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Sensibile al Party

Jova Beach Party

foto di MICHELE “MAIKID” LUGARESI

Siamo sensibili, sensibilissimi. Specie dopo due anni tombati dentro casa la nostra sensibilità è aumentata in maniera consistente, siamo diventati suscettibili, irascibili, ma anche emotivi, fragili, in preda alla nostra affettività. Sensibili, appunto.

D’estate poi questa sensibilità esplode (vuoi per il caldo vuoi per gli ormoni) ma se convogliata nella giusta maniera, con la giusta ricetta e la giusta dose di festeggiamenti, può creare situazioni imperdibili. Come nel caso del Jova Beach Party, il mastodontico tour di Jovanotti che nel weekend ha fatto il pienone di presenze sulla spiaggia di Marina di Cerveteri.

Un party, non un concerto, come tre anni fa, prima che tutto quanto ci rendesse così sensibili. Una giornata (quella di domenica) partita in pieno pomeriggio con i live di Ackeejuice Rockers, GNMR, Jude & Frank, Julian Marley, Kampine, Marina Satti e Willie Peyote. E tanto, tantissimo caldo.

Il mio arrivo al lungomare coincide con la chiusura del set di Dardust (ma quanto è bravo) e con l’inizio del live di Alborosie, giamaicano di Marsala, di mestiere mito della musica reggae. Tempo 3 brani roots, senza neanche rendersene conto e col sole ancora alto all’orizzonte, tra i ritmi sincopati e i dread dei musicisti compare lui, Lorenzo Cherubini from Cortona, un pischelletto di 56 anni col doppio dell’energia dei trentenni in spiaggia (me per primo). Cappello dell’ammiraglio in testa, colori afro e atmosfere pop: ci siamo, si parte.

Una tribù che balla“, “I love you baby” e “Sensibile all’estate“, in successione, una dietro l’altra, tra il delirio del pubblico rapito. “Guarda che sole che c’è là fuori…“, mentre tutti si girano a guardarlo tramontare sul mar Tirreno.

Jova Beach Party: una festa, non un concerto

Ma il Jova Beach Party non è un concerto propriamente detto, è una festa, di tutti, locals e turisti, grandi e piccini, artisti e amici di artisti. E’ così che anche sul palco si alternano ospiti che duettano col padrone di casa: se sabato c’erano stati Brunori Sas e Renato Zero, domenica è il turno prima di Paola Turci e poi di Raf.

La prima, dopo aver cantato “Fatti bella per te” omaggia insieme a Jovanotti l’indimenticata Giuni Russo con una versione ska di “Un’estate al mare“; il secondo ci fa vibrare il cuore (specie a noi over 35) con una doppietta di “Self Control” e soprattutto “Infinito“, un inno più che un brano.

E in mezzo lui, il Jova, l’anfitrione, che corre da una parte all’altra del palco, che mescola sapientemente brani storici (“Penso Positivo“, “Non m’annoio“, “Raggio di sole“) con i più recenti (“L’estate addosso“, “Nuova era“, “Il più grande spettacolo dopo il big bang“). Infilandoci dentro una mezzora buona di dj set tra reggaetone e Shakerando, momento evitabile e sfruttato quantomeno per andare al bagno.

Un mega contenitore, un super calderone con dentro 30 anni di musica, una specie di campo largo a sette note. Insomma, un’unica grande chiesa che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa.

Solo una grande chiesa

Solo che se uno è sepolto in Bolivia e l’altra a Calcutta mi sembra un’impresa farla di sedicimilaottocentonovantesette chilometri estesachiosavano ironicamente Lundini e Fulminacci nella serata delle cover a Sanremo 2021.

Quanto più si allarga il campo, quanto più si cerca di parlare di una tematica ma anche di un altra, del divertimento ma anche della sostenibilità, degli anni 90 ma anche di shakerando, rischi sempre di scontentare qualcuno, ma soprattutto di rendere meno credibile la tua proposta (citofonare Letta, che lo sa bene).

Fortunatamente Jovanotti questo rischio non ce l’ha, o meglio non ce l’ha ancora, ma solo perché è Jovanotti, colui che solo con la sua voce non perfetta e la sua penna magica riesce a coinvolgere più di 100mila persone in 24 ore, tutti entusiasti dello spettacolo, dai 18enni romantici che limonavano duro sotto “Baciami ancora” agli ultraquarantenni con figli e famiglie consapevoli di essere davvero dei ragazzi fortunati, dopo tutto e nonostante tutto.

L’unico in Italia, insieme a Vasco e forse a Max Pezzali, a mettere insieme tre generazioni nella stessa location facendole cantare all’unisono. Come in un’unica grande chiesa appunto, che parte da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa. E anche fosse solo una questione di sensibilità dovuta al periodo o all’estate, chissenefrega: W il Jova Beach Party e alla prossima festa. Ma occhio al campo largo, che poi la governabilità diventa una chimera..

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Adalberto Piccolo
Adalberto Piccolo
Responsabile editoriale, responsabile della comunicazione, responsabile social media. Ma comunque poco responsabile. "Il Mondo non è perfetto: in un mondo perfetto Mark Chapman avrebbe sparato a Yoko Ono".

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