“La Mentirosa” di FLO, musica e bugia alla base – INTERVISTA

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“La Mentirosa” di FLO, musica e bugia alla base – INTERVISTA

Flo non ha un genere di riferimento. Flo è Flo, musica che viaggia in direzioni diverse, mete contrastanti, vicine e lontane. La musica di Flo è femmina, delicata e irruenta, coraggiosa e passionale. Flo inventa storie di note e parole, in lingue diverse, fantastica su quello che sente e lo trasforma in arte, nella quale ci mette la sua verità, e la bugia dell’invenzione.

Così è nato anche “La Mentirosa”, che in spagnolo significa “la bugiarda”, il suo ultimo disco e terzo capitolo di un’avventura straordinaria, quella di una cantante di grandissimo talento, di origini napoletane con casa nel mondo.

“La Mentirosa” è un disco nato in solitudine. Flo lo ha scritto tra Ortigia, Roma, New York, lo cantava e intanto immaginava una pluralità e ricchezza di suoni. Il risultato sono 30 musicisti che si incontrano e suonano con lei, con la direzione artistica di Daniele Sepe.

Ogni traccia dell’album è sinestesia di contenuti, ogni brano, dice, racconta, insegna. È rivincita collettiva e ispirazione continua. In “La Mentirosa” traspare l’amore di Flo per la musica.

“Mentirosa” è il titolo del tuo ultimo album. Un disco ricco, sinestetico, delicato e audace contemporaneamente. Come nasce?

Credo che La Mentirosa sia nato dalla voglia di spingermi un po’ più in là.
Mi spiego meglio.
Dopo i miei concerti il pubblico è sempre entusiasta, direi addirittura felice ed emozionato, tuttavia è spaesato. Arriva si complimenta, qualcuno mi bacia, in molti comprano il disco e altrettanti mentre stanno per andare via – ed io già esulto per averla scampata almeno stasera – si fermano e “ma poi questo che genere è? …perché è bello …”, “Come si può definire?”.
Hanno bisogno di dargli un nome, di mettere un’etichetta, hanno bisogno di catalogare nel proprio hard disk mentale un file inaspettato.
Ho cercato di rispondere a questa domanda, ma la verità è che ogni volta incappo nel circolo vizioso del troppo cantautorale per essere pop-troppo pop per essere jazz-troppo jazz per essere world-troppo world per essere pop e così all’infinito.
Ho capito allora che era più sincero andare fino in fondo; non cercarla più questa risposta; andare oltre queste appartenenze e dichiarare apertamente che per me nella musica si mescola, si sottrae, si aggiunge. Si può fare tutto. L’importante è che alla fine “a capa viaggia” e mi sembra che con La Mentirosa si viaggi parecchio. Flo

” Mentirosa” in spagnolo significa “bugiarda”. Che significato attribuisci alla bugia? può essere fonte d’ispirazione?

Non sono bugiarda. Sebbene inventi storie e abbia la tendenza a fantasticare su quasi tutto ciò che vedo e sento, me lo tengo per me, non dico bugie quasi mai.
Eppure credo che la bugia sia più utile alla vita di quanto non lo sia la verità.
Innanzitutto perché – come canta il famoso ritornello – la verità ti fa male: senza saperlo raccontiamo a noi stessi e agli altri una buona dose di bugie giornaliere che ci serve per andare avanti e continuare a credere nelle cose, nelle persone e in noi stessi.
E poi perché senza la bugia nessuno avrebbe mai scritto, suonato, cantato. Insomma senza la consolazione di mentire, di inventare, di sognare, l’umanità si sarebbe rassegnata a guardare solo quello che si vede. Che, diciamoci la verità, è troppo poco rispetto a quello che si può solo immaginare.

Questo disco è come un viaggio in terre vicine e terre lontane, tra sonorità della tradizione ed altre più esotiche, avvicinando l’ascoltatore al tuo universo personale e quello più sconfinato. Dove sono le tue radici?

Le mie radici sono a Napoli e me ne sto accorgendo più che mai negli ultimi anni. Ho sempre viaggiato molto, per lavoro e perché mi piace; ho sempre creduto di poter vivere dappertutto ed è vero, ma mi piace che la casa dove torno sia Napoli. Se la musica mi portasse altrove certamente non sarebbe un problema, ma mi sento molto privilegiata a poter fare il mio lavoro continuando a tornare nella città dove sono nata e dove ho tutti i miei affetti. Napoli poi è, nel bene e nel male, una continua sorgente. Credo che il suo caos, la sua spregiudicatezza, la sua bellezza, la sua carnalità violenta e ospitale abbia influenzato molto la mia maniera di scrivere, di cantare e di vivere.

A Questo lavoro hanno partecipato più di 30 musicisti, qual era lo scopo di questo grande e bell’incontro?

Venivo da due dischi molto essenziali, il secondo – “Il mese del rosario” – addirittura registrato in quartetto, dunque avevo voglia di colori, suoni, mazzate.
“La Mentirosa” è nato in solitudine. L’ho scritto tutto lontano da casa, tra Ortigia, Roma e New York.
Cantavo sottovoce mentre camminavo per strada e nella testa già immaginavo una forma musicale piena zeppa, aperta, a tratti pomposa e ironica, allusiva e irriverente. Volevo pompare molto il ritmo e differenziare i timbri così da esaltare ancora di più i momenti di delicatezza e di intimità. I trenta musicisti sono stati una conseguenza. Mi piace l’incontro, lo scambio, la musica che unisce.

E invece la direzione artistica è stata affidata a Daniele Sepe..

Ho affidato a Daniele Sepe la produzione artistica ritenendo che un musicista come lui, “di trincea”, che di palchi ne ha visti di ogni forma, che di musica tradizionale conosce pregi e difetti, potesse regalare a queste canzoni quella dimensione pulsante, suonata dal vero, estremamente dichiarativa, che avevo in testa. Sapevo che avrebbe osato, ma senza snaturarmi; che mi avrebbe anzi valorizzata come cantante e come autrice e che non avrebbe cercato compromessi e compiacimenti. Volevo un disco senza paura.

Musicista, autrice e attrice di teatro. Come riesci a conciliare le varie forme d’arte? A quale ti senti più legata?

Io sono innanzitutto una cantautrice. Per natura e per formazione. Il mio posto è assolutamente quello in cui canto le mie canzoni.
In teatro ci sono entrata con un musical, cantando. Poi dopo mi hanno detto che sapevo recitare e hanno iniziato a darmi dei ruoli. Non ho studiato per recitare e in teatro non ho la gavetta che ho nella musica.
Anche per questo, ancora oggi, nonostante i ruoli e le tournee che ho fatto e i tanti teatri e registi che ho conosciuto, ho una puntina d’ imbarazzo a definirmi attrice. Ad ogni modo, il mio amore è la musica, il teatro è la possibilità di evadere ogni tanto, cambiare pelle, fare un viaggio per poi tornare da lei, più felice e innamorata di prima.

Chavela, invece, è dedicato alla musicista messicana Chavela Vargas, forse e purtroppo, troppo poco conosciuta. Ne canti il coraggio, la libertà, la passione. Spesso la tua musica omaggia la donna e lo fa in modo anticonvenzionale e quasi involontario, un modo che apprezzo molto…

Grazie. Soprattutto per “l’involontaria”.
La prospettiva femminile delle mie canzoni è sempre inconsapevole. Io scrivo prima e dopo capisco. Cantando le mie canzoni sto conoscendo il mio pensiero sull’essere donna. Sull’essere donna ieri per mia madre e oggi per me. Sull’essere femmine in un mondo di maschi o peggio ancora di stare esattamente in mezzo tra quelle che negano la femminilità come se fosse una malattia per essere a tutti i costi come i maschi e quelle che ne fanno una merce di scambio.
A me piacciono le donne forti, che sanno vivere con coraggio e amare con passione. Che non negano la fragilità, che sanno chiedere aiuto, ma che non si arrendono mai. Se poi cantano, mi piace che dicano qualcosa. Mi annoiano molto le belle voci. Amo le voci guerriere.
Cantare per Chavela, come ho fatto per Rosa Balistreri nei primi due dischi, non è altro che questo.

Se fossi una figura della mitologia greca saresti Cassandra. Cassadra è anche il titolo della decima traccia dell’album. Perché la profetessa inascoltata? Ritorna, in un certo senso, la “bugia”, lei non venne creduta.

Mi vanto di avere un sesto senso prodigioso che mi consente di di sgamare i bugiardi e di stanare il traditore. Anche quando il tradimento è stato solo pensato. Qualche uomo l’ha chiamata paranoia, ma gli uomini, si sa, non accettano le doti che non posseggono. E allora negano. Negano anche davanti all’evidenza. E quindi anch’io, come la povera Cassandra, non fui creduta. Poi quando la congiura alle mie spalle venne a galla ne soffrii moltissimo, ma ammetto che sentivo anche una certa soddisfazione nel poter affermare “ Lo sapevo io! L’avevo detto io! L’avevo capito dall’inizio”.
Siamo molto strani in realtà.

Affermi che alla domanda “Che genere fai”, non hai una risposta da dare. Ci daresti, allora, una definizione della tua musica?

Quest’anno nel mio tour ho due appuntamenti agli antipodi: Tivoli jazz festival e Carpino Folk festival, due tra i palchi più ambiti dell’estate e il mio concerto ci sta a pennello in entrambi, quindi credo stia iniziando a realizzarsi il mio piccolo grande sogno. Vado a sentire Flo. Che sia in teatro, che sia in un festival, in una rassegna. Vado a vedere Flo. Come se questo bastasse a descrivere, come se ci fosse un genere Flo. E’ parecchio ambizioso lo so, ma i sogni spesso si realizzano. Attenti a quello che sognate!!

 

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