FLORENCE + THE MACHINE: in “Hunger” la fuga dalla compulsiva ricerca dell’amore

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FLORENCE + THE MACHINE: in “Hunger” la fuga dalla compulsiva ricerca dell’amore

Florence + the machine

I Florence + The Machine sono tornati. La sensazione, in realtà, è un po’ quella che non se ne siano mai andati davvero. Un po’ perché nell’ultimo periodo hanno continuato a rilasciare brani in occasione di uscite cinematografiche e videoludiche, come per esempio Wish that you were here e Too much is never enough, e un po’ perché l’ultimo album How Big, How Blue, How Beautiful era così solido e ben assemblato da suonare ancora nuovo, a distanza di anni dalla sua pubblicazione.

Il nuovo album, in uscita il 29 Giugno, porta il titolo di High as hope ed è anticipato da due brani. Il primo, A sky full of song, è stato rilasciato in occasione del Record Store Day, in una speciale versione in vinile. Il secondo è invece Hunger, primo singolo ufficiale del progetto.

Florence continua la sua evoluzione con estrema naturalezza, in un percorso assai tormentato, ma che, se ci pensa bene, è il più coerente possibile.

L’esordio con Lungs è segnato da arpe e liriche evocative, da una voce particolare a cui è difficile rimanere indifferenti. Con Ceremonials tutto è portato al livello superiore, all’estremo: il personaggio, più astratto e diva che mai, le atmosfere oniriche che arrivano a sfiorare l’aldilà. Poi la crisi e il bisogno di tornare con i piedi ben salti a terra, continuando a scavarsi dentro ma con parole più oneste e crude, con un suono più ruvido in grado di dar voce al frastuono sotto pelle. How big, how blue, how beautiful è l’album della liberazione: della liberazione dell’artista dal personaggio, dell’interiorità che diventa materia da plasmare, del dolore che viene esorcizzato a colpi di note.

Da qui Florence riparte, nella maniera più naturale possibile: continuando a lavorare per sottrazione, individuando quali sono i suoni superflui, per silenziarli, e quali quelli necessari, per definire un sound più pulito e al completo servizio delle parole. Canzoni che si alleggeriscono per andare più in profondità, come teli sottili che aderiscono alla realtà per esaltarne la forma nascosta. Florence + the machine

In Hunger non si respira più l’inquietudine del disco precedente, piuttosto una sorta di positività suggerita dal ritmo incalzante della batteria e dai cori che iniziano il brano e ne definiscono anche buona parte del ritornello. La produzione è completamente ridimensionata rispetto ai singoli precedenti, che avevano abituato ad importanti momenti di esplosione e carica emotiva. Non c’è nessun climax, solo un racconto che si svela strofa dopo strofa: la disperata e compulsiva ricerca dell’amore in tutte quelle cose che pensiamo possano rappresentarlo, ma che si rivelano solo abbagli. L’amore visto come un pianeta da conquistare, una terra lontana da trovare ad ogni costo, che promette di liberarci dalla nostra infelicità.

Nonostante questo la consapevolezza di essere profondamente umani, perché we all have a hunger: una fame che ci spinge alla continua ricerca di qualcosa che raramente riusciamo a conquistare, e che per questo ci fa sentire soli, ma soli insieme. È questo senso di condivisione, pur nella solitudine, a far luce e a giustificare un ritornello che celebra l’importanza dell’altro, al di fuori di noi, di un qualcuno che possa in un qualche modo sollevarci: You make a fool of death with your beauty, and for a moment, I forget to worry.

Un brano che conquista ascolto dopo ascolto e si rivela lentamente, soprattutto grazie alla sempre carismatica interpretazione di Florence. E che certamente lascia una fame, non indifferente, per quello che sarà il nuovo album della band.

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Manuel Malavenda
Manuel Malavenda
A furia di raccontare le sue storie, un uomo diventa quelle storie. Ecco perché scrivo da sempre: per confondermi con le parole, immaginare cose che non si possono vedere e raccontare cose che si possono solo sentire. Come la musica. Ho una pagina Facebook dove parlo della bellezza, perché è di questo che dovremmo riempire le nostre vite: di bellezza.

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