Perché le case discografiche dovrebbero pagare per la salute mentale dei loro artisti in tour

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Perché le case discografiche dovrebbero pagare per la salute mentale dei loro artisti in tour

Tim morirà. Lo faccio morire, con tutte le interviste, le richieste, le serate”. Ride, Ash Pournouri, mentre scherza su tutto quello che il successo sta per rovesciargli addosso, a lui e ad Avicii, forte e improvviso come gli acquazzoni di agosto. Ride, perché in fondo è solo il 2011, e tutto deve ancora iniziare. Ride e batte il cinque a tutti, perché lui è solo il manager e ha un ombrello grande quanto il suo ego per difendersi dalla pioggia. Inizia più o meno così, con uno schiaffo in faccia, “Avicii: true stories”, il documentario dedicato alla carriera e alla vita di Tim Bergling, in arte Avicii, pubblicato in tutto il mondo lo scorso 26 Ottobre 2017.

Non inizia con un triste presagio, non è quello che sto cercando di dire. Non si tratta di trovare complotti o segnali, né un filo rosso che colleghi il DJ e produttore svedese ai volti e alle storie di “quelli del club 27” (e qui si potrebbe aprire una parentesi infinita: sull’inutilità di dare un nome a un fenomeno senza capirlo, ma solo per sfruttarlo per qualche speciale TV in più e un paio di brutte magliette commemorative). Ma solo di comprendere. O almeno provarci. L’etimologia del termine comprendere è estremamente semplice, una di quelle che ti insegnano ai primi anni di latino: da “cum”, insieme, con e “prendere”, afferrare, raggiungere: prendere insieme, prendere a sé, fare proprio. Ma se l’etimologia è cosa da liceo, il mettere in pratica il significato di questa parola è roba da grandi. Non adulti, ma grandi. Perché devi essere un grande per riuscire a metterti nei panni altrui: per infilarti in quelli troppo stretti e farti andare bene quelli troppo larghi. Per praticare quella che oggi chiamiamo “empatia”, con una parola tanto inflazionata quanto poco realmente messa in pratica. Avicii

Postare su Facebook il successone di Avicii Levels il giorno dopo la notizia della sua scomparsa solo per una manciata di likes sicuri non è comprendere. Così come non lo è commentare con “e allora chi si alza la mattina per andare a lavorare tutti i giorni cosa dovrebbe dire?”, perché non sta centrando il punto della questione. Sono la prima a dire che molto spesso i media danno troppo risalto a quello che succede nel microcosmo dei famosi e degli eletti, senza impegnare lo stesso sforzo nello scandagliare la vita e le problematiche di noi comuni mortali. Ma, in questo caso, leoni della tastiera, lasciatemelo dire: non avete capito un cazzo. Parlare di Avicii e di quello che, purtroppo, è accaduto, è fondamentale. E lo è per una serie infinita di ragioni: perché squarcia il velo su un tema importante quanto spesso poco discusso nell’intrattenimento come la salute mentale; perché il suo affrontare le sue problematiche in modo pubblico possa spingerci a fare altrettanto e perché possiamo finalmente vedere cosa significa far parte di un business che vuole tutto da te, anche quando sei a terra.

E’ vero, non sono del tutto delle novità. Ogni volta che muore un artista, che sia per overdose o per suicidio, siamo tutti pronti a omaggi vuoti di significato e lunghi post Facebook che, nella maggior parte dei casi, contengono le parole “angelo” e “demoni”. E poi ce ne dimentichiamo. Ci dimentichiamo di capire il perché, di dare un nome a quei demoni, perché finchè non gli diamo un nome rimangono così, tanto poetici quanto fumosi. E invece no. Perché gli strumenti per capire li abbiamo tutti, basta solo volerlo fare. E perché è ora di smetterla di pensare che il dolore e la depressione siano fondamentali per poter essere un’artista. Perché non è così. Perché quello che è necessario per poter essere un’artista è, come in tutti gli altri lavori del mondo, essere messo nelle condizioni di poter creare e lavorare. E invece uno studio britannico rivela che più del 70% dei musicisti inglesi soffre di depressione e attacchi di panico. Secondo uno studio condotto nel 2016, infatti, dall’associazione inglese Help Musicians su 2211 partecipanti il 69 per cento ha sperimentato la depressione, mentre il 71 per cento ha avuto attacchi di panico e alti livelli di ansia. Musicisti e artisti sono tre volte più inclini a soffrire di depressione a ansia generalizzata.
E’ una forma di depressione particolare, quella che colpisce i musicisti, soprattutto dopo la fine di un’esibizione o di un concerto. John C. Buckner la definisce “post- performance depression”: “quando il corpo sperimenta forti cambiamenti di umore, è inondato da diversi neurotrasmettitori, che portano a sentire un forte sentimento di ectasy. Dopo questi momenti il sistema nervoso ha bisogno di tempo per ricalibrarsi. Dopo una performance eccitante il corpo inizia a bilanciare il livello di neurotrasmettitori e, di conseguenza, non sta più rilasciando lo stesso livello di elementi biochimici che ha causato i sentimenti di eccitazione, risultando in una persistente tristezza. In una vita normale, da tutti i giorni, gli elementi biochimici vengono prima rilasciati e subito dopo segue il momento del riposo, cosa che causa i tipici ups e down della vita quotidiana. Nel caso di PPD, il processo è molto più estremo: gli alti sono altissimi e i bassi bassissimi”. 

Immaginate: un palcoscenico, con migliaia di persone che ti guardano e urlano il tuo nome. La musica che scoppia nelle orecchie. E poi più nulla. Ti ritrovi da solo, in una camera di albergo sconosciuta, in una città di cui sai solo il nome e poco più, e che probabilmente non avrai nemmeno il tempo di vedere, se non dalla finestra. E’ la “post-performance depression”: provoca insonnia, ansia, solitudine, problemi mentali e affettivi, attacchi di panico e ansia generalizzata e può favorire la dipendenza da droghe e alcol. Ed è una malattia che sembra colpire particolarmente gli artisti di musica elettronica. Il motivo? Semplicissimo: mentre le band, genericamente, vanno in tour in occasione di un nuovo album, i dj sono in tourneè senza sosta. Avicii, come racconta nel suo documentario, è arrivato ad esibirsi fino a 320 volte in un solo anno; quasi tutti i giorni per un anno intero. Un anno di serate, ansia, attacchi di panico; un anno in cui ha iniziato a bere un bicchiere prima di ogni show, per sciogliere la tensione. Fino ad arrivare ad una pancreatite acuta, che lo ha costretto a fare largo uso di antidolorifici e oppiodi, fino a diventarne dipendente.
Perché, come ha raccontato un artista anonimo al The Guardian “Mi sento in colpa a chiedere aiuto per qualcosa che dovrei avere la capacità di gestire autonomamente, dato che fa tutto parte della carriera che ho scelto”. Perché non poteva annullarle, le serate, perché, come gli ricorda nei filmati Pournouri “ci sono le penali, i danni di immagine, e una serie di fattori da considerare”.
Tutti fattori molto più importanti della salute mentale. In fondo, finchè riesci a salire sul palco, va tutto bene; la macchina del business può andare avanti.

“Quando sei giovane, ti dicono che se non fai questo o quello, allora la tua carriera è finita. Ma non è così. Le persone sono fragili. I nostri cervelli sono fragili e possiamo abusarli solo per un certo periodo di tempo. La cosa triste è come alcune persone non riescono a liberarsi da queste situazioni. E’ in quel momento che il manager dovrebbe avere la responsabilità di dire “Hey, penso che sia il caso che ci prendiamo una pausa””, sottolinea Kate Nash, cantautrice britannica.

E mai come oggi, nel 2018 lontano anni luca dall’acquisto compulsivo di vinili e CD, salire sul palco diventa fondamentale. Si consuma sempre più musica, in ogni luogo ed in ogni momento; se ne acquista sempre meno. Ecco il paradosso della rivoluzione digitale post- iTunes.
Con l’avvento del digitale la musica è diventata una componente sempre più importante delle nostre vite, senza essere però anche una costante delle nostre abitudini di consumo. Clicco, scarico, non pago. Ascolto uno stream e poi una pubblicità; non pago. E, soprattutto, il digitale ne ha diminuito esponenzialmente il valore; non solo economico, ma anche, e, anzi, soprattutto culturale e sociale. Perché, in un mondo di copie e, sempre più spesso, anche di copie gratuite, l’originale perde ogni connotato di valore, svuotandosi di senso.

“In a world where we can get anything we want, whenever we want, how does a company create value?”, chiedeva Courtney Love, leader della band alternative rock Hole, nel maggio del 2000, ospite alla Hollywood Online Digital Entertainment Conference. Diciassette anni fa, quando la madrina del grunge chiedeva giustizia nei confronti di un sistema di pagamento delle major completamente inadeguato per gli artisti, le risposte avrebbero potuto essere molteplici e diverse. Oggi, nell’era dei file digitali, dello streaming, del crollo delle vendite di CD, la risposta è più importante che mai. Come può l’industria musicale, svuotata dal valore del suo principale prodotto (la musica registrata), creare di nuovo valore? Secondo d’Amato, passando dall’offerta di contenuti all’offerta di servizi ed esperienze: “Oggi dunque l’interesse di molti operatori è sempre più orientato verso l’elaborazione di modi per valorizzare il prodotto e l’esperienza musicali, implementando maggiormente l’ottica di prodotto con quella di servizio”. (D’Amato,op.cit. pag.173)
E, ad oggi, l’esperienza che più di qualunque altra può risollevare le sorti dell’industria musicale rimane la più antica e autentica: il concerto.
E il fatto che la musica live stia risollevando le sorti di un business centrale nella nostra cultura, come quello musicale, non può far altro se non farci piacere. Ma non a scapito della salute mentale degli artisti.
“È inaccettabile aspettarsi che artisti e dj continuino a spingersi sempre oltre, anche quando sono loro stessi a desiderarlo”, ha dichiarato all’Independent Music support, un ente di beneficenza che aiuta i musicisti che soffrono di problemi di salute mentale. “I manager hanno sempre saputo di questo problema, ma hanno bisogno di supporto nel proteggere propri artisti dalle case discografiche, dagli agenti e dai promoter”. E, in alcuni casi, anche da sé stessi e dal fatto che non ci siano nessuno a dire “basta, per oggi è sufficiente”.
Perché non vogliamo che la storia di Tim si ripeta; perché, in fondo, il suo coraggio nel dire addio alla scena dovrebbe essere ripagato. E non solo con un post di Facebook acchiappalike. Ma con un cambiamento concreto, che deve provenire in primo luogo dall’industria che si cela dietro ogni spettacolo, concerto, dj set. Da quella stessa industria che, grazie ai contratti a 360 gradi, profitta della maggior parte dei guadagni di tour e serate. Perché le varie associazioni e campagne, “Music Minds Matter” in testa, lanciata dopo la morte del cantante dei Linkin Park Chester Bennington, possono aiutare fino a un certo punto. O, meglio, si limitano a tamponare una ferita già aperta.

E così arriviamo al punto della questione. Arriviamo al momento in cui mi rivolgo all’industria musicale e alle etichette discografiche. E gli chiedo, semplicemente, quello che dovrebbe essere ovvio: proteggete il vostro investimento economico e provvedete a fornire un adeguato sostegno psicologico ai vostri artisti, nello stesso modo in cui lo rendete disponibile per i vostri dipendenti. Perché gli artisti dovrebbero essere considerati tali: dipendenti. Soprattutto quando sono in tour. E a un dipendente non può essere chiesto di dare il massimo sul posto di lavoro, se non è posto nelle condizioni di poterlo fare. Standardizzate tra etichette discografiche le pratiche psicologiche da seguire prima di un tour, di una cancellazione, del lancio di un album. Dopo tutto, non è in un prodotto fatto e finito che state investendo, ma nella capacità di un artista di avere una carriera lunga e produttiva.

State investendo sulla sua creatività, sul suo talento e sulla sua vita. E, di conseguenza, sul suo benessere psicofisico. Forse, con una maggiore tutela psicologica, la storia di Avicii avrebbe avuto un altro finale. Forse. Se le sue richieste di aiuto non fossero state del tutto ignorate o oscurate dal desiderio di volere sempre di più, sempre di più. Se l’industria non avesse voluto spremerlo come un limone, fino a lasciargli soltanto una buccia fragile e deteriorata, che neanche il sole dell’Oman ha potuto curare.
E non si tratta dell’ennesimo privilegio da artista. Ma solo di una richiesta semplice e basilare, un servizio che non dovrebbe mai mancare a un dipendente in regola. Perché in Italia valutare lo stress in azienda non è solamente un obbligo, come sancito dal decreto legislativo 81/08, ma anche una scelta conveniente: valutare e ridurre lo stress, infatti, consente di incrementare notevolmente le performance di lavoro e di creatività. In Italia, Europa e Stati Uniti.

Se, care major, non volete cambiare per noi, almeno fatelo per il vostro portafogli. Perché un artista non vi serve a nulla quando è sotto terra.
E la musica, da lì sotto, non riusciamo a sentirla. Si confonde con l’avicii, il livello più basso dell’inferno buddista. E diventa solo un insopportabile rumore.

 

Per un insight sull’industria musicale e su cosa significa farne parte:
– Artifact, Jared Leto, 2013
– This Is Us, 2013
– Avicii: True Stories, 2017

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