SZIGET 2019, se esiste un Dio della musica abita all’isola di Obuda (o almeno ci va in vacanza) – REPORTAGE

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SZIGET 2019, se esiste un Dio della musica abita all’isola di Obuda (o almeno ci va in vacanza) – REPORTAGE

Sziget 2019

foto Bodorkós Máté / Rockstar Photographers

Da qualche anno ormai il mese di agosto è diventato tempo di pellegrinaggi. I più mistici puntano verso ovest, direzione Finisterre, 800 km un passo dopo l’altro per poi tuffarsi nell’oceano purificatore, non prima di aver bruciato gli abiti vonci e puzzosi del lungo cammino.

I più festaioli (magari più profani ma mistici in egual misura) scelgono invece l’est, lì dove l’austerità di imperi che furono e la durezza di democrazie popolari più recenti lasciano spazio ad un’oasi di amore, libertà e completa locura in un minuscolo fazzoletto di terra sul Danubio: un porto franco, quasi un enclave woodstockiana nel bel mezzo dell’Ungheria nazionalista di Orban. E’ l’Obudai Sziget, l’isola di Obuda, famosa per delle rovine romane (siamo arrivati proprio dappertutto eh) e per la rassegna che da 27 edizioni attrae giovani e non nella capitale magiara.

Sziget 2019

foto: Rockstar Photographers

Lo Sziget Festival per l’appunto, nell’isola dell’amore e della libertà. 7 giorni e 7 notti di musica, arti, balli, spettacoli, laboratori, cucine tradizionali, amicizie, innamoramenti, follie collettive e cazzate individuali: in poche parole, una figata assoluta. Nato nel 1993 come contenitore per musicisti emergenti ungheresi, in questi 26 anni è riuscito a diventare il punto di riferimento di un paio di generazioni, arrivando nell’edizione 2019 ad ospitare 530.000 persone (sì, avete letto bene, 530mila) e una line up da urlo, con alcuni dei concerti più attesi dell’estate musicale europea.

Quest’anno ho avuto il piacere e la fortuna di partecipare a tale straripante manifestazione di gioia, e non posso negare di esserne stato entusiasta: mi aspettavo grandi cose e grandi cose ho trovato. Specie per quanto riguarda l’atmosfera, semplicemente indescrivibile per chiunque non sia stato qui o ad un evento simile. Proverò a raccontarla, attraverso un mini diario dei miei (purtroppo soli) tre giorni in quel paradiso che è l’isola di Obuda in pieno agosto.

Sziget 2019

foto di Bodorkós Máté / Rockstar Photographers

Sziget Festival 2019 – Primo giorno (domenica 11 agosto)

Entrare allo Sziget regala una sensazione unica, quasi straniante, di certo emozionante: un ponte da attraversare, da una parte le architetture incazzate di un modernismo post-sovietico, le superstrade a venti corsie, gli Auchan globalisti e i tassinari baffuti; dall’altra la festa, la libertà, l’attesa del piacere che non è essa stessa il piacere, altro che cazzi, datemi il piacere, il braccialetto e fatemi superare i controlli di sicurezza.

Sziget

Foto: Koncz Márton – Rockstar Photographers

Il ponte è una fiumara di gente che entra e esce dall’isola a tutte le ore e tutti i giorni, tanti ungheresi ma altrettanti italiani, francesi, olandesi (i più molesti di tutti, oramai sono leggendarie le loro gesta alcoliche e non solo) e qualsiasi altra nazionalità vi venga in mente. Tutti allegri, tutti sorridenti, nell’isola non c’è spazio per la gente incazzata.

Superato il metal-alcool detector (oltre ai cani della finanza ungherese, non sempre presenti ma ecco, io non me la rischierei.. non di nuovo!), al di là del ponte, la vita. Il nirvana. Il paradiso di chi ama/lavora/vive per la musica, un intero villaggio dove le note risuonano 23 ore su 24, dove c’è sempre un palco piccolo o grande che sia dove ascoltare, ballare, scoprire o addirittura creare musica.

Sbarcando nell’isola magica la prima cosa che si nota è che non si ferma proprio mai. Anche alle 6 del mattino, momento in cui metto ufficialmente piede per la prima volta nella mia vita allo Sziget Festival.

Sziget 2019

foto di Rockstar Photographers

Un sound poco riconoscibile in lontananza, gente che torna in tenda, gente che va in spiaggia (sì, perché c’è pure una spiaggia allo Sziget, e ci si può pure fare il bagnetto nel bel Danubio blu, che di certo non è blu e neanche poi così bello), gente che vive! E non credete alla pubblicistica del festival dello sbando e cazzate simili, anche alle 6.00 la percentuale di salutisti, famiglie, amanti del saluto al sole e simili è molto maggiore di quella degli sbandati, che comunque ci sono, per carità, siamo allo Sziget non a Finisterre.

Non ho tende da sistemare, perché in un anelito di borghesia ho optato per la casetta in legno nel campeggio riservato, scelta che probabilmente farà arricciare il naso ai puristi del festival ma che mi eviterà risvegli sudati e invasioni di formiche per tutti i giorni di permanenza (casetta scroccata ad amica and family, perché anelo ma rimango comunque con le pezzealculo). Lanciata la valigia sul letto mi infilo le infradito e mi fiondo nella spiaggia, curioso di scoprire sulla pelle quella sensazione di comunità mista a felicità mista a sporco di cui tutti mi parlano da anni. E non rimarrò deluso.

Sziget

foto: Kristóf Hölvényi /Rockstar Photographers

L’atmosfera della spiaggetta è tranquilla, figlia dei bagordi dei giorni precedenti e dalla voglia di sole che caratterizza da sempre l’essere umano. C’è chi gioca a racchettoni, chi si immerge nel fiume, i più flemmatici giocano a carte (ne ho viste di tutti i tipi ma le piacentine rimangono le più belle) e gli sportivi si lanciano nell’urban dance o nello yoga sotto il tendone. Aria di vacanza, e ci sta pure la birretta di prima mattina, la prima di una lunga serie ininterotta durata tre giorni.

Decido di esplorare l’isola, mangiare qualcosina e capire dove sono i palchi che mi interessano, scoprendo sulla mia pelle che è completamente impossibile conoscere Obuda nella sua totalità, specie sotto al sole. Le location sono pressocché infinite, e già verso le 12.00 si comincia a ballare, a fare capoeira o a riscoprirsi artisti disegnando magliette e creando quadri e non solo. Ad ogni angolo c’è qualcosa da fare o in alternativa un’area camping arrangiata sotto qualche albero. C’è pure un supermercato, praticamente inaccessibile per la ressa perpetua, un tabaccaio (con poco senso del ridicolo, vista la richiesta di mostrare un documento a me che assomiglio più a un pensionato che ad un teenagers, ma i controlli son controlli e ce li accolliamo) e una quantità assurda di cibo da tutte le parti del mondo.

foto di Bodorkós Máté / Rockstar Photographers

Cercherò di mangiare il gulasch per tre giorni, rinunciando sempre a causa di lunghe attese (almeno 45 min) e dirottando la mia fame in classici hamburger, esotici assaggini thai e la sempre attuale pizza. Senza dimenticare l’immancabile birra Dreher, poco più costosa e leggermente più appetibile dell’acqua minerale (fino alla decima, poi il senso di nausea prende il sopravvento).

Quasi per caso si finisce sotto il palco principale, il Dan Panaitescu Main Stage, il cuore pulsante dell’isola, vero centro attrattore in cui convergono tutte le strade, tutte le storie, tutti gli appuntamenti mancati. Di giorno fa impressione: una distesa desolata di terra rossa, arsa dal sole e da migliaia di piedi che l’hanno battuta nei giorni precedenti, con due mega ventilatori che sparano acqua nebulizzata ai passanti e ai fan che cominciano ad accalcarsi sotto al palco, in attesa che comincino i concerti, alle 16.00. Tyla Yaweh apre le danze, aspettando Honne, Years & Years e soprattutto il protagonista della serata, Post Malone, che attaccherà con le sue barre alle 21.00 e spiccioli. Ma c’è ancora tempo, quantomeno per scoprire altri angoli, godersi la poesia del luogo e, soprattutto, bere bere e bere di nuovo.

Su consiglio dei veterani (ossia della gente che era lì da qualche giorno) decido di esplorare Budapest, convinto che “nei prossimi giorni sarà impossibile, meglio andarci oggi”. Il mio giretto turistico si ferma di fronte all’Auchan appena fuori dell’isola, dove di fronte a me si apre uno spettacolo meraviglioso: un dj-set improvvisato, tornei di beer-pong con lo Jagermaister, gare coi carrelli.. ecco dove sono tutti gli sbandati che ancora non avevo incontrato!

 

Si socializza in tutte le lingue del mondo, e nonostante quello che pensiamo di noi stessi, gli italiani sono sempre tra i più amati. Ci si scola al volo quello che ci si sta bevendo, si addenta un panino e ci si fionda verso i concerti serali, prima che la folla dei locals intasi l’ingresso principale. C’è Post Malone nel main stage, ma prima di lui è imperdibile il live di Protoje and the Indiggnation, tra i più cazzuti e bravi interpreti del nuovo reggae, quelli che più di tutti hanno portato la cassa dritta nel roots. Lo show è nel Mastercard Stage by A38, un enorme tensostruttura dove dalle 17.00 fino alle 5.00 del mattino si pompano beat a profusione, tra trance, elettro-pop e reggae per l’appunto.

Sziget 2019

foto: Bodorkós Máté / Rockstar Photographers

Una delle particolarità di questi festival è che il concerto non è il cardine di tutto l’appuntamento, è solo una tappa, una delle tante in una giornata/serata densa di cose imperdibili da fare. Non una rassegna all’italiana diciamo, dove il palco centrale ed il concerto delle 21.00 è imprescindibile nell’economia dell’evento, proprio no: qui il concertone si può pure dimenticare, vista la quantità innumerevoli di spettacoli a disposizione di tutti.

Accade così che, rapito dal groove di Protoje, al concerto di Post Malone ci arrivi dopo mezz’ora dall’inizio, o meglio a un’ora dalla fine. Poco male: il giovane rapper di Syracuse non è di certo nella sua serata più ispirata, e vista la quantità abbondante di basi registrate utilizzate il concerto sarebbe stato lo stesso anche se fosse rimasto negli USA. Complimenti comunque al produttore ed al fonico.

Finito il concerto mi faccio trascinare in uno spettacolo di ballo acrobatico al Magic Mirror, dove i Sunset Motherfucker saltavano da una parte e dall’altra facendo esplodere il pubblico. Suggestivo per carità, ma la voglia di esplorare è ancora tanta, ed il sonno ancor di più, quindi dopo una rapida puntatina alla Bacardi Arena per ascoltare la psicotrance del duo israeliano Vini Vici mi dirigo verso la casetta di legno, agognando qualche ora di sonno prima della non stop definitiva.

Sziget Festival 2019- Domenica 11 agosto | Gallery

foto di Rockstar Photographers

Sziget Festival 2019 – Secondo Giorno (lunedì 12 agosto)

Il mattino ha l’oro in bocca e la fame nello stomaco, ampiamente saziata da dolcetti ungheresi ciccionissimi. Nonostante i timori la casetta in legno ha retto bene all’impatto dei raggi del sole, quindi la mia sveglia è stata ampiamente ritardata e addirittura freschetta. I bagni del campeggio, essendo oramai il sesto giorno di festival, sono più simili a latrine che a toilette, e quella puzza di piscio che ti entra dritta dritta nell’ipofisi accompagnerà le restanti ore di villeggiatura come un piacevole ricordo dell’estate.

Sziget 2019

foto di Major Kata – Rockstar Photographers

Il programma prevede numerose frikkettonaggini di mattina, una ricca astinenza da thc (eh sì perché le droghe ci stanno, e la maxi retata di quest’anno sta lì a dimostrarlo, ma di canne neanche a parlarne), un’altrettanto ricca assuefazione alla birra Dreher, a pranzo un panino e poi tanta musica fino a tarda notte. Nonostante qualche piccola variazione, rispetteremo il piano.

Prima tappa l’Art Zone, dove le mia amiche-coinquiline avevano preso appuntamento per serigrafare delle magliette. L’Art Zone altro non è che un enorme pratone, dove disseminati si possono trovare gazebini nei quali dipingere, serigrafare, colorare.. creare. E fuori sul prato installazioni che vanno dal kitsch al post-post-moderno, tra divanoni di plastica giganti e rottami industriali che diventano arte. Mi soffermo nell’area del suono, dove attraverso alcuni pezzi di bici e sfruttando l’energia delle pedalate si producono suoni inaspettati. Rimango rapito da questo connubio ciclistico-musicale, fin quando una ragazza dello staff mi da uno stetoscopio e mi fa ascoltare il rumore della ruota che gira. Impressionante. Un oceano di microsuoni, di ritmiche affascinanti compresse tra la camera d’aria ed il pignone della bici. Da rimanerci con la faccia inebetita per qualche minuto, come effettivamente faccio.

Ripresomi dal momento autismo vado verso il Lightstage, il palco degli italiani all’ingresso del campeggio degli italiani. Alle 15.00 suona Pop X, e visto il mio apprezzamento per la sua musica lo vado a sentire. Il sole a picco non smorza la voglia di fare festa degli italiani, e così pure in pieno pomeriggio si beve e si socializza, stavolta tra conterranei. Il buon Davide Panizza è bello fomentato, e così anche se il sound che esce dalle casse non è proprio così pulito l’energia che ci mette conquista tutti.

Subito dopo è tempo del circo, con l’esibizione dei Circus Abyssinia e del loro Ethiopian Dreams: anche qui è difficile non rimanere a bocca aperta, anche per uno come me che non adora di certo il genere.

Sziget 2019

foto di Kata – Rockstar Photographers

Le contorsioniste fanno cose inimmaginabili, alcune quasi disgustose, altre quasi erotiche. Gli equilibristi invece zompano e rizompano senza mai fermarsi, con qualche scivolone ma chissenefrega. Un bello spettacolo, in un tendone la cui temperatura sfiorava però i 50 gradi.. impossibile resistere più di un’ora.

Il tempo di tornare al campeggio per farsi (finalmente) una doccia e mangiare una sciocchezza al volo e via verso il Main Stage, dove è prevista una delle performance più attese di tutta la settimana, quella di Florence + The Machine. E l’attesa sarà ben ripagata. Eterea e sensuale come solo lei sa essere, Florence Welch entra accolta da un mega boato di un’arena completamente piena.

Sziget 2019

foto di Rockstar Photographers

Si parte con i brani del nuovo album “High as hope“, “June” e “Hunger“, per continuare con le hit meno recenti, in un crescendo dall’intimismo di “Patricia” al fuoco di “Dog days are over“, brano sul quale tutta la platea si scatena, e Florence sul palco con la segue. E’ una leonessa, piedi scalzi, abito lungo e trasparente, infermabile da una parte all’altra dell’enorme passerella “Ora però mettete in tasca i cellulari, godiamoci il momento, non condividiamo subito tutto sui social” sussura. Proclama nel vuoto chiaramente, ma ci sta, perché il momento andrebbe davvero vissuto attimo per attimo, godendo il senso di comunità che trasmette la rossa londinese semplicemente respirando, ritmando il suo sospiro sulle note dei suoi musicisti.

La doppietta “You Got the Love” – “Cosmic Lovepotrebbe essere il sottofondo ideale per l’isola dell’amore, e infatti lo è, proiettando tutta la serata in un’atmosfera quasi magica, onirica, favolosa. Si chiude con “Big God” e l’immancabile “Shake It Out“, e alla fine viene voglia di dire che cazzo, questo sì che è un concerto, altro che Post Malone!

Non si fa in tempo a riprendersi dalla botta che la voglia di vita pervade tutti, trasformando in pochi attimi il main stage in terra di nessuno. Forti del nostro materassino a forma di ghiacciolo, non possiamo che rivolgere le attenzioni all’italianissimo Dj Ghiaccioli e Branzini, on stage al Global Village dopo un concertone di musica gitana dei Parno Graszt. Accenni di folk dance, un po’ di cassa dritta e dopo qualche ora e più di qualche drink via alla Samsung Arena, dove Paul Ritch pompa duro fino a tarda notte. Ricordi, pochi, glitter tanti, dovunque. Quando poi arrivano le prime luci dell’alba il letto, più che una necessità, diventa una salvezza.

Sziget Festival 2019- Lunedì 12 agosto | Gallery

foto di Rockstar Photographers

Sziget Festival 2019 – Terzo Giorno (martedì 13 agosto)

Il ritorno porta addosso mal di testa e mal d’anima, e se poi è programmato proprio nel pieno dell’ultima notte di festival è pure peggio. Inoltre, come regalo d’addio, l’isola di Obuda ci regala fin dalle prime ore del mattino un tempo che i meteorologi ungheresi definiscono in linguaggio tecnico “di merda“. Vento, nuvoloni neri, tuoni e lampi, temperature bruscamente in calo. Gli altoparlanti dell’isola ripetono a loop in lingue diverse che il programma non subirà modifiche, nonostante il possibile temporale. “Oggi ci si diverte, pronti al proverbiale fango dello Sziget” si sente in giro con sempre più terrificante frequenza, ma tranne qualche gocciolina Giove Pluvio risparmierà l’isola fino all’ultima nota di Dave Grohl.

Sziget 2019

photo: Kristóf Hölvényi /Rockstar Photographers

Il programma dell’ultimo giorno di festival è simile per quasi tutti i 530mila isolani: un po’ di nostalgia in anticipo, l’ansia di portare a casa qualche ricordo della settimana (i più squattrinati raccogliendo la plastica e convertendola in gadget negli appositi stand, i più fagiani facendosi fregare col cambio fiorino-euro per qualche calzino ricamato, io in entrambi i modi) l’attesa spasmodica per l’evento serale, il mega concerto atteso da tutti, il live dei Foo Fighters. E in mezzo, l’esigenza di ripararsi nel caso arrivi il tifone a lavare i nostri peccati.

Dopo una mattinata a base di capoeira, yoga ed esercizi di equilibrismo, per anticipare la pioggia che sembra ormai imminente decidiamo di mangiare una sciocchezza sotto qualche tettoia (e dovrò rinunciare definitivamente al gulash, anche in questo caso terminato) per poi tornare al campeggio, salutare i funghi delle docce, preparare le valige e vivere le ultime ore di musica al massimo. Sulla strada di casa veniamo attirati dal sound dei nostri amici Bowland, ospiti sul Lightstage. e quindi ci fermiamo per bere una birra e sentire un po’ le evoluzioni lounge del gruppo che tanto avevamo apprezzato all’ultimo X-Factor. Veniamo totalmente rapiti dalla chill-out esotica del trio iraniano, certo non proprio nel modo che ci si aspetta ad un concerto: più che scatenata sotto al palco la nostra reazione, vuoi i giorni di passione precedente, vuoi le lunghe camminate e gli esercizi del mattino, era più appisolata sotto agli alberi sul materassino a forma di ghiacciolo. Effetto Bowland allo Sziget: una o due ore, chissà, ma riposino ristoratore!

Conclusi i lavaggi e le preparazioni, in cerca di location al coperto scopriamo le architetture sinuose del Luminarium – Daedalum, un installazione-labirinto in plastica disegnata da Architects of Air. Un claustrofobico oceano di luci soffuse, nel quale perdersi lungo il percorso delle 19 capsule che lo compongono. Un’esperienza quasi di deprivazione sensoriale, con i colori che si fondono nella percezione accompagnati da un rumore bianco di sottofondo, da rimancerci ore a contemplare la sintesi del creato. Ma non c’è tempo, perché nel main stage stanno calando i nomi pesanti. E che nomi!

Sziget 2019

foto di László Mudra – Rockstar Photographers

Alle 18.30 partono i Twenty One Pilots, che in un’oretta e mezza scarsa fanno un casino della Madonna facendo scatenare i fan assiepati sotto al palco. L’oramai trentenne frontman Tyler Joseph è scatenato, si arrampica sulla torretta e schizza da una parte all’altra del palco come una trottola impazzita. Il pubblico lo segue, ma si sente che tutti vivono il live dei due statunitensi come preparatorio a quello che verrà dopo, al concerto che tutti attendono.

E quando alle 20.30 quasi spaccate sul palco arrivano Taylor Hawkins, Pat Smear, Chris Shiflett, Nate Mendel e Rami Jaffe, con sua maestà Dave Grohl a chiosare, il boato che si alza dall’arena toglie il respiro. “Sziget, are you fucking ready?” Cazzo, sì, pronti come non mai “Do you love the rock’n’roll?” Che domande Dave, noi qui amiamo tutto, siamo la quintessenza dell’amore, siamo fatti di rock’n’roll, puzziamo di rock’n’roll.

All My Life“, “Learn to Fly“, “The Pretender“, boom! In apnea lui e in apnea noi, mentre la gibson di mr Grohl macina pentatoniche oramai codificate nella storia della musica. Il sound è qualcosa di spaziale, e l’immensità della platea (80mila? 100mila? 200mila? Non lo so, comunque tanti, tutti parte di una stessa anima per qualche ora) in combo col temibile spettacolo di fulmini e tuoni trasforma ogni attimo del concerto in qualcosa di più, qualcosa di troppo emotivamente impattante per rendersi conto che nel frattempo si sta ballando già da un’ora, che il batterista Taylor Hawkins ha preso la scena è ha detto la sua con “Sunday Rain” e con la versione FF di “Under Pressure” e che la ragazza con le bolle di sapone è diventata parte integrante dello show, dopo aver ipnotizzato Dave col suo gioco.

Sziget 2019

foto di László Mudra / Rockstar Photographers

Impossibile seguire la musica quando la musica è così forte, così vera, così fottutamente bella. L’unica cosa che si può fare è farsi trascinare, cantare quando si può, ballare, gridare, viverla. “Monkey Wrench” e “Hey, Johnny Park!” a pieni polmoni e poi momento wow, con “Big Me” a luci spente, mentre madre natura si fa beffa della fragilità umana, lei che con un paio di fulmini potrebbe incenerire centinaia di persone, altro che minaccia della plastica, tzé. Ma stasera no, perché c’è un concerto da concludere, e Madre Natura non si può inimicare quel Dio della Musica che probabilmente non abita in Ungheria visto i dissidi storici col suo collega, il Dio dei Diritti Umani, ma forse qualche giorno di vacanza ad Obuda da un quarto di secolo a questa parte se lo fa.

Sziget 2019

foto di László Mudra / Rockstar Photographers

Voglio dedicarle questa canzone, la prima canzone d’amore che ho scritto…non che abbia molto senso infatti… Grazie Madre Natura, questa è per te” grida Grohl, e a tutti vengono i brividi che non passano fino alla fine, perché nel frattempo ci sono dei piccoli capolavori come “Best of you“, “Dirty Water” e “This is a call” da cantare.

E poi la chiusura con “Everlong” con due special guest d’eccezione: la ragazza delle bolle di sapone e un ragazzo con la sedia a rotelle, “l’eroe di giornata” a detta di Dave, più volte sollevato in aria durante il concerto che avrà l’onore di rompere la chitarra a fine show. Se non è rock questo, allora non sapete di cosa state parlando.

I Foo Fighter salutano, e pochi istanti dopo Madre Natura libera il diluvio più universale che si ricordi dai tempi di Noé (non è vero, ma un po’ di epica ci sta). Un segnale, il mio segnale.

Il flusso di gente in maggior parte si riverserà al Mastercard Stage, dove Khurangbin sta ricordando a tutti che no, la festa non è ancora finita. Io invece corro verso il taxi, prima tappa di un viaggio tra il grottesco e l’inverosimile che mi riporterà all’aeroporto di Ciampino all’alba del giorno dopo. Con nei polmoni tutta la terra dell’isola di Obuda, nelle narici tutto il piscio di mezzo festival, e nel cervello il ricordo dell’esperienza più inverosimile ed esaltante della mia carriera di fankazzista e vacanziere (aka giornalista).

L’esperienza che chiunque ami la musica deve fare almeno una volta nella vita, come la Mecca per i musulmani. D’altra parte ogni religione ha i suoi pellegrinaggi, ed il Dio della Musica preferisce i campeggi, le birre ed il rock. Come biasimarlo, dopotutto..

Sziget Festival 2019- Lunedì 12 agosto | Gallery

foto di Rockstar Photographers

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Adalberto Piccolo
Adalberto Piccolo
Responsabile editoriale, responsabile della comunicazione, responsabile social media. Ma comunque poco responsabile. "Il Mondo non è perfetto: in un mondo perfetto Mark Chapman avrebbe sparato a Yoko Ono".

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