Interviste

Simone Sello: il mio sguardo europeo sull’America. | INTERVISTA

Simone Sello

Dal 26 settembre è in rotazione radiofonica “Grey Horse’s Standpoint”, il nuovo singolo di Simone Sello disponibile sulle piattaforme digitali di streaming dal 12 settembre e che anticipa il nuovo album. “Grey horse’s standpoint” è un brano caratterizzato da una melodia meditativa ed evocativa che si sviluppa attraverso tre elementi sonori distinti: il fischio, la chitarra slide e il canto lirico. Il fischio, eseguito magistralmente da Alex Alessandroni Jr, introduce l’ascoltatore in un’atmosfera sospesa e suggestiva, mentre la chitarra slide aggiunge profondità e calore alla melodia. Il canto lirico crea atmosfere ampie e sospese, trasportando l’ascoltatore in un mondo sonoro unico. Il tempo lento richiama immagini dei Western classici, arricchite da una dimensione surreale e fantascientifica, creando un’esperienza sonora immersiva e suggestiva. La combinazione di questi elementi crea un’atmosfera emotiva e coinvolgente, perfetta per chi cerca una musica che stimoli l’immaginazione e la riflessione.

“Grey Horse’s Standpoint” è un brano dal suono molto evocativo e cinematografico. Da dove nasce l’idea di questo pezzo?
Nasce da un’immagine più che da un’idea musicale: un cavallo grigio nel deserto, che osserva l’orizzonte al tramonto. Da lì è partito tutto. Ho cercato di tradurre quella visione in suono, costruendo un dialogo tra silenzio e movimento. Il brano è nato come un piccolo film interiore, dove la musica diventa paesaggio e narrazione allo stesso tempo.

Hai raccontato che inizialmente la melodia principale era suonata con un Theremin, poi sostituito dal fischio di Alex Alessandroni Jr. — cosa ti ha fatto scegliere questo cambiamento?
Il Theremin aveva un fascino “alieno”, ma era anche troppo distante, quasi impalpabile. Sentivo che mancava qualcosa di umano. Quando ho pensato al fischio di Alessandro Alessandroni Jr., tutto si è ricomposto. Quel suono ha portato il brano a terra, pur restando sospeso. È diventato la voce narrativa del cavallo, un respiro tra cielo e sabbia.

Nel brano si intrecciano tre elementi forti: fischio, chitarra slide e canto lirico. Come hai lavorato sull’equilibrio tra questi suoni così diversi?
Li ho trattati come personaggi di una stessa scena, che dialogano in momenti diversi. Il fischio rappresenta l’emozione, la chitarra slide la materia, e il canto lirico l’elemento epico e surreale. Il segreto è stato lasciare spazio: ogni suono deve poter respirare, e insieme costruire un equilibrio di tensione e sospensione. In questo senso il brano è una conversazione tra le diverse melodie.

L’atmosfera del pezzo richiama i paesaggi del “nuovo mondo”, ma vista dal tuo punto di vista europeo. Cosa rappresenta per te questa distanza culturale e sonora?
Mi rappresenta da vicino: è il mio modo di guardare l’America con gli occhi di chi viene da altrove. Vivo a Los Angeles da molti anni, ma spesso continuo a percepire quella realtà come un osservatore esterno. Il mio “sguardo europeo” aggiunge distanza e introspezione: cerco di non descrivere semplicemente il West, ma di interpretarlo. È una riflessione sul concetto stesso di frontiera — non geografica, ma culturale.

Il ritmo lento e la dimensione “western” del brano hanno un sapore quasi da colonna sonora. Ti piacerebbe che la tua musica venisse utilizzata nel cinema?
Assolutamente sì. Difatti la mia musica nasce già con una vocazione cinematografica. Ogni brano è pensato come una scena in potenza, un frammento di film ancora da girare. Mi piacerebbe collaborare con registi o visual artist che condividano una visione estetica non convenzionale, dove il suono diventa parte integrante della narrazione.

Il videoclip di “Grey Horse’s Standpoint” è un viaggio onirico tra cavalli e astronavi — un mix tra spaghetti western e fantascienza! Come è nata questa visione surreale?
È nata appunto dal desiderio di far incontrare due immaginari che amo da sempre: quello di Sergio Leone e quello della fantascienza anni ’70, usando la fantasia dell’estetica surrealista. In questo senso i riferimenti a livello estetico potrebbero essere i maestri Dalì e Magritte. Ho sempre trovato affascinante l’idea di portare il West nello spazio — due deserti, diversi ma in fondo simili. Il risultato è una visione ironica e poetica insieme, dove la frontiera non è più un luogo fisico ma mentale.

Il cavallo grigio che prende il controllo di un’astronave è un’immagine potente e ironica. Che messaggio volevi trasmettere con questa scena?
Il cavallo rappresenta l’istinto primordiale la presa di coraggio, la natura che si riappropria della guida. L’astronave è la macchina, la tecnologia, il controllo. Quando il cavallo prende i comandi, significa che la sensibilità torna al centro. È un invito a ritrovare equilibrio tra umano e artificiale, a non perdere il contatto con la parte più istintiva e poetica di noi.

Hai girato in deserti californiani, poi manipolato le immagini con tecniche digitali moderne. Come hai unito la componente naturale e quella tecnologica nel video?
Ho voluto che i due elementi convivessero accentuandone le differenze anziché cercare di nasconderle, come ho fatto anche con i suoni. Il paesaggio reale è stato girato in California, in alcuni casi con un drone, ma poi reinterpretato con i mezzi di oggi: la postproduzione ha amplificato il senso di sogno. Anche qui c’è un dialogo tra organico e artificiale — come se la tecnologia servisse non a cancellare la realtà, ma a rivelarne una nuova dimensione poetica.

Il video sembra parlare anche del rapporto tra uomo, natura e tecnologia. È un tema che ritroveremo anche nel tuo prossimo album?
Sì, assolutamente. È uno dei fili conduttori di “Paparazzi, Izakayas and Cowboys”, in uscita il 12 Dicembre. L’intero progetto nasce dal desiderio di esplorare l’incontro e lo scontro tra mondi — culturali, estetici e temporali. Credo che oggi la musica possa essere un ponte solido tra naturale e tecnologico, tra memoria e futuro.

La tua carriera è davvero trasversale: chitarrista, produttore, compositore, filmmaker… in quale di questi ruoli ti senti più “te stesso”?
In realtà mi sento più me stesso proprio quando riesco a unire tutto! Ogni ruolo è una prospettiva diversa dello stesso linguaggio. Quando compongo spesso penso già alle immagini, quando produco immagino la scena, e quando filmo ascolto la musica che ne nasce. Mi piace pensare che la mia identità non stia in un solo ruolo, ma nel modo in cui li faccio dialogare.

Hai collaborato con artisti come Renato Zero, Vasco Rossi, Billy Sheehan e Disney. C’è un’esperienza in particolare che ti ha segnato artisticamente?
Ogni collaborazione mi ha lasciato qualcosa, ma direi che Vasco è stato ed è determinante per la mia crescita come produttore e musicista: ne ha talmente tante da raccontare che anche dopo anni che lo conosco ogni tanto salta fuori qualche aneddoto inedito pazzesco! Lavorare con artisti di quel livello ti obbliga a cercare sempre e solo la verità. Billy Sheehan, in fase di registrazione, ripeteva alcuni passaggi di basso anche 40-50 volte, per voler dare il meglio assoluto ai suoi ascoltatori. Con Disney invece ho imparato a gestire la musica come linguaggio universale, capace di attraversare culture e generazioni.

Dopo tanti anni a Los Angeles, quanto senti ancora l’influenza italiana nel tuo modo di fare musica
Tantissimo: la radice italiana è nella ricerca della melodia, nel gusto per la narrazione, nella tensione drammatica che si nasconde anche nei brani più astratti. L’America mi ha insegnato la libertà di espressione, ma l’Italia mi ha dato la forma. Sono due dimensioni che convivono e si completano.

Le tue sonorità mescolano Spaghetti Western, rock, surf, elettronica e suggestioni giapponesi. C’è un filo conduttore che lega tutte queste ispirazioni?
Sì: il viaggio. Ogni brano è un attraversamento, una frontiera sonora, e l’insieme delle composizioni dell’album rappresentano il tragitto stesso. Mi piace esplorare territori musicali come se fossero luoghi da visitare, mantenendo sempre una connessione tra cultura e immaginazione. Il filo conduttore è proprio il movimento — geografico, culturale e interiore. C’era un bellissimo album di Pat Metheny intitolato proprio “Travels” che suggeriva questo tipo di percorso.

“Grey Horse’s Standpoint” anticipa un nuovo album: puoi darci qualche anticipazione sul progetto?L’album “Paparazzi, Izakayas and Cowboys” è un progetto basato sulla contaminazione di elementi diversi tra loro, in cui anche suono e immagine sono parte di un’unica narrazione. Diversi brani sono legati al loro videoclip, e insieme formano un racconto audiovisivo coerente, che si esprime anche e soprattutto dal vivo, con la musica suonata live sulle proiezioni video. È un lavoro che prosegue idealmente il percorso iniziato con “The Storyteller’s Project”: un album che vive tra musica e cinema, tra sogno e realtà.

Il titolo del tuo prossimo disco, Paparazzi, Izakayas and Cowboys, unisce mondi molto diversi — Hollywood, Giappone e West americano. Come convivono questi universi nella tua musica?
Convivono come in un collage dadaista o surrealista, ma con un filo poetico che li tiene insieme. Sono i tre luoghi simbolici della mia esperienza: l’Italia, la California ed il Giappone. Il titolo è una sintesi della mia geografia emotiva — una mappa di contrasti che, messi insieme, raccontano la mia identità artistica.

Hai dichiarato di voler portare la tua musica nei festival internazionali e nel cinema. Hai già qualche collaborazione o progetto in vista in questa direzione?
Sto valutando diverse collaborazioni con realtà cinematografiche e festival internazionali. L’obiettivo è portare la mia musica in contesti dove possa dialogare con le immagini, attraverso installazioni e performance audiovisive. Per me il live del futuro sarà sempre più multidimensionale: non solo concerto, ma esperienza immersiva.

Cosa speri che il pubblico provi ascoltando “Grey Horse’s Standpoint”?
Vorrei che si sentisse parte del viaggio, non spettatore ma protagonista, proprio come il cavallo grigio del video! Il brano è anche un invito a fermarsi, respirare e osservare il mondo da un punto di vista diverso prima di agire.

Se dovessi descrivere “Grey Horse’s Standpoint” con una sola immagine, quale sarebbe?
Un cavallo nel deserto, che guarda un orizzonte lontano a traonto mentre un’astronave atterra dietro di lui. È l’incontro tra natura e tecnologia, tra quiete e movimento. Un istante sospeso tra passato e futuro.

Hai un rituale o un’abitudine quando componi?
Spesso parto da un’immagine o da un rumore, difficilmente da un’idea astratta. Accendo la chitarra o il synth e lascio che le prime note vengano da sole. Cerco sempre di catturare l’imprevisto, perché è lì che si nasconde l’autenticità. In seguito subentra la mentalità da produttore, e quindi inizio ad organizzare il materiale per renderlo fruibile.

Qual è oggi, secondo te, la sfida più grande per un musicista che vuole fare musica “di confine”, come la tua?
La sfida è restare liberi in un mondo che tende a semplificare tutto. Viviamo in un’epoca di etichette e algoritmi, ma l’arte nasce proprio dove non ci sono categorie. Fare musica di confine significa accettare di essere in viaggio continuo, senza sapere mai esattamente dove stai andando — e continuare a farlo comunque, con curiosità e coraggio.

BIO
Simone Sello è un artista italiano poliedrico — chitarrista, compositore, produttore e filmmaker — residente negli USA. Dopo gli esordi nel rock e una carriera da session man di primo piano in Italia (Renato Zero, Bobby Solo, Orchestra di Sanremo), nel 1997 si trasferisce a Los Angeles, dove collabora con Billy Sheehan, Disney e Aaron Carter, lavorando anche come produttore. Negli Stati Uniti incrocia il percorso di Vasco Rossi, con cui scrive e registra diversi brani, firmando anche l’assolo di Una Canzone d’Amore Buttata Via. Parallelamente sviluppa una ricerca artistica personale che unisce musica e immagine. Con The Storyteller’s Project (2023) e l’album Paparazzi, Izakayas and Cowboys, Sello costruisce un universo sonoro cinematografico che fonde spaghetti western, rock, blues, surf, elettronica retrò e suggestioni giapponesi, pensato per performance live sincronizzate con video surreali autoprodotti. Autodidatta dalla formazione solida, utilizza chitarre, synth guitar e strumenti acustici per creare atmosfere evocative e stratificate. Il suo obiettivo è affermarsi come riferimento internazionale nella musica di confine, tra rock elettronico e colonne sonore sperimentali.

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