2640, l’album di FRANCESCA MICHIELIN da ascoltare per ascoltarsi. – RECENSIONE

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2640, l’album di FRANCESCA MICHIELIN da ascoltare per ascoltarsi. – RECENSIONE

Francesca Michielin

Esiste un modo per capire quando un disco ti ha colpito veramente o no: quando aspetti che a mezzanotte faccia il suo debutto su Spotify, clicchi play e lo lasci suonare fino alla fine. Poi, nonostante l’orologio continui a consigliarti di farlo, proprio non hai voglia di chiudere gli occhi e andare a letto. Senti solo quella voglia di sentire le canzoni risuonare nella testa per un’altra ora, o anche più, e allora le riascolti ancora ed ancora.

Questo è 2640, il nuovo album di Francesca Michielin, che finalmente è cresciuta ed è riuscita a realizzare quello che non era stata in grado di fare completamente con i suoi primi due lavori: un disco che è come un biglietto di treno e dal cui sedile puoi osservare il paesaggio sfrecciarti dentro, un paesaggio disegnato con cura, grazie a quelle parole che portano con sé odori ed immagini. Per un ragazzo della mia età c’è tutto quello che deve esserci: le musicassette che intonano “A mille ce n’è”, il walk-man, la Formula 1, lo stadio, il triciclo, la Playstation; oggetti che raccontano una storia, la nostra storia. Non c’è bisogno di tirare in mezzo leggi gravitazionali o metafore poetiche: sono esattamente quegli oggetti così reali ad emozionare profondamente, la loro concretezza a rendere materiche le note.

2640 è la profonda immersione nel sentimento di una generazione, la mia, con le sue insicurezze, la voglia di spaccare, di andare lontano e poi tornare a casa. La confusione delle emozioni, soprattutto, e i valori che a volte sembrano crollarci sotto i piedi. Il passato suona come un futuro in cui rifugiarsi: “È vero che una volta nessuno era allergico e si diceva ti amo una sola volta nella vita”, canta in Noleggiami un altro film, uno dei pezzi più emozionanti del disco che celebra la lentezza di alcuni momenti, la pausa in mezzo al caos. Lo stesso caos che ci fa mettere in dubbio ogni nostra azione, anche quando l’unica cosa che facciamo è volere bene: “Perché questo cuore l’ho tirato in faccia, scusa se ti è stato male non l’ho fatto apposta, ma il bene che ti voglio è così grande che nemmeno lo riesci a capire”. Questa è Scusa se non ho gli occhi azzurri, altro episodio particolarmente emozionante del disco, una ballad che valorizza la particolare voce di Francesca e il carisma che la caratterizza soprattutto nelle note basse e parlate.

2640 è l’importanza di parlare, ma anche di non parlare e piuttosto sentire profondamente. Perché le cose che si sentono dentro, spesso, non hanno bisogno di voce per essere capite. Comunicare apre l’album con un mix di note vocali di Whatsapp, un beat hip hop e una serie di frasi che si incastrano una dopo l’altra con un ritmo serrato. È in questa traccia che il nome del disco trova un senso: 2640 come l’altitudine di una montagna che ci avvicina alle stelle e amplifica la nostra potenza di immaginare e plasmare con il pensiero realtà nuove, introspettive, sogni.

Comunicare per comprendere, comprendere per agire. “Portami in Bolivia per cambiare testa, mamma no, non ho bisogno di niente”. Bolivia è smettere di lamentarsi e accogliere tutto ciò che abbiamo a braccia aperte perché è una fortuna che non tutti hanno. La riaffermazione dell’autenticità e del valore delle cose che contano davvero in un mondo frenetico in cui siamo abituati a volerne sempre di più.

Comunicare per condividere, condividere per farci capire. “Queste cose vorrei dirtelo all’orecchio, mentre urlano e mi spingono a un concerto”, è la già famosa Io non abito al mare, con un arrangiamento che culla le parole come onde del mare. 2640 Francesca Michielin

Il mare, il vulcano, la montagna: queste le sonorità che hanno guidato la produzione del disco. Se dovessi descrivere i suoni con una sola parola, quella sarebbe ribollire: il ribollire della lava in fondo al vulcano, il ribollire delle correnti negli abissi del mare e il ribollire dei terremoti e degli animali che scuotono l’erba in una foresta di montagna. Si percepisce questa continua tensione, di parole e pensieri covati sotto superfici sottili e pronte allo strappo, all’esplosione.

2640 è da ballare, con pezzi come Vulcano, Tropicale e Lava, unico brano in inglese. I suoni moderni caratterizzano tutte le tracce del disco, con un sound omogeneo che è la lingua unica di questo lungo racconto.

Un disco coraggioso che, pur rimanendo profondamente pop, esce dal seminato e strizza l’occhio ad un mondo indie. Soprattutto un disco curioso, che sperimenta, ed estremamente personale e che nessun altro, se non lei, avrebbe potuto scrivere, perché parla delle sue passioni, dei suoi luoghi e dei suoi oggetti.

Parlando di sé, Francesca ha dato voce ai pensieri segreti di tanti ragazzi della sua età, lo scommetto. Un album per ascoltarsi, quindi. Che cerca di far defluire la confusione verso un grande unico punto fermo: non importa quello che accade intorno, il centro siamo sempre noi: nostra l’azione, l’indignazione, la rivoluzione. E che se si perde la gara, non è mai colpa della macchina.

In ogni caso non è il caso di Francesca, che con questo 2640 ha guidato una Ferrari.

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Manuel Malavenda
Manuel Malavenda
A furia di raccontare le sue storie, un uomo diventa quelle storie. Ecco perché scrivo da sempre: per confondermi con le parole, immaginare cose che non si possono vedere e raccontare cose che si possono solo sentire. Come la musica. Ho una pagina Facebook dove parlo della bellezza, perché è di questo che dovremmo riempire le nostre vite: di bellezza.

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  1. […] Questo articolo è stato pubblicato su Fourzine. […]