Con resilienza e un “Me ne frego” dentro al cuor: Sanremo 2020, il Festival che vuole essere sovranista (ma non ci riesce)

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Con resilienza e un “Me ne frego” dentro al cuor: Sanremo 2020, il Festival che vuole essere sovranista (ma non ci riesce)

Sanremo 2020

Sanremo è una grande festa sgangherata e insieme una fiction che ogni anno racconta lo stato di salute del Paese, senza l’ambizione di rispecchiarlo. È una memoria che tutte le volte celebra il suo perpetuarsi. Avere paura del Festival di Sanremo significa avere paura della propria ombra: ombra di un rito fondativo, di una canterina sventatezza nazionale, di una coscienza identitaria“. Questo scriveva Aldo Grasso quasi un decennio fa sul Corriere della Sera e questo è, volenti o nolenti, il Festivàl della Canzone Italiana: un enorme, gigantesco, inappellabile amplificatore di tutti i sentimenti, le isterie, le baldanze e i sussulti del belpaese, anzi della pancia del belpaese. “La sconfitta delle élite culturali, delle minoranze autocompiaciute, di quelli che soffrono di mal di metafora“: praticamente una roba populista di default, col pubblico che diventa popolo (ricordate le stories di Ultimo dell’anno scorso?), il cast che diventa il manuale Cencelli e gli ospiti sottoposti al giudizio sommario e preventivo dei giudici della strada. E poi, distrattamente, anche le canzoni, che nei desiderata della vigilia, di tutte le vigilie, devono essere sempre le uniche protagoniste salvo poi diventare contorno di outfit, polemiche, dichiarazioni politiche e chi più né ha più né metta.

Intendiamoci, è sempre stato così, e chi urla da una parte e dall’altra che “mai si era vista una censura/lottizzazione di questo livello” non sa di cosa parla o ha perso completamente la memoria a lungo termine. Figuratevi che nel 1957 i deputati missini presentavano interrogazioni parlamentari contro Claudio Villa,  e per rimanere sulla stessa falsariga della polemica del giorno, il ritapavonegate, diatribe sui cantanti selezionati ci furono pure nel 2005 (con Franco Califano e Marcella Bella visti dai noncosìbenpensanti come sdoganamento dell’ultradestra nel festival berlusconiano by Bonolis e Del Noce. Cioè Franco Califano, uno dei più grandi poeti della nostra musica leggera, e loro si indignavano..) e nel 2013 (con gli Almamegretta assurti a simbolo del new renzismo plutogiudaico di Fazio, roba che Raiz ancora ride). Per non parlare delle urla e degli strepiti sugli ospiti, dall’esclusione di Vianello e Tognazzi nel 1962 al rifiuto di Troisi nel 1981, passando per Grillo, Benigni, Crozza (che cercò il suicidio artistico imitando Berlusconi a pochi giorni dalle elezioni, fischiatissimo) e ancora Benigni, ma senza scontri perché Dante è una cosa, la patonza un’altra.

Insomma, di polemiche di bassa lega ne è piena la storia di Sanremo, soprattutto politiche ma non solo (chi dimentica l’evergreen “ecco cosa fanno con i soldi di noi contribuenti”? Arriverà anche quest’anno, non preoccupatevi) e non potrebbe essere altrimenti in un contenitore metafisico come il festival, un luogo della memoria, l’unica entità appartenente a pieno titolo della categoria gramsciana del nazional-popolare. Sanremo è la pancia d’Italia che rutta canzoni, tra un succo gastrico e una contrazione. E la cosa miracolosa è che le canzoni in generale sono anche belle (in media), rimangono nella memoria del paese, colorano i decenni e ne diventano i simboli, gli “inni generazionali”.

Sono quelle che più rappresentano il periodo storico che viviamo (“Terra Promessa” poteva essere scritta solo negli anni ’80, così come “Occidentali’s Karma” è la sintesi di questi ruggenti anni ’10), più dei governi, più degli ospiti, più dei conduttori (non delle scenografie, we miss you scritta del Totip). E sono l’unica cosa che rimane dei festivàl, che di ospiti e tensioni dopo tre giorni non frega più niente a nessuno.

Quindi passeremo anche le polemiche degli ultimi giorni e di quelli che verranno: l’ultima, tra le più surreali, vuole il “Me ne frego” di Achille Lauro fascista quanto quello del duce: conoscendolo direi che non c’è proprio alcun dubbio (a scanso d’equivoci, sono ironico). Ecco se il sovranismo italiano è rappresentato da Rita Pavone e Achille Lauro è messo decisamente male, diciamocelo.

Un giorno parleremo del fatto che a forza di gridare sempre al fascista poi i fascisti ce li stiamo mettendo sul divano, ma non è questo né il luogo né il tempo; quello che emerge è però l’enorme, gigantesca decadenza che caratterizza queste polemiche su tutto ed il contrario di tutto, questo fondamentalismo strisciante di chi vorrebbe essere antifondamentalista, l’esercito di preti come l’ha chiamato Gipi in una magnifica metafora che userò sempre più spesso. Una volta c’era Giuliano Ferrara che tirava le uova in televisione a Benigni, e a tutti sembrava avanspettacolo. Oggi Capezzone insulta su twitter Rula Jebreal, la Rai la invita, la cancella e poi fa marcia indietro e il popolo dei social insorge. Forse l’avanspettacolo non era poi così male..

Sanremo 2020 – I 24 brani | Considerazioni e pronostici

Ecco i 24 brani, con i rispettivi interpreti, di Sanremo 2020 rigorosamente in ordine alfabetico

Achille LauroMe ne frego

Alberto UrsoIl sole ad Est

AnastasioRosso di rabbia

Bugo e MorganSincero

DiodatoFai rumore

Elettra LamborghiniMusica e il resto scompare

ElodieAndromeda

Enrico NigiottiBaciami adesso

Francesco GabbaniViceversa

Giordana AngiCome mia madre

Irene GrandiFinalmente io

Junior CallyNo grazie

LevanteTiki bom bom

Le VibrazioniDov’è

Marco MasiniIl confronto

Michele ZarrilloNell’estasi o nel fango

Paolo JannacciVoglio parlarti adesso

Piero PelùGigante

Pinguini Tattici NucleariRingo Starr

RancoreEden

Raphael GualazziCarioca

RikiLo sappiamo entrambi

Rita PavoneNiente (resilienza ’74)

ToscaHo amato tutto

Tanti esordi, tanti giovani, un po’ di rap, un po’ di talent, qualche vecchia gloria e cantautori interessanti: insomma un cast col bilancino, come negli ultimi anni, attento al mercato discografico (più o meno) e alle tendenze giovanili (in quota indie i Pinguini Tattici Nucleari tentano la strada Stato Sociale, mentre Levante guida la riscossa Warner dopo la debacle tra le nuove proposte) ma anche al pubblico di Rai1 che conosce sicuramente di più Zarrillo e Rita Pavone di Rancore e Junior Cally (un cast veltroniano, altro che sovranista!)

Ancora poche le indiscrezioni sugli autori dei brani: per certo sappiamo che Irene Grandi può fregiarsi della firma prestigiosa di Vasco Rossi, mentre l'”Andromeda” di Elodie è scritta dal vincitore in carica Mahmood. Grandi aspettative, almeno personali, su Gualazzi (che a Sanremo ha sempre fatto bene) Diodato e la coppia folle Bugo & Morgan, mentre l’esordio del non più giovanissimo Piero Pelù desta più di qualche curiosità.

Per quanto riguarda i favoriti, prima dei pre ascolti della prossima settimana si naviga a vista. I bookmakers per ora vedono favoriti Francesco Gabbani e Alberto Urso ma con quote ancora alte (6,25-6,50). Tra i meno quotati Junior Cally (51) e Rancore (41). Ecco, se avete 5 euro da buttare metteteli sull'”Eden” di Rancore: siamo sicuri che il rapper più bravo d’Italia porterà sul palco dell’Ariston un pezzone.

 

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Adalberto Piccolo
Adalberto Piccolo
Responsabile editoriale, responsabile della comunicazione, responsabile social media. Ma comunque poco responsabile. "Il Mondo non è perfetto: in un mondo perfetto Mark Chapman avrebbe sparato a Yoko Ono".

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