La rivoluzione di internet nel mondo della musica (e non solo)

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La rivoluzione di internet nel mondo della musica (e non solo)

Musica e internet

Internet ha letteralmente rivoluzionato il mondo della musica nel corso dei decenni. Grazie alla rete, ad esempio, è cambiato il modo di produrre musica. Pensiamo al modello introdotto dalla cosiddetta musica digitale che è stata capace di stimolare lo sviluppo di diverse industrie – non a caso si parla di «distruzione creatrice», ovvero di un processo di mutamento industriale che rivoluziona la struttura economica dall’interno, distruggendo la vecchia e creandone una nuova – tra cui quelle atte alla commercializzazione di prodotti hardware sempre più tecnologici, come lettori mp3, smartphone o tablet.

Il digitale è entrato nella musica a partire dal XXI secolo ed ha avuto un impatto forte sui fatturati delle principali etichette discografiche, come si evince dal “Global Music Report 2016“, realizzato da IFPI in collaborazione con Nielsen, che descrive lo stato del mercato della musica in tutto il mondo, mettendo in evidenza l’innovazione e gli investimenti nel settore.

Col tempo sono nati diversi servizi da utilizzare durante tutto l’arco della giornata, magari durante il momento dedicato ai social oppure alle scommesse sportive. Pensiamo ad esempio a Spotify, Amazon Music e YouTube. Piattaforme che, purtroppo, hanno conosciuto anche la piega dell’illegalità grazie allo sviluppo di numerosi programmi fuorilegge che hanno consentito di ascoltare musica gratis in qualsiasi momento della giornata, a discapito degli artisti e delle case produttrici.

Dal punto di vista numerico e dell’impatto Spotify ha rivoluzionato il mondo della musica digitale o, più in generale, il concetto di musica. L’ormai ex startup è stata fondata in Svezia nell’ottobre del 2008 da Daniel Ek e Martin Lorentzon, supportati da tre grandi investitori. Si tratta di una piattaforma che offre un servizio di streaming musicale, sulla quale sono fruibili milioni di brani di diverse case discografiche ed etichette indipendenti, con un catalogo in continuo aggiornamento.

Come qualsiasi altra nuova azienda che prova ad immettersi in un mercato estremamente competitivo come quello musicale, il percorso di Spotify è stato lungo e colmo di insidie, rappresentate dai competitor già affermati, come iTunes, Amazon e Google, e dalle reazioni contrariate dell’industria fonografica e dei media, ma resta in continua crescita: già nel 2014 era stato raggiunto il valore complessivo di 4 miliardi di dollari. Nel gennaio 2018, invece, sono stati annunciati i 70 milioni di utenti Premium, molti di più dei 27 milioni di Apple Music.

Sulla scia di Spotify nasce Musical.ly, antenata di TikTok. È un’app che gli iscritti utilizzavano per condividere i loro video mentre cantavano, in playback, le canzoni preferite; per il resto feature e funzionalità erano in tutto e per tutto simili a quelle di un più tradizionale social network: c’era una community che commentava, che poteva mettere like o condividere a sua volta il video e c’erano anche Musers diventati delle vere e proprie star e che si comportavano da influencer se si guardava alla formazione dei gusti musicali dei più piccoli.

Il successo delle canzoni grazie ad internet

Il web ha anche cambiato il modo di approcciarsi al successo. grazie alla rete, infatti, una canzone può essere conosciuta ed ascoltata in qualsiasi angolo della Terra. Pensiamo a Jerusalema che grazie ai social è diventato un tormentone mondiale. La canzone è stata trainata da TikTok fino a diventare un vero e proprio caso mondiale. Grazie all’algoritmo del social cinese il brano è schizzato in cima ai trend del momento e alle classifiche dei più ascoltati su Spotify. Jerusalema, un tormentone a sorpresa e a scoppio ritardato, è del musicista e produttore africano Master KG – noto anche per essere tra i pionieri della danza Balobedu, tipica dell’omonima tribù bantu del Sudafrica -, in collaborazione con Nomcebo. Cantata in lingua venda, una dialetto anch’esso originario del Sudafrica, è un’ode alla città di Gerusalemme, in quanto simbolo di spiritualità.

Su sonorità gospel combinate al ritmo dance, la hit è una sorta di preghiera, il cui testo nel ritornello recita: «Gerusalemme è la mia casa / Guidami / Portami con te / Non lasciarmi qui». La canzone è poi accompagnata da un balletto ipnotico, che sta spopolando non solo online.

Insomma, basta un po’ di fortuna e l’immancabile talento per avere successo in modo inaspettato e clamoroso ai tempi di internet e dei social network. Oltre al fenomeno Jerusalema, infatti, sono molti i brani che hanno goduto della spinta dei social nel proprio percorso verso un successo globale e forse inatteso.

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