dedicata alle eccellenze a chilometro zero, dalle patate della Sila IGP ai formaggi tradizionali, dai salumi locali alle opzioni vegetariane e vegane preparate con materie prime del territorio (citazione fondamentale per le polpette, c’era il countdown e la ola quando venivano sfornate). Sedersi sul prato, con lo sfondo della meraviglia silana, mentre si mangia un panino genuino e mentre a pochi metri un artista di fama internazionale accorda gli strumenti è un lusso che pochissime rassegne in Europa possono offrire.
Un festival da non perdere insomma, di cui innamorarsi, e che quest’anno ci ha visti presenti per la seconda edizione consecutiva, con sentimenti rinnovati e una paura che mi tarla la mente.
Giorno 1 (31 Luglio): Le distorsioni dei Mogwai e la grazia sussurrata di Altea e dei Kings of Convenience
La prima giornata del Be Alternative Festival 2026 è di contrasti sonori: distorsioni e armonie, soul e punk, caldo e freddo. C’è tutto quello che serve per un giorno di ottima musica: affluenza buona ma non devastante, pur essendo quasi agosto è pur sempre un venerdì lavorativo.

A rompere il ghiaccio alle 15:30 è Altea, la cui voce profonda e avvolgente traccia un solco neo-soul e alt-pop delicatissimo. La sua performance è una gemma di eleganza che riscalda il primo pomeriggio, preparando il terreno a uno dei momenti più attesi di tutto il weekend: il ritorno sulle sponde del Cecita dei Kings of Convenience.
Erlend Øye ed Eirik Glambek Bøe sembrano nati per suonare in un luogo simile. Mi hanno detto che qualche anno fa, quando erano venuti, hanno trovato il diluvio ma pur di non annullare il concerto si sono messi a suonare sotto i tendoni coperti come fosse un falò. Giganteschi.

Con i soli arpeggi delle loro chitarre acustiche e le loro armonie vocali inconfondibili, i due musicisti norvegesi trasformano la radura in un salotto a cielo aperto. Durante l’esecuzione di brani iconici come Homesick e Misread, il pubblico si zittisce quasi del tutto: si sente soltanto il fruscio del vento e il loro sussurro acustico. La semplicità della formazione scandinava si sposa alla perfezione con l’essenzialità del paesaggio silano, regalando un’ora e mezza di pura poesia “quietis”.
Ma la vera scossa elettrica della giornata arriva subito dopo, con l’unica data in tutto il Sud Italia dei Mogwai. Vedere la leggendaria band post-rock scozzese salire sul palco al calare del sole, con lo sfondo del lago che sfuma dal rosso al blu scuro, è un’esperienza mistica. I loro muri di suono, le chitarre dilanianti e le dinamiche estreme di brani storici come Mogwai Fear Satan o le trame cosmiche dei lavori più recenti creano un corto circuito emotivo. I suoni sintetici e le distorsioni analogiche rimbombano tra le montagne della Sila come un tuono primordiale. C’era il timore che una musica così imponente potesse stonare con la delicatezza del contesto naturale; al contrario, il post-rock dei Mogwai sembra amplificare la maestosità della natura, lasciando la folla in uno stato di catarsi collettiva.

A chiudere la prima giornata, dalle 20:40, ci pensa il DJ set dei Partyzan con Robert Eno e Fabio Nirta, che accompagnano il deflusso del pubblico verso le navette con una selezione eclettica che spazia dall’indie pop all’elettronica d’ambiente. La festa prosegue poi nei locali del centro di Camigliatello Silano per gli afterparty notturni, lasciando la Chiesetta di San Lorenzo immersa nel suo meritato silenzio ecologico. Un po’ di caciocavallo fuso e di nduja in paese (il gastroenterologo ringrazia, ma pure le mie papille gustative) e via a nanna, pronti per una nuova giornata.
Giorno 2 (1° Agosto): L’energia di Mille, Eman e Subsonica
Se il venerdì è stato il giorno delle suggestioni riflesse e delle emozioni profonde, il sabato del Be Alternative Festival 2026 è stato dedicato all’energia pura, al ritmo e alla celebrazione del corpo in movimento.
La seconda giornata si apre sotto un sole nitido che rende l’aria della Sila frizzante e tersa. Passeggiatina nel bosco con pranzo al sacco, pochissima fila agli ingressi e alle 15 siamo già sotto palco per il live di Mille, cantautrice romana dalla verve teatrale e vintage, capace di catturare l’attenzione con la sua ironia e la sua vocalità travolgente: comincia il concerto in mezzo al pubblico gridando “sai che un posto sicuro sarebbe il mio culo, lo so è divisivo ma è già a metà” (“Amare cose complesse”, 2024) ed è subito amore silano.

Subito dopo spetta ad Eman, orgoglio calabrese e beniamino di casa, accendere il cuore della radura. Le sue canzoni, intrise di denuncia sociale, cantautorato e sonorità urbane, vengono cantate a memoria da migliaia di persone. Vedere l’artista catanzarese interagire con il suo pubblico, tra abbracci ideali e sguardi di intesa, sottolinea ancora una volta quanto il festival sia radicato nel tessuto culturale della regione. E quando parte la vena reggae comincia ad alzarsi il polverone del ballo; è solo l’inizio, perché dopo qualche ora quel polverone diventerà una nuvola rapida e fissa causata da quella discoteca labirinto che nel frattempo è diventato il lago Cecita.
Sono le 18.30 quando arrivano i Subsonica, impegnati nella loro unica tappa calabrese del “Terre Rare Tour“. Samuel, Max Casacci, Boosta, Ninja e Vicio salgono sul palco con la carica di chi ha ridefinito la musica elettronica e il rock alternativo italiano negli ultimi tre decenni.

Iniziare un concerto dei Subsonica alla luce del tramonto, immersi in una radura ad alta quota, poteva sembrare una scommessa azzardata per una band abituata ai club bui o ai palazzetti. Il risultato è stato invece esaltante. Quando ripartono le cassa dritte di Tutti i miei sbagli, i synth ipnotici di Discolabirinto e i bassi potenti di Nuvole Rapide, Campo San Lorenzo si trasforma in una dancefloor naturale gigante. Migliaia di persone ballano a piedi scalzi sull’erba, senza spintoni, rispettando gli spazi reciproci tra glitter, birre e condivisioni. Max Casacci sfrutta le frequenze per far risuonare la chitarra come una lama tra gli alberi, mentre Boosta saltella dietro le sue tastiere con l’entusiasmo di un debuttante.
L’impatto visivo di una band così metropolitana e tecnologica inserita in una cornice del genere è di un fascino disarmante: la tecnologia e la natura che si fondono senza che l’una prevarichi sull’altra. Arrivano anche delle mucche al campo a fianco (o tori chissà, anche io come Samuel non riesco a riconoscerli, siamo gente di città dopotutto) e si fermano ad ascoltare anche loro, buongustaie. Ricerche dicono che bovini esposti a musicoterapia con musica classica producono dal 5 al 10% in più di latte. Chissà queste mucche, dopo questo concerto, che latte+ che tireranno fuori!

Il tramonto si tinge di arancione intenso mentre Godblesscomputers prende le redini della consolle per il DJ set aftershow. Ma è già tardi, è già freddo (persistendo nell’errore non mi sono portato una felpetta in questa giornata, ecco non lo fate) ed è già tempo per l’indomani, con l’ultima giornata di festival.
Giorno 3 (2 Agosto): Giorgio Poi, Marco Castello, Daniele Silvestri. La grande festa della canzone d’autore
La domenica conclusiva del festival ha sempre un sapore agrodolce: c’è il desiderio di godersi fino all’ultimo secondo di musica, la nostalgia preventiva per un evento che sta per chiudere i battenti, il fastidio e la fatica del check-out e del viaggio di ritorno. Promette pioggia ma fortunatamente il meteo sbaglia pure stavolta (la terra battuta del giorno prima sarebbe diventata un delizioso fango in un attimo, pericolo scampato). Il programma del 2 agosto 2026 è stato strutturato come un vero e proprio omaggio alla grande canzone d’autore italiana, rivisitata con sensibilità contemporanea e arrangiamenti raffinati.

Ad aprire le danze è Giorgio Poi per uno show speciale ideato appositamente con un quartetto d’archi (Concerto con Archi). Le sue canzoni delicate, fatte di immagini quotidiane, nostalgia elegante e melodie sinuose (Niente, Vinavil, I Pomeriggi), acquisiscono una profondità monumentale grazie ai violini e ai violoncelli che risuonano nel bosco. Il suono degli strumenti ad arco, privo di elaborazioni sintetiche aggressive, si fonde con il vento del Cecita in un abbraccio sonoro di rara bellezza.
A seguire il siciliano Marco Castello, attesissimo, che porta in Sila la sua contagiosa miscela di funk siracusano, bossanova e pop sofisticato. La sua ironia amara e le sue linee di basso irresistibili fanno subito ondeggiare la folla, ricreando un’atmosfera estiva, calda e scanzonata.

A coronare la tre giorni è Daniele Silvestri. L’artista romano, affiancato da una band eccezionale, offre una lezione magistrale di cantautorato, trasformando il palco di San Lorenzo in un teatro all’aperto. Silvestri gioca con le parole, rispolvera classici come Cohiba, Salirò, Le cose che abbiamo in comune e regala momenti di struggente intensità con i suoi brani più intimi. La sua capacità di passare dall’impegno civile al ritmo travolgente in pochi secondi coinvolge tre generazioni diverse di spettatori presenti sull’erba. Quando Silvestri saluta il pubblico mentre il sole scompare definitivamente dietro i rilievi della Sila, l’applauso che si solleva è un ringraziamento corale non solo agli artisti, ma a tutta la macchina organizzativa del Be Alternative.
La chiusura affidata al DJ set Discoteca Indie di Fabio Nirta trasformi gli ultimi minuti prima della chiusura dei cancelli in una grande festa collettiva, dove si canta a squarciagola ogni inno della musica alternativa italiana degli ultimi vent’anni.

Il rovescio della medaglia: il pericolo dell’instagrammabilità e il turismo da selfie
Una paura si diceva mi tarla il cervello. Mentre si passeggia vicino alla chiesetta di San Lorenzo, osservando la felicità composta di migliaia di persone, è impossibile non porsi una domanda scomoda ma fondamentale per il futuro di questa manifestazione e di molti altri luoghi simili in Italia: qual è il prezzo della bellezza quando diventa virale?
Il Be Alternative Festival e la sua venue principale, i concerti sul lago, possiedono un coefficiente di bellezza visiva spaventoso. La luce dorata del tardo pomeriggio, il verde cupo dei campi coltivati, l’acqua piatta del lago che specchia le nuvole, il palco essenziale: ogni singolo angolo di questo festival è un quadro naturale perfetto. Ed è proprio qui che si nasconde il tranello più insidioso dell’epoca contemporanea: il pericolo dell’instagrammabilità.

Negli ultimi anni abbiamo assistito alla devastazione culturale ed ecologica di decine di santuari naturali e culturali in tutto il mondo, trasformati da mete d’eccellenza per viaggiatori consapevoli a semplici sfondi per storie su Instagram o video su TikTok. Pensiamo ai campi di lavanda in Provenza calpestati per uno scatto, alle vette delle Dolomiti intasate da file di persone in ciabatte in attesa di registrare un “reel”, o ad alcuni festival internazionali trasformati in sfilate di moda per influencer dove la musica è diventata un mero rumore di fondo.
Conosco un posticino a Roma che adoro, la vista sulla città più bella che potreste mai immaginare. Un posto da urlare ai quattro venti quanto è bello ma che non ho mai consigliato se non agli amici più stretti, perché è un attimo che mi si trasforma in Santorini con le file e i numeretti. Meglio vuoto e sconosciuto, decisamente. Solo che questo posto felice è un parco, non vive di introiti, un festival invece sì.

Se il Be Alternative Festival come sta accadendo continuerà a crescere (7000 le presenze quest’anno) e sempre più persone verranno a contatto con cotanta bellezza, il rischio di cedere alle lusinghe della massificazione da social media sarà enorme. Il pericolo che Campo San Lorenzo venga preso d’assalto da cacciatori di selfie, persone del tutto disinteressate alla proposta artistica, alla lentezza della montagna e al rispetto dell’ecosistema, ma attirate unicamente dal desiderio di mostrare la propria presenza in un luogo “trendy”, è concreto e minaccioso.
La sfida per gli organizzatori per le prossime edizioni sarà titanica: mantenere il festival desiderabile senza renderlo un bene di consumo estetico rapido. Servirà continuare sulla strada del numero chiuso rigoroso, della promozione orientata ai contenuti musicali ed ecologici piuttosto che al “glamour” della location, e dell’educazione continua del pubblico. La bellezza della Sila non deve essere un trofeo digitale da esibire sulle piattaforme, ma un patrimonio sacro da custodire con rispetto, silenzio e devozione. E vista la storia di questo festival, non fatico a credere che questa sfida verrà vinta facilmente.


