EMILIO STELLA, un “Suonato” tra ironia e malinconia “Non mi sento a mio agio in questa epoca e mi sfogo con la musica” – INTERVISTA

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EMILIO STELLA, un “Suonato” tra ironia e malinconia “Non mi sento a mio agio in questa epoca e mi sfogo con la musica” – INTERVISTA

Sono passati ormai quattro anni da quando a sorpresa la sua “Capocotta non è Kingston” divenne una delle hit dell’estate. Io a Capocotta ci andavo spesso, mi pigliavo il gin lemon e c’avevo pure i dreadlock (anche se non mi chiamavo Ciro), quindi a Emilio Stella ho voluto bene fin dal primo accordo suonato dalla sua chitarra.

Ora, dopo un po’ di anni che l’hanno visto comunque sfornare qualche singolo di qualità e tante collaborazioni, Emilio Stella torna con un nuovo album che già dal titolo e dalla copertina ci racconta di una “schizofrenia” artistica: “Suonato“, come un pugile ma anche come una canzone, come il nostro sentimento oramai generalizzato di fronte al mondo che viviamo. Tutti, costantemente, suonati.

Uscito per Goodfellas il 14 settembre “Suonato” è un disco che mette insieme alcuni dei suoi singoli usciti negli anni precedenti (“Pontina“, “Maledetto Tempo“) e brani inediti, trainati dal nuovo singolo “Attenti al cool“. Un disco che trasuda Roma, tra una ventata di malinconia, uno sguardo femminile e tanta immancabile ironia.

Abbiamo incontrato Emilio in occasione della presentazione del disco al Largo Venue di RomaSuonato Emilio Stella

Un disco suonato davvero

Il mio disco nasce così, con l’incontro di una band. Ho cominciato con mio cugino che è il chitarrista, poi si è aggiunto il batterista che è diventato come un fratello, e poi per ultimi il bassista e il pianista. Siamo partiti con un percorso insieme e la scelta di fare un disco tutto suonato, in controtendenza rispetto al panorama musicale di ora, nasce da questo percorso.

Un disco che nasce dal live e poi si trasferisce in studio e non viceversa

Esattamente, live, studio ed altri live. Ed è uno dei casi in cui il live in un secondo momento è anche meglio del disco, perché si può metabolizzare, si può migliorare creando nuove sfumature. E’ difficile ragionare su una canzone finita, le canzoni sono sempre un po’ aperte, sono figlie di un momento che dopo qualche anno può avere altri significati. E’ tutto un divenire

Sono passati quattro anni di “Capocotta non è Kingston”. Ora in “Suonato” trovano spazio anche singoli di due tre anni fa.. una gestazione lunga. Nell’album c’è un velo di malinconia che a tratti sovrasta l’ironia, si sente, permettimi l’iperbole, la puzza della strada, quella vissuta autenticamente.

Per quanto riguarda l’ironia, è una mia caratteristica nella vita di tutti i giorni, fa parte di me, la ricerco nel quotidiano e di conseguenza la riporto nella musica. C’è anche molta malinconia, è vero, molta insofferenza verso la società di oggi, diciamo che non mi sento molto a mio agio in quest’epoca. Ma la musica serve anche a esprimere tutto ciò.

Ho notato tre dimensioni principali nel tuo disco: la strada, Roma e uno sguardo femminile che non mi aspettavo (“Marcella”, “La Gattara”)

Si, sono tutti personaggi della periferia, della realtà che vivo. Mi affascinano gli ultimi, guarda per esempio Marcella: lei è una persona che vive di accattonaggio, uno la vede e pensa: è rozza, è zozza, è una brutta persona. Invece poi ti ci trovi a parlare e gli chiedi “Marcè, l’hai visto Accattone?” “Come no, bello, me so messo a piagne” “E Mamma Roma” “E come no, è la storia de mi’ madre” “Quindi te piace Pasolini?” e ti risponde “E chi è?”. Ecco, lì ho avvertito la poesia. Un’altra volta l’ho vista quasi commuoversi per un merlo.. io ho voluto raccontare il contrasto tra quello che vedi e su quello che c’è dietro l’apparenza

Come mai questi personaggi non hanno più appeal e non vengono più raccontati?

Perché la società dà troppo più valore all’estetica

E’ solo questo fattore?

Beh c’è il fatto che oramai non siamo più abituati a tenere gli occhi alti, tutti quanti oramai quando camminiamo non ci guardiamo più intorno, guardiamo gli smartphone

Musicalmente come ti definisci?

Non mi faccio troppe pippe mentale, ho le mie influenze, il folk popolare, il reggae, c’è un po’ di tutto. Poi a seconda di quello che voglio esprimere uso una chiave diversa, non mi faccio trascinare dalla moda, faccio quello che mi piace. Se funziona funziona, altrimenti va bene lo stesso

Non hai l’ansia delle visualizzazioni?

No, però è chiaro mi che mi fa piacere se piacciono le mie produzioni. Poi naturalmente scatta il meccanismo mentale che ti porta a rifare cose che son funzionate, però può essere controproducente: la mia anima ha mille aspetti, se mi concentro sempre e solo sulla dimensione ironica poi divento un cantante comico, ma non sono quello. Mi piace pure piagne quando serve. Io continuo a comporre in maniera libera, senza pensare che adesso va un certo tipo di musica e quindi bisogna usare quei suoi. La moda, anche in musica, è un ciclo e non è detto che una cosa che oggi non funziona non funzionerà neanche domani. Te lo dimostra Mannarino anni fa, che è andato a colmare un vuoto di tradizione popolare che tanti artisti non volevano approcciare.

E come ha fatto secondo te Mannarino ad uscire da Roma? Perché alla fine quello è l’obiettivo

Perché è bravo. C’è poco da fare, sa scrivere, trasmette. Non ci stanno tante altre storie. E’ andato a colmare un vuoto che c’era, ma fondamentalmente è solo perché è bravo.

Parliamo del singolo di lancio del disco, “Attenti al cool”.. siamo al bagaglino come qualità dei doppi sensi! Però poi il significato della canzone è decisamente più profondo.. questo alto-basso, questa dialettica tra avanspettacolo e pseudo sociologia è voluta?

Io amo il contrasto, pure nella vita. Nel brano utilizzo questo banale gioco di parole per parlare di tematiche molto più serie, come l’omologazione che una volta era dovuta al consumismo di massa, ora invece è figlia solo ed esclusivamente dell’apparenza, che è figlia dei social. E la canzone nasce da queste riflessioni, con il cuore del ragionamento che arriva nei versi finali “è l’evoluzione che ha creato gli zombi, gente che si specchia e fa il selfie nei cessi. La rivoluzione è nel disagio che incombe mentre una bimba twitta sotto le bombe”

Ti si può annoverare, se non ti offendi, tra i cantautori di sinistra. Come mai è una razza in via di estinzione? Sulla Diciotti avrò visto due o tre tweet, nessun girotondo, nessuna presa di posizione rumorosa. E’ cambiato qualcosa nel mondo musicale italiano a livello sociopolitico?

Purtroppo sì. Io scrivo e canto per lasciare una traccia in questa vita, e a questa traccia voglio dare un valore. Oggi c’è bisogno di dare qualcosa in più, per manifestare il dissenso che forse è un po’ sopito: non so come, non so cosa, ma bisogna farla. Certo che se poi continuiamo a fare musica solo per vendere non cambierà mai un cazzo!

Emilio Stella – Suonato | Tracklist

1. Pesa più un ricordo di un vinile

2. Attenti al cool

3. Marcella

4. Gli alieni siamo noi

5. Leilalù

6. La gattara

7. La pecora fa ‘mbe

8. Terra di Calabria

9. Pontina

10. Maledetto Tempo

11. Le birre

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Adalberto Piccolo
Adalberto Piccolo
Responsabile editoriale, responsabile della comunicazione, responsabile social media. Ma comunque poco responsabile. "Il Mondo non è perfetto: in un mondo perfetto Mark Chapman avrebbe sparato a Yoko Ono".

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