I Cani, Bonsai Bologna ,12 Luglio 2026, Seconda tappa del tour estivo
Ore 20:15. Puntualissimi, I Cani — Niccolò Contessa e la sua band — salgono sul palco del Bonsai di Bologna sulle note di “Buio”.
«Che strano vedere Contessa da così vicino, con la luce del sole», dice il ragazzo accanto a meall’amico. Un commento che mi strappa un sorriso, soprattutto considerato il brano di apertura.
Si esibiscono sullo stesso palco dove, meno di ventiquattr’ore prima, era stato annullato il concerto di Tutti Fenomeni a poco più di venti minuti dall’inizio, a causa del forte vento. Uno scenario quasi apocalittico: il personale della sicurezza impegnato a rimuovere le transenne e a far defluire il pubblico in fretta e furia.
Eppure sembra passata un’eternità. Della serata precedente non resta alcuna traccia: il concerto è sold out e Contessa appare in splendida forma.

Sono passati circa sette mesi dal “il sorprendente tour di ritorno de I Cani”. Lo abbiamo visto praticamente tutti, ma evidentemente non ci è bastato. Forse perché Niccolò ci ha insegnato che a volte è necessario sparire, ma che si può sempre tornare. E noi non vogliamo perderci nulla di quei ritorni, per questo siamo di nuovo qui: meno sorpresi, ma certamente più consapevoli, con la voglia di goderci il momento.
Dove eravamo rimasti
Come nel tour invernale, la scaletta parte dai brani più iconici dell’ultimo album, “Buco Nero” e “Nella parte del mondo in cui sono nato”, per poi tornare al “sorprendente album d’esordio de I Cani” con “Wes Anderson”.
Per la gioia dei fan di vecchia data, trova spazio anche “Asperger”, tratta dall’EP con i Gazebo Penguins “I Cani non sono i Pinguini, i Pinguini non sono i Cani”, nel quale collaborò lo storico Andrea Suriani. «Se Niccolò avesse l’Asperger nessuno mai si aspetterebbe niente da lui». Ascoltata oggi, la canzone colpisce ancora per la sua capacità di osservare il presente. Una riflessione sulla tendenza a cercare una spiegazione, un’etichetta capace di dare un nome alle proprie difficoltà, alle proprie differenze, alle proprie fragilità. Perché a volte identificare qualcosa significa anche sentirsi meno soli, meno sbagliati. Tra diagnosi sempre più frequenti, ADHD e bisogno di identificarsi in una definizione, il tema è più attuale che mai.
Squalo Balena, il mostro dentro di noi
Per questo tour estivo, Contessa regala al suo pubblico un inedito in acustico, “Squalo Balena”: «Ho preso il mostro dentro di me / non c’è niente da fare / solo chiudere la porta a chiave».
Il brano affronta il tema dell’accettazione delle proprie contraddizioni: dentro ciascuno convivono luce e ombra, istinto e ragione, fragilità e paura. Il “mostro” evocato nel testo non è qualcosa da espellere, o una presenza da eliminare, ma una realtà che appartiene tanto alla natura quanto all’essere umano.
Il titolo stesso sembra giocare su un paradosso. Lo squalo è l’emblema del predatore, mentre lo squalo balena, nonostante le sue dimensioni gigantesche — il più grande pesce al mondo — è un animale mite e innocuo per l’uomo.
Un’immagine perfetta per raccontare ciò che temiamo di noi stessi: un mostro che vive nelle profondità dell’animo e che incute timore, ma che non è necessariamente malvagio. È una presenza da riconoscere, comprendere e integrare, una parte di sé con cui imparare a convivere.
La colonna sonora delle nostre contraddizioni
E ancora una volta, siamo nel 2026, a dieci anni dal tour di Aurora, ed “è cambiato tutto ma non è cambiato niente”.
“L’antropologia elettronica” de I Cani, coniata da Saviano nell’ormai lontano 2012, è evoluta ma continua a raccontare con lucidità desideri, nevrosi e contraddizioni di un’intera generazione, soprattutto dei millennial. Questo spaccato sociale prende forma attraverso arrangiamenti electro-pop, sintetizzatori e un immaginario costruito tra Internet, social network e chat, elementi che non fanno da semplice sfondo ma diventano parte integrante della narrazione.
Sul palco, però, tutto questo prende vita grazie a una band di musicisti straordinariamente affiatata. Lo avevamo notato già quest’inverno: ogni arrangiamento è eseguito con grande cura, senza che nulla risulti fuori posto, anzi con un’attenzione quasi artigianale per il suono: «Simone Ciarocchi alla batteria, al basso Valerio Bulla, alle chitarre Marcello Newman, alle tastiere Andrea Suriani, ai marchingegni elettronici Francesco Bellani».
Perché scrivere di Contessa è più difficile
Quando mi hanno proposto per la prima volta di scrivere un articolo dopo un concerto, ho pensato subito che mi sarebbe piaciuto farlo per un live de I Cani. Poi mi sono resa conto che sarebbe stato più difficile del previsto. Perché Niccolò Contessa ha sempre avuto la capacità di smuovere in me emozioni molto diverse tra loro: il sorriso, il divertimento, la nostalgia e persino quella di una “spina nel cuore”.
È ormai impossibile negarlo: I Cani — Contessa — e il suo modo di scrivere hanno cambiato il volto della generazione di artisti indie degli ultimi dieci anni. È vero, dieci anni fa è sparito, ma solo nelle vesti del progetto I Cani. Da allora, gran parte della musica italiana che ho ascoltato e amato porta comunque il suo zampino.
I Cani sono entrati nella mia vita nel 2011. Ero una studentessa di Ingegneria Medica alle prese con l’esame di Fisica I. Mi ero trasferita da meno di un anno a Roma e da pochi mesi abitavo a Piazza Vittorio, in un appartamento con un “posto letto che non paghi per intero”. Mi vestivo con dei leggings improbabili ed ero praticamente fuggita dal mio paese: da quell’anno in poi non l’ho più sentito davvero casa mia.
Fu proprio in quel periodo che, tra il Pigneto, il Circolo degli Artisti, San Lorenzo e Le Mura, scoprii quanto amassi la musica dal vivo, soprattutto quella dei piccoli club. Ieri come oggi, amavo le Velleità.
Contessa è stato un fenomeno generazionale. O almeno lo è stato per la mia bolla. Negli anni dell’università ci riconoscevamo anche grazie al linguaggio che aveva creato. Studiavamo fisica, analisi matematica e geometria, ma volevamo avere cose pratiche in testa; per noi contavano i dischi, i bagni al mare e l’umanità. Leggevamo Pasolini, David Foster Wallace, bevevamo Negroni, amavamo le simmetrie di Wes Anderson e ascoltavamo i Kinks. Ci fotografavamo con le Lomo e le Polaroid e convivevamo con mille piccole ansie, vere o presunte.
A Roma si parlava di lui e delle sue canzoni ancora prima di vederlo su un palco, quando la sua identità era nascosta dietro immagini di cani di razze diverse disseminate in rete.
Dico spesso che Contessa è il mio “Boris della musica”. Così come le battute della serie sono entrate nel linguaggio quotidiano di un’intera generazione, i brani di “Glamour” e del “Sorprendente album d’esordio de I Cani” sono diventati parte del mio vocabolario giornaliero ed emotivo.
Da Aurora a Post- Mortem
Lo avevamo salutato nel 2016 con il tour di Aurora, probabilmente nel momento più alto della sua carriera. Eppure quel disco mostrava già l’evoluzione dell’artista. I testi non parlavano più della quotidianità romana — nel frattempo aveva persino chiuso il Circolo degli Artisti — ma si spingevano a esplorare l’universo. Come negli spazi di Calabi-Yau, le dimensioni sembravano moltiplicarsi.
Non c’erano più le finte ansie degli inizi, ma quelle vere, quelle che iniziano a comprimerti il petto quando ti avvicini ai trent’anni.
Il tutto accompagnato da sonorità elettroniche più mature e introspettive, capaci di amplificare quel senso di smarrimento e ricerca che sembrano guardare meno alle notti romane e più a quello che succede dentro di noi.
Aurora ci ha accompagnato negli anni della fine di una storia d’amore importante, di un’amicizia, di tutte quelle situazioni in cui è stato necessario sparire per chiudere un capitolo e provare a ricominciare.
In qualche modo passava il testimone a quel ragazzo che quella sera apriva il concerto presentando il suo disco Mainstream. Tutti avevamo la sensazione di trovarci davanti a un momento che, un giorno, avremmo ricordato con orgoglio.
Devo ammettere che all’inizio ho odiato Post Mortem. È uscito a ridosso del giorno in cui mio padre ha avuto un infarto; poco dopo sono partita per il Brasile e, pur mettendomi la sveglia alle quattro del mattino a Rio de Janeiro, non sono riuscita a prendere il biglietto per la prima data romana del tour.
Poi, diciamocelo, non è esattamente il tipo di album che ti viene voglia di ascoltare appena tornata da un viaggio in Sud America.
Eppure, dopo avergli dedicato il tempo e l’attenzione che meritava, ho cambiato idea. Se Aurora guardava verso l’universo e le sue infinite dimensioni, Post Mortem sembra invece tornare sulla Terra per osservare quello che resta: le illusioni perdute, i compromessi dell’età adulta, la disillusione e il confronto con sé stessi. È un disco più scuro, ma anche più raffinato, moderno e consapevole, in cui la produzione abbandona definitivamente il synth-pop più ingenuo dei primi album.
Tutto questo, però, dal vivo diventa ancora più evidente.
Forse è anche per questo che il concerto di novembre rimane uno dei più belli che abbia mai visto.
Una seduta collettiva di Bioenergetica
Eravamo tutti lì ad aspettare quel ritorno: “i nerd con gli occhiali da nerd, i radical chic senza radicalismo, i nichilisti con il cocktail in mano, i falliti, i delusi, i depressi, i frustrati”. E’ un po’ come partecipare insieme a una grande sessione di pratica bioenergetica: qualcosa che ti aiuta a sciogliere tensioni, paure e pensieri che normalmente tieni compressi da qualche parte.
Hai la percezione che ci sia davvero qualcosa che ti accomuna alle persone intorno a te e che, almeno una volta, il tipo accanto non abbia pensato al primo bacio in sé, ma a chi fosse stato il primo dei due a staccarsi, perché “la statistica afferma che spesso il primo a staccarsi dal primo dei baci è lo stesso che alla fine dirà di troncare”.
In modo diverso, anche il tour estivo richiama le stesse sensazioni, ma gioca molto di più sul divertimento. Anche le modifiche alla scaletta sembrano andare proprio in questa direzione. Del resto è estate, fa caldo e, ogni tanto, ci è concesso.


