Gli AEROSTATION e un rock senza chitarre: esce oggi il primo album di inediti “Aerostation” – INTERVISTA

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Gli AEROSTATION e un rock senza chitarre: esce oggi il primo album di inediti “Aerostation” – INTERVISTA

AEROSTATION

Due carriere musicali di lungo corso, due visioni della musica che si accomunano, un percorso simile e alla fine l’incontro per un progetto comune, atipico, dal suono antico ma allo stesso tempo moderno. Parliamo di Gigi Cavalli Cocchi (Ligabue, Clan Destino, C.S.I, Massimo Zamboni, Mangala Vallis, Lassociazione) ed Alex Carpani (Alex Carpani Band, David Jackson/ex Van der Graaf Generator, David Cross/ex King Crimson, Aldo Tagliapietra/ex Le Orme, Bernardo Lanzetti/ex PFM, Paul Whitehead) che insieme hanno dato vita ad un inusuale nuovo gruppo, gli Aerostation, e che escono oggi venerdì 5 ottobre con l’omonimo “AEROSTATION”, il loro primo album di inediti (Immaginifica / Aereostella / distribuzione SELF / distribuzione digitale Pirames International).

Anticipato dal singolo “Straight to the sun”“AEROSTATION” contiene 11 brani, di cui 8 cantati in lingua inglese e 3 strumentali. Un album, rock, internazionale e cosmopolita, con la particolarità di non avere neanche una chitarra.

Una scelta particolare, di cui non potevamo non parlare con Gigi e Alex, incontrati qualche giorno fa

“Dopo tanti anni non ne potevamo più di chitarre..”

Un rock senza chitarra. Quasi provocatorio

GQuando siamo partiti, più di un anno e mezzo fa, quello che ci univa era le comuni affinità artistiche che ci hanno portato poi a scrivere il disco. Il percorso è stato lungo, pieno di esperimenti che all’inizio avevano messo in conto anche l’inserimento di una chitarra. Poi in realtà ci siamo resi conto che per arrivare al nostro obiettivo, per trovare un’identità totalmente riconoscibile ed un sound che si differenziasse rispetto al classico suono che si ascoltava e che noi eravamo abituati ad ascoltare, bisognava un po’ mescolare le carte. Abbiamo utilizzato alcun pattner di chitarre in qualche brano, ma sono stati presi e rimanipolati da Alex, filtrati attraverso mille marchingegni per far sì che alla fine rimanesse solo l’impatto, la potenza di una chitarra elettrica ma usando suoni di tastiere.

Un percorso naturale, un evoluzione continua senza strappi 

AC’era la volontà di superare i cliché della musica prog, ambito nel quale siamo cresciuti musicalmente. Eravamo riconoscibili in quel mondo suonando un tipo di rock, ma era proprio quello che non volevamo fare! Volevamo un progetto nuovo, un nuovo suono, un nuovo modo di intendere il rock. Per questo abbiamo deciso da subito di scrivere delle canzoni, in inglese, in maniera internazionale per varcare i confini, non tanto per esterofilia. Abbiamo deciso fin da subito cosa non volevamo fare: non volevamo essere manieristi, non volevamo fare virtuosismi. Volevamo essere semplici, essenziali, diretti, dirompenti. E quindi nella scelta degli arrangiamenti, della produzione e di tutta la grafica abbiamo cercato di essere più coerenti possibili con l’idea che avevamo in mente. Il risultato è un disco non banale, diverso, poco italiano. Siamo stati coraggiosi ad intraprendere questo percorso, a percorrere strade nuove. E per questo abbiamo abbinato al disco il concept del viaggio spaziale: avventura, esplorazioni, esteriore ma anche interiore.

Non è esterofilia ma guardiamo all’estero. E’ per questo che non ci sono tracce in italiano nell’album? C’è ancora spazio nel mercato discografico italiano per il rock?

ADal nostro punto di vista siamo consapevoli che dal momento in cui l’obiettivo è raggiungere più persone possibili l’unica lingua è l’inglese, non abbiamo neanche provato con l’italiano perché naturalmente ci è venuto di scrivere in questo modo. Il fatto che si guardi all’estero non è esclusivamente ad appannaggio del mondo anglosassone, è proprio figlio dell’idea che più il messaggio è universale più è comprensibile. E poi il mercato è da troppo tempo che è globale, e per assurdo in un paese che tende a seguire in maniera quasi automatica le mode fare proposte di questo genere è abbastanza difficile. Noi sappiamo benissimo che tutte le estati saremo subissati da brani dalle sonorità sudamericane, sappiamo che la trap sta mietendo proseliti, senza dimenticare i grandi musicisti della nostra tradizione che non si possono mettere in discussione. Però, la nostra intenzione non è neanche quella di rincorrere qualcosa di particolare, non ci interessava essere gradevoli, per noi era un’esigenza personale comunicativa. Per questo penso che questo disco, al di là dell’accoglienza, rappresenta il massimo al quale possiamo ambire come autori e come ascoltatori

Il massimo oggi. Magari tra due anni mi parlerete di altre sonorità..

Gè vero quello che dici, la ricerca non si ferma mai e spesso gli artisti sono sempre innamorati dell’ultima cosa che producono. Però tieni conto che stiamo già lavorando al secondo album, che è già finito per quanto riguarda la fase di scrittura, che dovrebbe uscire nel 2020. Già questo secondo album segue lo stesso percorso, non abbandona quello che stiamo dicendo ed il modo in cui lo stiamo dicendo adesso. Apre nuovi scenari, naturalmente è un’evoluzione, che però parte dagli stessi colori, dalla stessa creta. C’è una continuità nel sound. Chiaramente, essendo un lavoro che vedrà la luce tra due anni sarà anche figlio di quel tempo che verrà, ma nel frattempo abbiamo gettato le basi del discorso che vogliamo fare e di quello che non vogliamo fare. Un qualcosa di diverso, ecco, che possa essere legato ad un discorso unico. Come per quanto riguarda la veste grafica, che per noi è importantissima e deve essere in continuità col concept del disco. Siamo nostalgici del contenitore fisico, anche se siamo consapevoli dell’immensità delle piattaforme multimediali su cui si muove la musica oggi.

ANella copertina di “Aerostation” c’è tanto della nostra passione per il fantasy, con il viaggio, spaziale ma anche interiore, che poi è quello principale, come filo conduttore. C’è questo astronauta scarnificato della cover che rappresenta tutto questo.

Il prossimo album è già pronto.. ci saranno stavolta testi in italiano?

GNo, ti confermiamo che testi in italiano non ci saranno. Ribadiamo, non per motivi esterofili. Poi la sonorità della lingua inglese è quella che più si adatta al tipo di rock che abbiamo in mente

 

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Adalberto Piccolo
Adalberto Piccolo
Responsabile editoriale, responsabile della comunicazione, responsabile social media. Ma comunque poco responsabile. "Il Mondo non è perfetto: in un mondo perfetto Mark Chapman avrebbe sparato a Yoko Ono".

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