Willie Peyote a Sanremo 2021 con “Mai dire mai (la locura)”: “Niente rabbia, solo ironia” – Intervista

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Willie Peyote a Sanremo 2021 con “Mai dire mai (la locura)”: “Niente rabbia, solo ironia” – Intervista

Willie Peyote

foto di Chiara Mirelli

Un paese di musichette mentre fuori c’è la morte” se c’è una citazione che più delle altre può raccontare questo Festival di Sanremo ed in generale questo momento storico è proprio quella del monologo della “Locura” nell’ultima puntata di Boris. Stesso monologo e stessa citazione ripresa in apertura da Willie Peyote nel suo brano sanremese “Mai dire Mai (La Locura)” (qui il testo), già considerato uno tra i favoriti nella vittoria finale.

La canzone – racconta lo stesso Willie Peyote – parla di come ci siamo ormai abituati a mettere al primo posto il mero intrattenimento, in tutti i campi, dall’arte e alla cultura, passando per lo sport e arrivando anche alla politica. Avere un personaggio che funziona è più importante che avere talento, avere il consenso è più importante che avere un programma, far parlare di sé è più importante che avere qualcosa da dire.

Anche in pandemia “the show must go on” quindi si gioca lo stesso anche con gli stadi vuoti, teatri chiusi e concerti annullati ma con gli streaming e i talent show la giostra sembra continuare a girare

Primo tra le pagelle sanremesi, qual è la sensazioni dopo i primi ascolti, come la vivi?

Sono contento che sia piaciuto così tanto negli ascolti, non mi aspettavo questa risposta positiva ma come si sa chi entra Papa esce cardinale, e anzi le pagelle avranno incentivato chi mi aspetta al varco. Mi ha inorgoglito molto leggerle

Come è nato il pezzo?

Non era stato pensato per fare Sanremo, anche se pensavo a Sanremo come ispirazione mentre lo scrivevo. Poi come qualche altra volte mi è stato chiesto se avevo qualcosa di pronto per il Festival, io ho detto di sì ma a patto che fosse stato con questo pezzo, e inaspettatamente mi hanno detto che andava bene. Ho accettato di fare Sanremo perché questo sarà un anno senza concerti, se avessi dovuto suonare in giro probabilmente non sarei andato al Festival, ma non per sputare nel piatto dove mangio, ma perché il mio è un lavoro che si fa sul palco, e non in televisione. Ma per dare un segnale bisognava esserci quest’anno a Sanremo

Sanremo in zona rossa. Sul comodino porterai il Manuale del Giovane Nichilista e come lo hai aggiornato negli ultimi 10 anni?

Ho tolto la parola giovane, ora è il Manuale del boomer nichilista. No non lo porterò, fa parte di un’altra stagione, anche se l’ho aggiornato nel senso che ho scelto un modo diverso di approcciarmi al nichilismo che era più un modo di emanciparmi dalla visione del mondo dominante. Sul comodino porterò il computer per vedere il Toro che probabilmente giocherà nell’infrasettimanale

Il tuo brano è soprattutto una critica al mondo musicale di oggi, alla ricerca spasmodica dell’hype

Vorrei ci fosse un’analisi più approfondita, molti hanno inteso il testo come una sequela di insulti ai miei colleghi, ma non lo è, io non me la prendo mai coi miei colleghi ma casomai con il pubblico e come veniamo percepiti noi artisti dal pubblico, come il pubblico fruisce la musica oggi e cosa pretende dalla musica oggi. Se fai qualcosa di diverso da quello che si aspettano da te si risento, mentre io da adolescente mi facevo portare dall’artista dove voleva lui. Oggi si infastidisce, smette di seguirti. Molte frasi del mio pezzo sono contro le major, il problema non è tiktok, il problema è la major che si basa sul successo nelle piattaforme social. Manca la fase di talent scouting, la discografia non sta più facendo il suo lavoro. Non me la sono presa con i miei colleghi, non mi permetterei mai.

Hai mai detto mai?

Sono aperto ai cambiamenti, solo gli stupidi non cambiano idea. Sanremo non è una di queste cose, io ho sempre detto che ci sarei andato ma il problema non era Sanremo in sé ma Sanremo in me, cosa potevo fare e dare io su quel palco. Tante volte ho cambiato idea e mi piace cambiare idea, le certezze mi spaventano preferisco i dubbi.

Citando la tua citazione di Boris chi è Platinette, ossia ciò che ci assolve di tutti i mali?

Non c’è una Platinette unica, anzi in qualche modo lo stesso Sanremo è la Platinette del monologo di Boris. E’ un posto dove bisogna sempre tenere un occhio sui temi del momento, in cui bisogna rapportarsi con l’attualità, è Sanremo che ci assolve da tutti i mali, la nostra settimana santa.

C’è più rabbia o frustrazione nel tuo testo?

C’è un po’ di frustrazione ma soprattutto ironia. Volevo andare al Festival con un pezzo diverso dalle mie corde perché non volevo fare il pesantone. Veniamo tutti da un anno pesante,  non voglio far finta che non lo sia stato ma almeno la voglio prendere sul ridere perché in fondo siam lì anche per mandare un messaggio positivo. Non si può far finta di niente ma neanche andare a Sanremo tristi e cupi quindi sorriso, cassa dritta e vado a prendere in giro soprattutto me stesso, l’approccio vorrei fosse visto in questa maniera. Col ritornello che apre tutto, come Duccio e Biascica, ricitando Boris. L’approccio deve essere quello, è un gioco, non voglio essere preso sul serio

Come è stato rapportarti con l’orchestra

Uno dei motivi per il quale volevo fare Sanremo è proprio l’orchestra, è una soddisfazione infinita suonare con artisti così bravi. Il mio pezzo non è troppo orchestrabile, eppure è stato molto divertente e bello riuscire ad incastrare un’architettura orchestrale che funziona. E’ stato bellissimo vedere gli stessi musicisti contenti di fare il brano.

Il duetto con Samuele Bersani, come nasce, cosa ti ha portato a scegliere quel brano?

Mi hanno detto puoi fare un pezzo che vuoi della musica italiana, ho scelto uno dei miei brani preferiti, a patto che Samuele l’avesse fatto insieme a me su quel palco. Quando ha accettato è stato subito affetto, la canzone la considero un capolavoro e per me è un grande onore, a me metterà più suggestione avere lui di fianco che le telecamere davanti. E’ un regalo che mi sono fatto, una momento felice che rimarrà. Spero piacerà pure al pubblico

Quanto della tua formazione musicale influisce nella tua musica di oggi?

Io ho avuto la fortuna di vivere in una famiglia di musicisti, ho vissuto dal vivo i furgoni da scaricare, la sala prove, ed ascoltavano tantissima musica di diverso tipo. Io cominciai con il rap ed i cantautori italiani, e ad un certo punto ho mischiato i gusti della mia famiglia con i miei, creando questa commistione. Per questo faccio tanti generi diversi, perché mi piace fare cose diverse, e mi piace anche rischiare. Se dovevo fare tutti i giorni una cosa uguale all’altra rimanevo al call center, dove la gente mi chiamava incazzata (ed è un motivo per il quale non mi preoccupano le critiche). Il mio obiettivo è sempre far scaturire una discussione, dietro ciò che scrivo c’è sempre un pensiero, l’obiettivo non è stupire ma stimolare.

Nel testo parli dell’Italia del futuro. Come immagini il futuro dell’Italia?

Io vorrei fosse chiara la differenza tra progresso ed evoluzione. “Sembra il medioevo più smart e più fashion”, abbiamo mille tecnologie e siamo ancora a parlare dell’aborto. Un mondo retrogrado che manda l’uomo su Marte, che intendiamoci non è che non lo dobbiamo fare, ma ci sono argomenti un pochettino più stringenti da sviluppare.

E i tuoi live invece come saranno nel futuro?

Ripartiremo da dove ci siamo interrotti, so che non sarà immediato ma saremo pronti a farlo anche in condizioni non ideali. Poi quando ripartirà un tour vero e proprio ci sarà probabilmente anche un altro disco quindi ripenseremo un po’ tutti, ma il filo conduttore sarà sempre il divertimento.

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Adalberto Piccolo
Adalberto Piccolo
Responsabile editoriale, responsabile della comunicazione, responsabile social media. Ma comunque poco responsabile. "Il Mondo non è perfetto: in un mondo perfetto Mark Chapman avrebbe sparato a Yoko Ono".

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