Cos’è la libertà? Intendo proprio fisicamente: è tonda? È alta? È ruvida? Che sapore ha, di cosa profuma? Se anche voi vi siete fatti queste folli domande, rispondendovi magari che la libertà ha l’odore dell’azzurro mare di Wertmülleriana memoria, o il profumo dei prati in fiore appena tagliati, beh siete fuori strada: si vede che non siete mai stati sull’Isola di Óbuda a metà agosto.
La libertà, quella vera, quella condensata nel perimetro recintato di un’isola fluviale nel cuore di Budapest, odora di polvere terrosa respirata a pieni polmoni e di sudore misto a glitter, ha il sapore amarissimo dell’acqua calda o della birra Dreher spillata a temperatura ambiente. La libertà, quella vera, è quella che ti scorre dentro quando valchi il k-hid, ultimo baluardo del mondo moderno prima del paese dei balocchi.

Benvenuti a Sziget 2026. Cinque giorni di emozione pura, di distruzione psicofisica, insomma di libertà l’avete capito. Quest’anno siamo stati in 360.000. Trecentosessantamila anime disperse provenenti da oltre 110 Paesi del mondo, tutte ammassate in questa lingua di terra di 108 ettari bagnata dal Danubio.
Un’apocalisse festosa dove ogni incazzatura è destinata a capitolare o, perlomeno, a prendersi una pausa di cinque giorni. E dove tutto viene ribaltato, dalle aspettative ai ruoli sociali. Una festa enorme che accompagna la capitale ungherese da 32 edizioni, ma che nel 2026 ha rischiato fino all’ultimo di non vedere la luce

Il ritorno degli Jedi
Questa, infatti, è stata la prima edizione di Sziget dopo il ritorno ufficiale sotto la proprietà indipendente ungherese, con i padri fondatori (tra cui il leggendario Károly Gerendai) tornati al timone per strappare il festival dalle grinfie delle multinazionali del corporate-entertainment. Sulla carta: romanticismo puro, un ritorno allo spirito sovversivo e artistico del 1993. Nella realtà: un’impresa al limite del suicidio aziendale.
A causa del passaggio di proprietà e dei complessi cavilli burocratici, la macchina organizzativa e la vendita dei biglietti sono partite con quattro mesi di ritardo rispetto alla tabella di marcia. Un’eternità nel mondo dei festival contemporanei, dove la gente compra i pass per l’anno successivo mentre sta ancora smascellando sotto cassa.

Aggiungeteci un fiorino ungherese in salute da far paura e un aumento globale dei costi di trasporto che ha reso il viaggio verso la capitale ungherese una mezza finanziaria per il pubblico non europeo, ed ecco tutti i timori del caso che non erano di certo ingiustificati.
Eppure, eccoci qui. Il pubblico ungherese ha risposto presente occupando oltre la metà delle presenze complessive, affiancato dallo zoccolo duro di Szitizens storici arrivati da Olanda, Germania, Francia, Regno Unito e, ovviamente, Italia.
L’operazione nostalgico-indipendente degli organizzatori ha funzionato. C’era un’aria diversa sull’Isola quest’anno: sempre instagrammabile ma meno patinata da multinazionale del ticketing, più ruvida, organica, imprevedibile. Una scommessa vinta sul filo del rasoio che pone basi solide per il futuro del brand.

Obuda coast to coast
Anche quest’anno non potevamo mancare alla festa della musica e della libertà, e come ogni anno abbiamo notato quanto si alzi il livello della bellezza (e della nostalgia) provata. Come di consueto niente campeggio (eroici o voi che lo fate, io c’ho 40 anni e se non dormo almeno 8 ore su un materasso vero rischio poi di diventare scortese) e come di consueto grosse camminate per attraversare l’isola da costa a costa.
Sziget è pieno di attività, tanto che paradossalmente, se vi facesse schifo la musica, avreste comunque di che riempire il tempo senza problemi per tutti e 5 i giorni. Giochi da luna park (al tiro al barattolo son sempre un campione), ruote panoramiche, circo, installazioni artistiche (come il ritorno del Luminariuum, una mega palla di plasticona illuminata come un club di scambisti psichedelici), aree dove disegnare o dove creare coi suoni.

Un enorme e gigantesco parco divertimenti per bimbi grandi, che brulicano da una parte all’altra proprio come i bimbi più piccoli, senza un apparente direzione o motivazione. Perché la libertà, quella vera, è pure quella dalle routine, dalla schiavitù del cellulare e della giornata schedulata. Affanculo tutto, il bello di ciondolare su quest’isola è che si trova sempre qualcosa che ti fa spalancare gli occhi e ti riempie il cuore.
Fratelli d’Italia
Come un “daje” o un “figata” che senti continuamente mentre passeggi, sintomo della massiccia presenza dei fratelli italiani da queste parti. Niente nazionalismo ne pose vannacciane, solo un genuino ritrovarsi per vivere insieme esperienze da portare fuori dal festival, per far nascere e consolidare amicizie che in pochi altri posti potrebbero sorgere così facilmente.
Il quartier generale non ufficiale di questo colonialismo pacifico è stato senza dubbio il Lightstage. Posizionato in una delle zone più accoglienti e ombrose dell’isola, il Lightstage si è trasformato in un vero e proprio santuario per gli Szitizens italiani, con una programmazione curata nei minimi dettagli per valorizzare il miglior sottobosco musicale della nostra penisola (menzione per i live dei Patagarri, di Emma Nolde, Giulia Mei, e dei Little Pieces of Marmelade).

L’odore della Notte
Ma il profumo di libertà al Sziget è sempre molto molto simile al pungente odore della notte. È quando il sole comincia a tramontare infatti, con l’ombra e il venticello, che l’isola (e i suoi abitanti) dà il meglio di sé.
I concerti, intendiamoci, cominciano già nel pomeriggio, e anche con dei bei nomi (i già citati nel Lightstage, o Wolf Alice già al primo giorno nel Main Stage), ma poi quando cala il sole, eclissi o no (purtroppo non l’abbiamo vista coperta dai palazzi e dalle montagne di Buda o Pest non ho mai capito) la frizzantezza e la glitterosità prendono il sopravvento, e la musica con loro. E che musica!

In primis dal punto di vista proprio fonico: ti avvolge, ti scaraventa. Magari non tanto nel Main Stage, il palco principale e mastodontico, che accoglie un numero di spettatori vicino a quello di un capoluogo di provincia medio. Lì, a meno di stare sotto palco, il suono un po’ si propaga. Ma nelle altre venue signori si vola.
Sia al Revolut Stage, il primo palco che si incontra entrando nell’isola, un mega dome caldissimo di giorno e infuocato di notte; sia al Bolt Night Stage, il cuore della nightlife, dove si tira fino all’alba sotto tempeste di bpm. Ma dove il suono vi entra veramente nella pelle è il Colosseum, il mio posto del cuore, forse per affinità elettiva con il luogo d’origine del monumento citato. Un’arena dove la musica ti arriva da ogni direzione, tagliente come i fendenti dei gladiatori. È così di impatto che, contrariamente ai suoi omologhi altri palchi, nonostante sia sponsorizzato nessuno lo chiama col nome del brand: è e sarà sempre per tutti il COLOSSEVM.

In seconda battuta dal punto di vista della line up, che anche quest’anno ci ha regalato concerti e momenti indimenticabili. Tanti i grandi nomi che hanno mosso le folle: Zara Larsson, Sombr, Lewis Capaldi, Florence + The Machine, e solo per rimanere nella programmazione del Main stage! Ma chi mi ha veramente colpito sono stati altri artisti.
Gli Underworld ad esempio, Karl Hyde e Rick Smith, due ultrasessantenni con più chilometri e carisma di tre quarti della scena trap attuale, che hanno calato sul pubblico del Revolut Stage una lezione magistrale di musica elettronica a volumi da arresto cardiaco. Nessun patetico effetto nostalgia a buon mercato, ma solo un muro di suono ipnotico, sequenze analogiche affilate come rasoi e una presenza scenica elettrizzante che ha azzerato qualsiasi divario generazionale tra reduci della techno novantina e ventenni ricoperti di glitter. Quando poi l’arpeggio inconfondibile di “Born Slippy ” ha squarciato il buio accompagnato da una pioggia di laser viola, il delirio collettivo è stato da brividi. Tipo l’orgasmo migliore che abbiate mai avuto, moltiplicato per mille.

O i Twenty One Pilot, che hanno tirato fuori il concerto migliore della settimana. Tyler Joseph e Josh Dun non sono semplicemente saliti sul palco: lo hanno letteralmente azzannato, scatenando un’orgia di ritmi spezzati, synth incandescenti e un’energia punk-pop che ha travolto gli ottantamila presenti come una marea montante.
Ma l’apoteosi del delirio si è toccata quando Josh si è arrampicato a suonare la batteria su una piattaforma a 50 metri d’altezza mentre Tyler, durante una rincorsa tra le transenne, ha puntato un’imponente guardia di sicurezza ungherese (fino a quel momento immobile con l’espressione di chi stava calcolando i minuti che lo separavano dalla pensione) ficcandogli il microfono sotto il naso. Invece di tirarsi indietro, il gorillone ha sfoderato un timbro vocale impeccabile e un’attitudine da rockstar consumata, cantando il verso della canzone a memoria tra i boati isterici della folla. Un momento di corto circuito puro, diventato virale in tre secondi netti, che riassume alla perfezione la magia demenziale e bellissima dello Sziget: un posto dove persino chi dovrebbe garantire l’ordine pubblico finisce per convertirsi allo show.

Per non citare Skrillex, con un set old-school che ci ha fatto volare (meno male che stavo sotto palco, valeva davvero la pena), il neeerdalese Sef, a noi sconosciuto ma che ci ha ipnotizzato col suo rap in olandese, la drum ‘n bass di Nia Archives e la techno incazzata di Sub Focus. Una scorpacciata di BPM da stare apposto per tutto l’anno, quando in inverno riguarderemo le nostre foto e i nostri video e ci verrà la nostalgia di quel posto speciale.
La travolgente eterotopia del solito/insolito Sziget
Perché alla fine della fiera Sziget è un’“eterotopia”, come la chiamerebbe chi la sa lunga. Uno spazio geograficamente definito ma sospeso fuori dalla realtà, dove le regole della società vengono azzerate e ridiscusse da zero. Come nel film di Lina Wertmüller citato nel titolo, “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto”, dove la ricca snob Giancarla/Raffaella e il marinaio proletario Gennarino finiscono naufraghi in un’isola deserta. Obuda è proprio come quell’isola, solo con un po’ più di gente.

È un luogo dove si sospendono i ruoli e si demoliscono le classi sociali. Varcato il ponte K-Híd, lo status sociale evapora. L’amministratore delegato di una multinazionale, il fattorino precario, il professore universitario e lo studente fuoricorso condividono lo stesso sterrato, usano i medesimi bagni chimici alle 4 del mattino e chiedono in prestito le stesse bottiglie d’acqua. La ricchezza e il prestigio non ti salvano dalla polvere, né ti garantiscono un posto in prima fila. Sull’Isola della Libertà siamo tutti tragicamente ed equamente nudi.
Un luogo dove ci si spoglia delle ipocrisie borghesi, regredendo a uno stato istintivo, passionale, quasi animalesco. Per cinque giorni ci si libera del decoro urbano. Camminare a piedi scalzi, ricoprirsi il viso di glitter, ballare fino all’alba senza guardare l’orologio e cibarsi di cibo poco salutare a ritmi sballati sono i sintomi di un ritorno a uno stato di natura festoso, governato esclusivamente dal principio del piacere e dalla liberazione dei sensi. Dio benedica Epicuro, in qualche paradiso sicuramente ci sarà finito.

È però anche un luogo che ha una data di scadenza: l’isola è un’utopia temporanea e una volta spezzato l’incantesimo ciascuno torna al proprio ruolo di classe. È l’amara battuta finale dello Sziget. Il festival è un paradiso a tempo determinato. Quando il 16 agosto la musica tace e si smontano le tende, la celebre “Post-Sziget Depression” non è altro che il trauma di Gennarino e Raffaella che tornano sul traghetto: la realtà ci ripesca, ci rimette la giacca e la cravatta, ci restituisce le e-mail a cui rispondere. Ma con la consapevolezza indelebile che, per cinque giorni, un altro mondo è stato possibile.

Fever Pitch
E probabilmente questo articolo pieno di citazioni cinematografiche e di sbrodolamenti illeggibili potrebbe finire anche qui, se non fosse che proprio mentre uscivo dall’isola della libertà, alle 6 del mattino del 16 agosto, con dei romantici strafatti che già smontavano la tenda e gli organizzatissimi uomini dell’organizzazione che già cominciavano a smontare tutto, me n’è venuta in mente un’altra di scena di un film. Un monologo per la precisione, di una pellicola che qualsiasi amante del pallone conosce a memoria, “Febbre a 90” o “Fever Pitch” in originale, tratto dall’omonimo libro di Nick Hornby.
In quel monologo il protagonista Paul Ashworth, parlando del calcio, dice “la cosa stupenda è che tutto questo si ripete continuamente, c’è sempre un’altra stagione. Se perdi la finale di coppa in maggio puoi sempre aspettare il terzo turno in gennaio, che male c’è in questo? Anzi, è piuttosto confortante, se ci pensi.”. Guardando quella solita stradina polverosa che da sette anni percorro edizione dopo edizione con animo sempre più emozionato, ho pensato che Sziget è proprio così: c’è sempre un ‘altra stagione, un’altra edizione, e ne potete stare certi, sarà bella come la precedente, anzi lo sarà ancora di più. È la cosa più confortante che esista, sapere che questa febbre alta tra un anno, sapremo ancora come gestirla.

Se anche voi volete provare questa febbre speciale, beh i preparativi per Sziget 2027 sono già entrati nel vivo! Il festival tornerà a Budapest dal 10 al 14 agosto 2027, con la vendita dei biglietti Super Early Bird già attiva. I Szitizens possono registrarsi per accedere ai biglietti Super Early Bird su www.szigetfestival.com.


