Gli YOMBE ci raccontano il disco “Goood” e la loro idea di musica – INTERVISTA

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Gli YOMBE ci raccontano il disco “Goood” e la loro idea di musica – INTERVISTA

Yombe

foto di Fabrizio Vatieri

Il loro disco “Goood” l’ho ascoltato qualche settimana fa e mi è piaciuto, anche se mi ha lasciato più di qualche interrogativo: è trap? E’ pop? E’ RnB? E’ un disco da club berlinese o da super produzione americana?

E’ per rispondere a tutte queste domande che ho fatto due chiacchiere con Cyen e Alfredo, alias gli Yombe, per sapere tutto delle loro contaminazioni che hanno influenzato la loro musica. Ecco cosa ci siamo detti

Innanzitutto: cos’è Yombe? Perché Yombe?

C: Yombe è una band di due elementi, io e Alfredo, un progetto che nasce ormai due anni fa a Milano dove abbiamo buttato giù le prime canzoni. Io studiavo all’università, lui era in tour con Colapesce, suonava la batteria. Avevamo alcuni momenti morti e ci è venuta voglia di scrivere qualcosa, e tutto è nato da alcuni loop che Alfredo aveva creato, e da lì a poco quello che era quasi un gioco si è trasformato in qualcosa di serio e abbiamo deciso di proseguire questa strada. 

Si ma io intendevo il nome!

C: Ahh.. eh il nome deriva da una nostra visita ad una mostra sull’arte africana, sempre a Milano. Abbiamo visto questa statuetta congolese che rappresentava la maternità, dalla forma molto inverosimile. Sulla didascalia c’era scritto “Yombe” e a noi ci è piaciuto subito tantissimo, anche perché era legato alla nostra musica, con tutti i suoni tribali che utilizziamo

Come definireste la vostra musica? Io ho avuto difficoltà ad incasellarla in un genere specifico

C: Su questo faccio rispondere Alfredo che ci tiene

A: In realtà Carola mi ha solo passato la patata bollente. Noi abbiamo nei nostri ascolti delle produzioni super, ed ascoltando dei dischi come quelli di Rihanna o Beyoncé ti rendi conto di come siano stupefacenti nella fattura, però noi cerchiamo primariamente di inserire una dose di imprevedibilità, ci piace che i nostri lavori si ispirino alle super produzioni americane ma con quel tocco grezzo.. ci muoviamo nella macro categoria della black music e dell’RnB, ma con un approccio per così dire “post-modernista”, ci buttiamo dentro qualunque sonorità che ci piace, anche quelle mediterranee. Abbiamo una tradizione napoletana che risale ai fine ’70, la golden era della Vesuvawe, il funk nel nostro paese. Anche per questo che approcciamo in questi termini la musica, guardando molto di più fuori che in Italia.

Cosa ascoltate? Quali sono i vostri riferimenti musicali, le vostre influenze?

A: In Italia non saprei.. ultimamente ci piace molto LNDFK, che è un progetto molto più jazz-elettronico, ma che sentiamo molto affine sia a livello sonoro che di approccio, molto newyorkese, da club. Poi tutta l’operazione Liberato, una cosa che ci ha entusiasmato non poco: un approccio completamente diverso all’argomento “Napoli”. Guardando fuori quest’anno abbiamo adorato i BadBadNotGood, Solange, questa scena new-soul che è in auge. 

Canterete mai in italiano?

A: Non canteremo in italiano o almeno mai finché ci sarò io nella band. Abbiamo scelto l’inglese perché crediamo sia un veicolo molto più potente per quello che abbiamo da raccontare, l’italiano è una lingua meravigliosa, ha una musicalità eccezionale, ma l’inglese ci da un’opportunità in più, sfruttiamo i lati positivi della globalizzazione. La lingua italiana ci piacerebbe utilizzarla come gli Air utilizzano il francese, magari accennando qualche strofa, un approccio esotico, la lingua come uno strumento musicale. Non escludo che un domani si possa fare una cosa del genere, ma utilizzare l’italiano in maniera “cantautorale” proprio no. Qualcosa che ci caratterizzi all’estero e non che ci favorisca in patria rendendoci più intellegibili.

Un discorso di target quindi: guardate all’estero e non alle radio italiane

A: ma non è una questione di snobbismo eh! A me fa anche piacere che il mercato discografico sia settato sulla tradizione cantautorale..

C: stiamo tutti su Netflix, guardiamo tutti le foto di Beyoncé, e allora ascoltiamo anche le canzoni in inglese! Vorremmo seguire le orme di altri grandi napoletani come i Planet Funk, che già 30 anni fa capirono che il mondo andava in quella direzione e con la loro scelta musicale hanno conquistato i più grandi palchi del pianeta. Vogliamo arrivare a quante più persone possibili senza abbandonare il nostro background. Non ci rivolgiamo a qualcuno in particolare, non abbiamo una “tattica”, cerchiamo di essere quanto più spontanei possibili. L’obbiettivo alla fine è quello di fare musica quanto più bella possibile.

La fase creativa, di produzione, o il live: quale preferite?

C: sono opposti che si attraggono. Molte persone dicono che nei live diamo il meglio di noi, anche se facciamo elettronica non c’è praticamente nulla che non sia suonato, una performance faticosa ma che ci diverte tanto. Allo stesso tempo arriva il momento in cui siamo stanchi e ispirati, ed è bello fermarsi, chiudersi in studio, o anche viaggiare o dedicarsi alla famiglia. Non abbiamo una preferenza quindi

Cosa ci dobbiamo aspettare per il futuro da voi?

C: Stiamo partendo con il tour e stiamo già scrivendo un nuovo disco. Presto ci comunicheranno nuove date, sicuro il 26 gennaio saremo al Magnolia di Milano ed il 27 saremo ospiti di Radio Popolare dove faremo un dj set. Poi sappiamo che stanno arrivando nuove date, non sappiamo ancora dove ma saremo in giro dappertutto!

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Adalberto Piccolo
Adalberto Piccolo
Responsabile editoriale, responsabile della comunicazione, responsabile social media. Ma comunque poco responsabile. "Il Mondo non è perfetto: in un mondo perfetto Mark Chapman avrebbe sparato a Yoko Ono".

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