WILLIE PEYOTE ci presenta il suo album “La Sindrome di Toret” – INTERVISTA

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WILLIE PEYOTE ci presenta il suo album “La Sindrome di Toret” – INTERVISTA

Willie Peyote

A pochi giorni dalla ripresa del suo tour invernale nei club (riprenderà il 24 febbraio da Perugia, per poi continuare a Roma, Napoli e Vicenza, fra le altre), dopo pochi mesi dall’uscita de “La Sindrome di Toret” (album riuscitissimo che continua a raccogliere consensi, anche grazie all’ultimo singolo estratto “Chiavi in borsa”, dopo il successo di “Ottima scusa” e “Metti che domani”), Fourzine ha avuto il piacere di fare una chiacchierata con Willie Peyote, rapper, cantautore, nichilista, o semplicemente un artista vero.

Ciao Willie, il disco funziona, segue la linea tracciata da Educazione Sabauda (album che ha preceduto La Sindrome di Toret ndr) e sembra essere l’album della tua maturità artistica

Questo disco è addirittura più suonato del precedente, è un concept per cui è leggermente diverso, però è stato concepito su quel solco lì. Al momento è il disco più maturo che ho fatto, ma il prossimo lo sarà ancora di più”.

Un disco molto suonato, figlio anche della tua educazione da musicista

Sicuramente, ma in generale mi mancava la dimensione della band live, con la dinamica che prende la musica suonata con una band. Mi mancava la sala prove, il lavorare insieme, sono molto contento di aver messo insieme finalmente una band come si deve”. 

Anche perché il live è la dimensione perfetta per te e la tua musica, quella in cui ti esprimi al meglio

Guarda il live è la parte che mi diverte di più e che ci diverte di più. E’ sicuramente quella che riusciamo a fare meglio, mi piace stare in studio, però il live è senza dubbio il motivo per cui faccio questo lavoro. Questo poi è il modo migliore per usufruire di questo disco, live sicuramente si riesce ad apprezzarlo al meglio ed acquista ulteriore pregio”.

Ecco il perché di un tour lungo e così impegnativo

Il tour riparte, poi si ricollegherà direttamente a quello estivo. Non stiamo fermi mai, innanzitutto perché chi si ferma è perduto, e poi infondo non abbiamo nient’altro da fare” (sorride ndr.).

Poi è sold out praticamente ovunque…

E sì, quand’è cosi non puoi fare altro che continuare”.

La tua musica è cambiata rispetto agli inizi, ma più in generale la scena rap italiana sembra virare in una versione più melodica, penso a te, come ad altri artisti che stanno riscuotendo successo come Coez o Ghemon, è un po’ anche la scena a condurvi in questa direzione?

Tuti noi abbiamo avuto la nostra evoluzione a prescindere dalla scena. Poi, grazie al fatto che ognuno di noi ha saputo aggiungere qualcosa di personale, credo che la scena si sia spostata. Oggi il rap credo che si sia polarizzato fra la trap, da un lato, e dall’altro questa cosa qua che per certi versi è pop, in certi casi è più vicina all’indie. Di fatto credo che si parli di rap suonato, nella mia musica ci sono influenze differenti, ma alla fine il groove che ho nel disco è prevalentemente rap”.

Ecco la trap è un po’ in antitesi con il percorso musicale che hai intrapreso tu, anche da un punto di vista stilistico, forse

Mah, io credo che la trap sia la naturale prosecuzione di quel rap “zarro” che c’è sempre stato. Tratta quegli argomenti lì, quelli che nella scena di quel tipo ci sono sempre stati, come il quartiere, la droga, i soldi, non è poi così nuova. Dall’altro lato io, come altri, abbiamo provato a portare nella scena il nostro bagaglio culturale e musicale, che poi è quello proprio del nostro Paese. Quindi anche il cantuatorato viene fuori, con il tentativo di dire qualcosa nei testi. In fondo è questo che ci avvicina un po’ all’indie come tematiche più che come musica vera e propria. Nel calderone dell’indie oggi ci sono tante cose diverse, se riesci a metterci sia me che Motta, passando per Calcutta, capisci che c’è un po’ di tutto”.

Di contenuti nell’album ce ne sono tanti, il fil-rouge è quello della libertà d’espressione al tempo dei social, ma dai anche spazio all’amore, penso ai due singoli “Ottima scusa” e “Le Chiavi in borsa”

Tutto il disco parla di comunicazione, della libertà d’espressione, ma più in generale del modo che abbiamo per comunicare con gli altri. I rapporti d’amore sono i momenti in cui ci si mette di più in relazione con qualcuno, una relazione uno ad uno in cui s’impara tanto su sé stessi. In questi due pezzi ho affrontato l’amore da un punto di vista della comunicazione, in un caso ci sono due persone che non si capiscono, ma che vogliono qualcosa in cambio senza ammetterlo, mentre nell’altro c’è un tentativo di comunicazione non verbale”.

Non manca mai la denuncia nei tuoi testi, c’erano in Educazione Sabauda con “Non sono razzista ma” che aveva scatenato polemiche, ma che appare quantomai attuale visto quanto accaduto a Macerata, ci sono ne La Sindrome di Toret, penso a “Portapalazzo”

Purtroppo quel pezzo sarà sempre attuale, è triste ma era attuale prima, lo è oggi, ma lo sarà anche domani, perché il razzismo e la paura del diverso è qualcosa che sembra intramontabile. Per quanto riguarda l’ultimo album, essendo un concept, c’è un fil-rouge come hai detto prima, per cui ci sono meno episodi, è un po’ tutto più collegato. Portapalazzo affronta il tema della comunicazione, in questo caso di quella politica, poi a posteriori la campagna elettorale che stiamo vedendo mi ha dato ragione, perché è la peggiore di sempre probabilmente. Ormai siamo di fronte ad un parlare a vanvera che sembra lo standard di comunicazione, questa è la prima campagna elettorale in cui ci sono i social e ne vediamo i danni, ma non è solo lì il problema”.

E’ una musica generosa la tua, ci metti l’anima, tanto cuore, da buon torinese e torinista ci metti il vecchio “cuore granata”

E’ vero, nel mio lavoro c’è il tentativo di farcela nonostante i pronostici, senza passare da amicizie importanti o aiutini di vario genere. Mi ha insegnato tanto essere del Toro, lo metto spesso nelle mie canzoni per questo, perché è una squadra che trasmette certi valori, c’è la grinta, l’identità, la fatica per raggiungere l’obiettivo”.

La voglia di faticare non sembra mancarti, stai lavorando tanto, soprattutto negli ultimi due anni non sei stato fermo un attimo, è questo il momento di spingere sull’acceleratore per emergere definitivamente come artista?

Il lavorare aiuta a lavorare e se raggiungi dei risultati ti viene anche più voglia. In questo momento la mia parabola sembra ascendente, peraltro sta andando oltre le mie più rosee aspettative. Per cui credo che sia il momento di battere il ferro finchè è caldo, poi davvero io sono un fortunato, perché vengo pagato per fare qualcosa che farei anche gratis. Poi se mi dicono anche bravo la voglia di fare questo mestiere cresce ancora di più”.

E di encomi ne sono arrivati, anche perché stati aggiungendo davvero qualcosa d’importante al panorama rap e non solo, ho letto che un disco importante nella tua formazione è stato “Turbe giovanili” di Fibra, un altro che ci mette dei contenuti, denuncia, è quello che fa la differenza?

Quello è stato un disco che mi ha cambiato la vita, ma non è l’unico. Io ho sempre cercato di ascoltare gente che ci mettesse dei temi sociali nei propri dischi, penso a Silvestri come i Rage Against the Machine. Il problema è che oggi in Italia ci sono pochi che fanno della musica impegnata, oltre a me vedo Lo Stato Sociale e Brunori, forse qualcun’altro. Per il resto la musica di oggi parla o del quartiere e dei soldi, come detto prima, oppure dell’amore nel senso più banale, su quanto sia bello o sul quanto faccia male essere lasciati. Per cui io sembro dire delle cose interessanti più per manifesta inferiorità degli avversari, sono gli altri che forse dicono troppo poco nei loro testi”.

Di sicuro tu sperimenti tanto, è cambiato il tuo stile, hai cambiato tanto, quello che è rimasto immutato dal tuo primo album è la tua ricerca di nuove sonorità, per cui, in chiusura, dobbiamo aspettarci ancora qualcosa di diverso, una nuova versione di Willie Peyote?

Guarda, quello che posso dirti è che non bisogna aspettarsi nulla di preciso, perché magari potrei fare qualcosa di completamente diverso. Per esempio potrei fare un disco totalmente elettronico, oppure passare a fare musica da camera. Non lo so, nel senso che né io né Franco o Cava ci poniamo dei limiti su quello che andremo a fare. Stiamo cercando di tracciare un solco e di creare un nostro suono, ci stiamo avvicinando a quello che vogliamo, ma speriamo che con il prossimo disco riusciremo a dare un senso più chiaro a tutto. Già oggi però pensiamo di aver raggiunto una dimensione riconoscibile ed unica nel panorama, per cui pensiamo di essere sulla strada giusta”.

Grazie per la chiacchierata e soprattutto per la tua musica che è sempre un piacere ascoltare

“Ciao, grazie a te”.

Willie Peyote – Tour 2018 | Date

24/02 Perugia – Urban

09/03 Roma – Monk

10/03 Napoli – Hart

16/03 Modena – Vibra

17/03 Roncade (TV) – New Age

30/03 Milano – Base

06/04 Cesena – Teatro Verdi

13/04 Parma – Campus Industry

27/04 Vicenza – Totem Club

13/07 Collegno (TO) – Flowers Festival

 

Intervista a cura di Emiliano Cuppone

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