FRAH QUINTALE: “Mi piace la musica vera, faccio quello che mi fa stare bene” – INTERVISTA

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FRAH QUINTALE: “Mi piace la musica vera, faccio quello che mi fa stare bene” – INTERVISTA

Frah quintale

Frah Quintale (al secolo Francesco Servidei) è fra gli astri nascenti della scena musicale italiana, fra gli artisti di punta della Undamento (etichetta che produce, fra gli altri, Coez). Fourzine è riuscito ad intervistarlo per voi, strappandolo ai tanti impegni di uno dei giovani musicisti più ricercati in questo momento, fra live, promozione e l’incredibile vena di un artista poliedrico.

Ciao Francesco, al tuo primo lavoro solista, il disco piace, la tua musica ha fatto breccia e i live vanno benissimo, il mondo sta conoscendo Frah Quintale?

“Sì, siamo fuori solo da 5 mesi, la risposta c’è, abbiam fatto tanto lavoro live, l’ultima data a Roma con il sold-out è stata una grande emozione. Adesso abbiamo un paio di settimane di pausa, un po’ di riposo e poi si torna a suonare il 21 aprile a Rovereto, poi andiamo a chiudere il 25 maggio al “Mi Ami Festival”. Diciamo che c’è un bel ritorno, sono davvero molto sodisfatto”.

Poi il primo maggio lo passi su palco del concertone di Roma

Sì, abbiamo anche questa opportunità, è un bel goal, un palco importante, anche perché lo guardavo sempre da ragazzino in Tv, non c’ero mai stato dal vivo e adesso sarò sul palco. Sicuramente è un bel riconoscimento per me, sono veramente contento”.

I riconoscimenti arrivano, la svolta solista è arrivata sotto la bandiera della Undamento, un’etichetta che sembra stia tracciando il solco di un suono nuovo in Italia con te come con Coez

L’etichetta sta facendo un grane lavoro in questo senso. Io lavoro con Ceri (deus ex machina della Undamento ndr.) anche live, ed abbiamo creato qualcosa che sia riconoscibile, non abbiamo la presunzione di dettare la direzione, ma sicuramente l’idea è quella di cercare di dare un’identità musicale forte. Proviamo a fare qualcosa che sia di qualità, un prodotto riconoscibile. Sicuramente sia io che Silvano (Coez ndr.) ci muoviamo entrambi partendo dal Rap, ma lavorando su qualcosa di nuovo per questo Paese”.

Tutte e due siete espressione di questo filone nuovo nel Rap, una versione più melodica, di fatto è Indie

Non ci siamo dati una direzione univoca e come detto non pretendiamo di segnare la strada. Forse entrambi abbiamo la fortuna di avere facilità nella scrittura. Venendo dal Rap, negli anni abbiamo lavorato tanto sul modo di scrivere, abbiamo avuto l’ostinazione di lavorare sull’italiano ed oggi la cosa ci facilita. Molti artisti Indie hanno avuto difficoltà a scrivere in italiano, dovendo rispettare la metrica di una musica nata per l’inglese, mentre per noi è stato tutto molto più semplice per certi versi. Siamo molto più abituati di altri a lavorare sulla metrica per un suono nato in America e per quella lingua, per cui in queste vesti siamo a nostro agio”.

A proposito di scrittura, “Nei Treni la Notte” invece l’hai incisa praticamente in free style o mi sbaglio?

Sì più o meno, era un flusso che avevo in mente. Avevo scritto due barre, ma nulla più, il resto è venuto naturale, era un qualcosa che avevo dentro ed è uscita così come l’ascoltate nel disco. Ero in studio, mettevo la base e cantavo, una strofa alla volta, ma senza nulla di scritto o quasi, diciamo che è stato una sorta di puzzle in free style. Non ero certissimo del risultato, perché era la prima volta che incidevo così. In quel periodo mi sentivo spesso con un’amica, così le ho girato un audio WhatsApp del pezzo per avere il suo parere. Lei mi ha risposto praticamente in lacrime. Lì ho capito che il pezzo non solo funzionava, ma aveva qualcosa di speciale, riusciva a suscitare qualcosa, proprio perché veniva da dentro, senza il filtro della scrittura”. 

Ci hai reso partecipi tutti del processo artistico di questo album, non solo lei, perché con la playlist su Spotify “Lungolinea”, hai condiviso demo e contenuti extra che ne hanno anticipato l’uscita. Era solo operazione di marketing o volontà di coinvolgere la fan base nella produzione?

Non è stata una cosa studiata a tavolino, non si è trattato di marketing. Molta gente oggi mi conosce per il disco, non ha mai ascoltato quella playlist o l’ha fatto solo dopo. La verità è che io sono un amante degli skit, che oggi sono sempre più messi da parte. Mi piacciono le cose vere, reali, quelle sporche che un po’ si stanno perdendo ultimamente. Lì avevo proprio voglia di condividere la costruzione del disco, una cosa che è poco frequente oggi, perché con tutta la tecnologia che abbiamo siamo abituati a far uscire solo le cose già perfette. Il livello delle produzioni si è alzato molto negli ultimi anni, allora abbiamo perso un po’ il gusto di ascoltare alcuni pezzi, o addirittura album, registrati “in cantina”, che in realtà hanno qualcosa di veramente speciale secondo me. Io volevo qualcosa di vero che anticipasse il disco, condividendo il lavoro che stavo facendo, con tutte le sue imperfezioni, senza presentare direttamente il prodotto finito e ripulito.

Il tuo modo di scrivere sembra molto vero, il disco è molto intimo, sei asciutto nei testi e nelle rime, cerchi di parlare per immagini, è figlio del tuo passato da writer?

Sicuramente. Guarda, fare i graffiti mi ha insegnato innanzitutto a creare qualcosa di personale, riconoscibile, il più possibile unico. Per questo nella scrittura cerco di ambire allo stesso obiettivo. L’essere passato dal Rap, essere uscito da alcuni schemi che t’impone, mi ha aiutato molto. Nel rap devi utilizzare 50 parole per esprimere un concetto, oggi invece posso essere molto più asciutto, diretto, cantare per immagini, più immediate, meno articolate. Questa è una cosa che mi piace molto e che mi sta dando tanta soddisfazione”.

Poi ti sei occupato anche delle grafiche, del merchandise, delle copertine del disco, dei video dove compari con una maschera che rappresenta te stesso, quasi come una bubble head vivente

Esatto l’idea era proprio quella della bubble head. Mi piace curare il mio lavoro a 360 gradi, chiaramente il lato grafico mi affascina da sempre, già con i Fratelli Quintale me n’ero occupato, il bigfoot che ci accompagnava nei live era un mio disegno che era stato realizzato. Io penso che quando lasci che sia qualcun altro ad occuparsi della produzione dei video, dei contenuti grafici, difficilmente riesca a rispettare fedelmente la tua idea, sarà sempre qualcosa di mediato. Occupandomi io della produzione grafica, dei video e delle copertine del disco, ne ho fatte 500 diverse, sono riuscito ad avere esattamente quello che volevo, mi piace e mi fa godere il mio lavoro a pieno”.

In conclusione, la direzione tracciata è quella definitiva, è questo il tuo suono o potrai tornare sui tuoi passi?

Non sono uno che guarda alla direzione da prendere in maniera definitiva. Cerco di fare quello che mi piace, voglio che il suono sia il mio, senza una strada tracciata a priori. Sono anche uno che si stanca molto velocemente delle cose, per cui non so dirti adesso cosa farò in futuro, questa strada mi piace e mi rappresenta oggi. Ma non ho abbandonato il rap, anzi, proprio adesso ho fatto un lavoro con Bassi Maestro, ho scritto 60 barre, sono tornato a rappare dopo un po’ di tempo e mi è piaciuto tantissimo, mi sono davvero divertito, mi ha ricordato cosa mi piace di quel genere. Non sono il tipo che decide una direzione da un punto di vista commerciale, non ti dico faccio Indie e la farò perché questa musica vende, cerco di fare quello che mi fa stare bene, che mi rappresenta, che mi permette di esprimermi, lasciandomi guidare dall’ispirazione che ho”.

Grazie mille Francesco della chiacchierata ed in bocca al lupo per il futuro

Grazie a voi è stato un piacere”.

Intervista di Emiliano Cuppone

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