Guappecartò: “La nostra musica arriva dalla gente, anche senza parole” – INTERVISTA

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Guappecartò: “La nostra musica arriva dalla gente, anche senza parole” – INTERVISTA

Guappecartò

foto di Sara Sgrò

I Guappecartò sono un quintetto strumentale nato a Perugia ed emigrato a Parigi. Hanno pubblicato il nuovo albumSambol – Amore Migrante”. Il destino ha fatto incontrare a Gubbio due degli attuali membri del gruppo in una liuteria. Hanno catturato l’attenzione dell’attrice Madeleine Fisher che li ha chiamati per la colonna sonora del suo film “Uroboro” e nel giro di pochi mesi hanno iniziato la loro traversata musicante verso Parigi con pochi spicci per fare benzina, racimolati con piccole esibizioni per strada. Dal loro esordio, i Guappecarto’ hanno pubblicato quattro album (“Rockamboles” è diventato colonna sonora del film “Gatta Cenerentola”, vincitore di 2 David di Donatello e di Ciak d’Oro), si sono trasferiti a Parigi e si sono esibiti in più di 1500 concerti in tutta Europa.

Come vi siete incontrati?

È successo tutto in una valle incantata in Umbria, nel 2004. In Val di Chiascio, abitava Madeleine Fisher: è stata lei la scintilla che ha dato alla luce i Guappecarto’. Madeleine cercava musicisti, cantanti e attori, per realizzare una fiaba musicale. Così, nel suo agriturismo, ad un certo punto comparvero un gruppo di persone. In questo gruppo c’erano anche i futuri Guappecarto’. Scrivevamo le musiche per i testi che lei scriveva. Queste canzoni venivano in seguito cantate , durante le prove da lei, ma la creazione delle musiche veniva fatta per strada, da un fisarmonicista, un violinista, un chitarrista e un contrabbassista, nonché dalla prima formazione dei Guappecarto’. Quando suonavamo per strada si fermava molta gente e il nostro cappello si riempiva di soldi. In quel momento capimmo che la nostra musica arrivava alla gente, anche senza parole.

Vi siete presi subito? Cosa vi lega in particolare?

Ci siamo presi prima di subito. Venivamo da diversi trascorsi musicali, ma ci ha legato subito la voglia di dedicare tutta la nostra vita a questo gruppo.

C’è sempre il cinema nel vostro percorso musicale. Che rapporto avete con questo tipo di espressione artistica?

Il cinema è uno di nostri sogni più grandi. Abbiamo partecipato a diversi film, ma non abbiamo ancora scritto una musica originale, espressamente per un film. Speriamo arrivi presto questa possibilità.

Come ci si approccia alla scrittura di una colonna sonora? Più o meno interessante di un disco in studio?

Ogni lavoro è diverso. Un disco da un altro, un live, una musica per il teatro, una canzone. Quello che spesso cambia è il tema scelto o la fonte d’ispirazione.

Vi siete trasferiti a Parigi, che differenze con la scena musicale italiana?

Parigi ha rappresentato per noi una grande scuola. Quando siamo arrivati la prima volta eravamo sconvolti dalla proposta musicale, sia per numero di concerti, sia per generi diversi di musica. L’eterogeneità e la quantità di concerti fanno di Parigi e della Francia un luogo dove la cultura è onnipresente e rappresenta per la gente una necessità, senza la quale è impossibile vivere.

Come nasce “Amore migrante”?

Nasce all’improvviso. Nasce dall’amore di una figlia. Da una semplice richiesta. Abbiamo fatto rivivere dei brani di un compositore sconosciuto. Abbiamo vissuto con Vladimir Sambol giorno e notte, cercando di dare nuova vita a dei brani di quasi un secolo. È stata una delle esperienze più forti della nostra vita.

Raccontatemi l’incontro con Sambol, prima l’artista e poi la figlia, che è la sua testimonianza terrena

La prima volta che abbiamo incontrato Vladimir Sambol è stato attraverso una registrazione di sua figlia. Mirjam aveva suonato al piano 5 brani del padre. Registrati in casa, senza pretese. In questo modo si sono presentati a noi subito i due elementi: le composizioni di Vladimir e l’amore di sua figlia, il tutto raccontato attraverso delle note di piano. Le prime prove per l’album le abbiamo fatte a casa di Mirjam, circondati da foto di Vlado. Ogni tanto, quando non eravamo sicuri di qualcosa, guardavamo la sua faccia nelle foto, cercando una sua opinione. E spesso ci sorrideva.

Ricorre il tema dei migranti nella vostra storia e nella vostra musica. Qual è il vostro pensiero e le vostre esperienze?

Anche noi siamo dovuti partire dal nostro paese. Non certo per ragioni legate alla guerra, ma più che altro per una “sopravvivenza culturale”. Altrimenti non so se oggi sarebbe ancora esistito il nostro gruppo. Quanto questo viaggio ci abbia nutriti è difficile da spiegare, forse è più facile da ascoltare.

E ancora oggi il viaggiare continua a nutrire la nostra musica. Noi sentiamo il bisogno di confrontarci, di scambiare e di imparare da altre culture. Dalla fusione di culture diverse sono nati generi musicali che hanno lasciato un segno indelebile nella storia della musica. I popoli hanno trovato nella musica il modo di convivere in maniera pacifica, perché non possiamo farlo anche nella vita reale?

Avete fatto oltre 1500 live, cosa vi resta di tutte queste esperienze?

Tanto affetto. Il live resta un qualcosa di insostituibile, di irriproducibile e di inenarrabile. È una fortuna per la gente e per i musicisti.

Cosa volete che il vostro pubblico capisca delle vostre opere?

Noi raccontiamo storie senza parole. A volte aiutiamo il pubblico raccontando una storia prima di un brano. Non bisogna capire la nostra musica, bisogna viverla.

Cosa è rimasto della vostra italianità e cosa portate in giro quando suonate?

Innanzitutto, l’estetica… E poi soprattutto, il senso della melodia. L’italianità è insita in noi, si vede e non si spiega. La gente se ne accorge subito e per questo si affeziona subito, sin dalla prima nota live.

Ora che farete? Live? Nuovi progetti?

Ora portiamo in giro Vlado, il più possibile e in più luoghi possibili. Nel frattempo, stiamo iniziando a lavorare al nostro prossimo album, con brani originali.

L’album “Sambol – Amore Migrante” è dedicato a Vladimir Sambol, compositore degli anni ’30 nato a Fiume ed emigrato in Svezia dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il progetto discografico contiene infatti 9 rivisitazioni delle opere del musicista, dove la scrittura è stata in alcuni casi fedelmente rispettata, in altri invece è servita a sviluppare brani profondamente diversi dall’originale a favore di una ricerca sonora inedita e atipica per il quintetto. Il disco nasce dall’incontro con la figlia di Sambol, Mirjam Sambol Aicardi, che rimane impressionata dai live dei Guappecarto’, invitandoli a ripercorrere il repertorio del padre.

Il nome nasce dall’insulto napoletano “guappi di cartone”, che si usa per indicare chi si dà delle arie e fa le cose come fosse un “boss”, credendo di essere chissà chi, quando in realtà non è che tutta apparenza, “una sagoma di cartone”. Guappo è una parola che deriva dallo spagnolo, vuol dire “bello”, ma in italiano ha preso una definizione diversa: colui che fa paura, l’affiliato alla mafia. Il peggiore insulto per queste persone è dire che sono di “cartone”. L’apparenza del gruppo è quella di guappi, con tanto di giacca e cappello da mariuoli. La gente si spaventa, poi capisce che sono “di cartone”.

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