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Per sempre tuo, Cirano

Francesco Guccini

È morto Francesco Guccini, oggi, a 86 anni. Se n’è andato non legandosi mai a nessuna schiera, morendo da pecora nera come cantava in “Canzone di Notte n.2″. Lasciandoci un vuoto musicale incolmabile, centinaia di capolavori riconosciuti da tutte le generazioni, e una quantità incredibili di citazioni da social perfette per un momento come questo, citazioni che il Maestro avrebbe letto tra il fastidio e l’indifferenza, lui che non aveva neanche il cellulare.

Con la scomparsa di Francesco Guccini, l’Italia perde molto più di un cantautore: saluta il suo ultimo grande cronista in versi, un titano della parola che ha trasformato il folk in alta letteratura civile e popolare.

Nato a Modena nel 1940 e cresciuto tra i boschi di Pavana, Guccini ha edificato per oltre mezzo secolo un universo poetico unico, sospeso tra il rigore della memoria contadina e le inquietudini della modernità. Dagli esordi folk con Auschwitz fino alla folgorante stagione degli anni Settanta, con la carica anarchica de La locomotiva e la fiera invettiva de L’avvelenata, il “Maestrone” ha dato voce agli ultimi, agli incompresi e a intere generazioni in cerca di una grammatica etica.

La sua poetica, mossa da una perizia metrica straordinaria e da un plurilinguismo colto e dialettale, ha esplorato con lucidità i grandi temi dell’esistenza: lo scorrere inesorabile del tempo, il valore dell’amicizia, la malinconia delle occasioni perdute (Autogrill, Farewell) e l’orgoglio dell’indipendenza intellettuale (Cirano). Rifiutando i dogmi ideologici, Guccini ha preferito la cultura del dubbio e la lentezza dell’osteria, intesa come tempio democratico della parola e del confronto.

Retto da una voce baritonale inconfondibile e da una chitarra essenziale, non ha mai ceduto alle lusinghe del mercato, ritirandosi con eleganza dalle scene musicali con L’ultima Thule per dedicarsi interamente alla narrativa e ritornando negli store solo negli ultimi anni con due album di canzoni popolari e tradizionali (“Canzoni da intorto” del 2022 e “Canzoni da osteria” del 2023).

È stato l’artista italiano che più di tutti è riuscito a coniugare musica, amore e politica: lo ricordiamo tutti per i suoi brani più ideologici, per locomotiva lanciata a bomba contro l’ingiustizia, ma ci ha anche lasciato in eredità alcune tra le più belle canzoni d’amore che la musica italiana ricordi: penso a Vedi cara, struggente, o Incontro, Farewell, Eskimo. In un mondo di sole cuore amore (negli anni 70-80 ancora di più), Guccini riusciva a raccontare le relazioni, le emozioni, i rimpianti e le nostalgie, con parole crude, immagini vere, senza tempo.

Certo rimane anche il Guccini impegnato, impossibile da non citare. Ma anche qui, difficile tracciare un profilo netto e riconoscibile: il Maestro era fondamentalmente un anarchico, in maniera diversa rispetto a De Andrè, ma sempre in grado di fare incazzare tutti, destra o sinistra. Ha sempre rifiutato etichette o certificati di appartenenza, a tal punto che una delle sue frasi più famose è stata usata indistintamente dall’ultra sinistra e dall’ultra destra come citazione per striscioni e manifestazioni.

Voglio ricordarlo con la sua foto storica, scattata dalla moglie e usata per tutti i concerti nei successivi 40 anni, perché gli eroi son tutti giovani e belli, anche quando se ne vanno. Guccini ci lascia un’eredità indissolubile: l’insegnamento che la canzone può farsi storia, che la dignità non si baratta e che il ricordo è un atto di resistenza. Finché ci sarà una chitarra a sfidare l’arroganza del potere, la sua locomotiva continuerà a correre.

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