C’è una dolcezza strana nell’entrare in un festival e sentire subito la musica. Nessun tempo di ambientamento, nessun vuoto da riempire. Quello che ho provato sabato al MI AMI, il festival milanese che quest’anno ha celebrato vent’anni di musica italiana indipendente e contemporanea attraversando linguaggi, generazioni e visioni artistiche differenti. Oltre 30000 presenze hanno animato gli spazi dell’Idroscalo nel corso dei quattro giorni del festival, confermando ancora una volta la rassegna come uno degli appuntamenti culturali più importanti e identitari del Paese: un luogo dove convivono scoperta, libertà espressiva e senso di appartenenza.
Arrivo e Gommarosa mi accoglie come se avesse aspettato esattamente me, con un suono che non ha fretta di imporsi. Eppure è già lì, subito, a colorare l’aria prima ancora che tu abbia trovato un posto dove stare.
I cappellini giallo fluo distribuiti all’ingresso — omaggio ai 32 gradi e al sole che non tratta nessuno con riguardo — diventano una specie di divisa involontaria. Un colore che stride con tutto, e forse è proprio il punto: nessuna coerenza estetica richiesta.

Al palco Idealista sale Rosita Brucoli. Qualche nota calante, certo, ma non è quello il punto. La sua qualità è altrove: dire parole vere, semplicissime, e farle arrivare. Quella verità tocca perché è genuina, e lo fa anche con buona tecnica, come se la conferma fosse questa: quando siamo noi stessi, tutto viene naturale.
Poi salgono gli Arieti Rilassati e per noi ariete il nome suona quasi come uno scherzo, perchè rilassati non lo siamo mai. Eppure succede. Riescono a far sedere la gente per terra ad ascoltare musica, nel senso più pieno e meno commerciale del termine. Solo suono, solo energia, e un bingo che non ti aspetti: una di quelle combinazioni di momenti che fanno pensare perché non sempre è così.
Dopo, ancora al palco Idealista, arrivano IROSSA. È passato pochissimo dall’inizio del festival eppure il pubblico è già caldo, già dentro. I ragazzi suonano bene e lo sanno, giocano con il suono con facilità e con un divertimento che non è esibizione ma piacere autentico. Sorridono al loro pubblico come si sorride a qualcuno di cui ci si è innamorati. D’altronde il Miami è il festival della musica bella e dei baci.
Mi sposto e mi accolgono le note di Sara Gioielli — una voce incredibile, una performance interessante. Forse ancora un personaggio concreto da costruire, o forse no: a volte l’indeterminatezza è la forma giusta, non un cantiere aperto.
Poi inizia Angelica Bove, e porta con sé Tana, il suo nuovo album: una piccola ode all’introspezione. Canta anche Mattone, il brano che l’ha portata al secondo posto a Sanremo. Angelica è nata per questo — timbro unico, parole sincere senza ombra di dubbio, una presenza sul palco che non lascia spazio all’incertezza. È anche una delle poche persone nate per stare così bene con i pantaloni a vita bassa, ma questa è un’altra storia.

Zé Ibarra ricorda quanto sia bello sentire artisti che vengono da altrove e atterrano perfettamente qui, adesso, in questo contesto. La sua musica non ha bisogno di essere tradotta né spiegata. Attraversa direttamente, senza chiedere permesso. Le parole, anche quando non le capisci tutte, passano quasi in secondo piano: arrivano prima le emozioni, e questo è un dono raro.
Mi sposto ancora e passo da Gioia Lucia: estetica giovane, fresca, a tratti bambinesca. Emoji colorate sul ledwall ma la grinta di chi sa esattamente cosa vuole dalla vita e dalla musica. Non c’è contraddizione: la leggerezza e la determinazione possono stare benissimo insieme.
Poi ci sono i Tare. Il palco piccolo e sincero, quello che non mente. Tra le scintille di una saldatrice e il rimbombo della cassa della batteria non c’è molto da analizzare — c’è solo da ballare, muoversi, pogare, stare dentro. La loro musica è di quelle difficili da raccontare, quasi impossibili da mettere in parole, e forse è esattamente questo il punto: bisogna viverla. Ed è necessario — necessario davvero — che questa musica continui sempre di più a vivere.
Nello stesso slot orario ma in un mondo completamente diverso Marco Castello canta il suo nuovo album Quaglia Sovversiva e racconta la sopravvivenza in un mondo distopico post-guerra mondiale. Canta la fine delle cose come se fosse un invito a una gita fuori porta: suono felice, ritmo mosso, colori vivaci. Come il disegno di un bambino. La fine del mondo raccontata con entusiasmo ha qualcosa di consolatorio che nessun requiem riuscirebbe mai a raggiungere.
Il palco si riempie per i Nu Genea e il fatto che si riempia così, in modo pieno e convinto, è di per sé una notizia. È il tipo di cosa che ti fa sperare ancora nel gusto delle grandi masse, quella speranza che tendi a perdere e a ritrovare a intervalli irregolari.

Chiude la festa con un grande anniversario Motta, e tutto rallenta nel modo giusto. Il suo Fine dei vent’anni senza tempo arriva come un abbraccio che non chiede niente. Parole che parlano dritte alle orecchie e raccontano lo stato umano senza sconti ma con una tenerezza che non scivola mai nel sentimentalismo. Il pubblico intorno ha l’aria di chi aspetta qualcuno in aeroporto dopo un lungo viaggio. Sai già come andrà a finire, hai già immaginato tutto, e devi solo aspettare di tornare tra quelle braccia. È una delle sensazioni migliori che esistano.
Quello che resta, alla fine, non è la scaletta né il nome scritto sul pass — che al Miami non crea gerarchie — Non c’è ansia da controlli, non ci sono categorie o classi. È la festa di tutti, nel senso letterale: di chi conosce ogni canzone e di chi non ne conosce nessuna. Di chi, al momento della foto di gruppo, dice “Carlo Pastore” al posto di cheese — perché Carlo Pastore il festival lo ha fondato, lo ha voluto, e il pubblico lo sa e glielo restituisce così, con quella familiarità affettuosa che non si costruisce a tavolino.
Il Miami è anche il luogo dei reincontri inaspettati — eppure, stranamente, non pesano. Tutti abbiamo reincontrato una vecchia crush, un collega in stato avanzato di festa o un ex. Succede, passa, e si torna ad ascoltare. Forse perché la musica ridimensiona tutto il resto, o forse perché in certi posti il passato perde semplicemente il suo potere.
Certi festival ti fanno sentire dentro qualcosa di più grande. Il Miami è uno di quelli.


