GIUSEPPE ANASTASI ed il mondo nel 2089. “Ma speriamo non sia come lo racconto io” – INTERVISTA

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GIUSEPPE ANASTASI ed il mondo nel 2089. “Ma speriamo non sia come lo racconto io” – INTERVISTA

foto di Marta Lispi

Appena mi risponde al telefono mi viene naturale dirglielo, perché la sua “La notte” mi accompagnava in uno dei momenti più tristi a livello amoroso della mia vita. Mi dispiaceva partire da una canzone sua ma cantata da qualcun’altro, specie quando c’è da parlare di un nuovo singolo, “2089“, scritto ed interpretato da lui, e di un nuovo album che uscirà l’anno prossimo. Però mi è venuto spontaneo davvero “Caro Giuseppe, la tua canzone mi ricorda un periodo di merda!

Eh lo immagino, stavo veramente inguaiato pure io, e quando uno è inguaiato e dice la verità gli altri lo capiscono che stava inguaiato e ripensano a quando stavano inguaiati loro!

Parliamo del singolo. Innanzitutto, come ci arriveremo a questo 2089?

Spero non come l’ho descritto io! Speriamo che alla fine la regola numero 5 prevalga su tutto. Sai cosa c’è? Io credo che come la scoperta del fuoco ha condizionato l’umanità, così internet ha cambiato il modo di vivere della gente. E adesso ormai quasi tutto il pianeta ha un telefonino con la connessione. Credo che nei prossimi libri di storia si parlerà dell’uomo prima di internet e dopo internet, quindi bisogna capire il periodo che stiamo vivendo, e non è facile. Quindi 2089 vuole dire soltanto questo, cerchiamo di capire dove stiamo andando.

E questo è il 2089. Invece il 2018? E’ un anno importante per te, uscirà il primo disco. Di che parlerà? Il sound sarà lo stesso del singolo?

Sì uscirà questo disco, ci saranno 11 tracce che parleranno fondamentalmente della vita, e come sonorità sarà un disco acustico con delle piccole apparizioni elettroniche diciamo così, è un disco “già vecchio” diciamo, te la butto lì così

Cosa significa oggi in Italia scrivere una canzone? E’ un cliché che gira da almeno vent’anni che “in Italia si è già scritto tutto”, c’è stato De Andrè, c’è stato De Gregori, è inutile anche avvicinarsi a certi mostri sacri. E invece escono fuori nuove canzoni di un livello eccelso. Come si fa a raccontare la realtà anche usando parole che son state di altri?

Che domanda difficile! La canzone ha sempre raccontato la storia del Paese, bene o male, a parte l’amore che è un argomento che non passerà mai di moda. Quando c’erano i cantautori negli anni ’70 era un periodo molto politicizzato, quindi c’era il cantautore schierato. Ora anche la scrittura si aggiorna, parlo proprio del modo di scrivere. Adesso senti nelle canzoni termini come jpeg, come instagram, il linguaggio è sempre in evoluzione, per questo le belle canzoni vengono sempre fuori, se uno le sa scrivere. L’italiano è una lingua splendida, l’importante è farla suonare stando attento a quello che ti circonda. Le canzoni belle ci saranno sempreGiuseppe Anastasi

Cosa prova, parlo proprio a livello emotivo e viscerale, un autore quando scrive un testo e deve decidere se lo terrà per sé o se lo lascerà ad altri interpreti? C’è una sorta di schizofrenia tra essere sia autore che interprete? Quando scatta quel quid che ti fa dire “no, questa canzone la canterò io”?

Non c’è una risposta generica, ognuno vive quel momento in maniera propria. Io l’ho vissuto con l’esigenza di dire qualcosa, di comunicare una cosa anche diversa. Il grande pubblico può conoscere “La notte” o “Controvento” ma c’è sempre Giuseppe Anastasi che scrive altra roba, è anche un modo di farsi conoscere meglio. Per me è un’esigenza comunicativa, il bisogno di comunicare alle persone.

Ci sarà un po’ di Sicilia in questo disco?

Sì, non ti anticipo troppo ma sì, ci sarà tanto della mia terra nel disco. Sia nei testi che nelle sonorità

Dopo questa esperienza in prima persona come interprete, cosa ti senti di preferire, una vita da autore per altri o una da cantautore in proprio?

Sono due cose completamente diverse, anche se poi il moto ispiratore è sempre uno, quando scrivo una canzone non penso a chi andrà o chi la canterà, parte sempre dall’esigenza di dire qualcosa. Poi cambia il fatto che ci metto la faccia, che è completamente diverso. Ma sai che c’è? Ho 41 anni, qualche cosa nella musica l’ho fatta e poi è una voglia che mi era venuta. Quando ho visto il videoclip del singolo le prime volte ero imbarazzato dalla mia immagine, che non sono abituato a vedermi. Ma dopo la terza-quarta volta che l’ho visto mi sono sentito credibile, mi ci son riconosciuto.

Ti sei divertito?

Assolutamente sì

Quale futuro c’è per la musica italiana?

Non lo so, ma io la musica la vedo in espansione. C’è stato un momento leggermente decadente però si sta riprendendo alla grande. Per esempio l’album di Caparezza che ho sentito e spulciato, trovo che sia un album bellissimo, a livello testuale ma anche a livello di metrica, tecnico, come suoni. Questo è il futuro. Poi ci sarà il bisogno di parlare di sempre più argomenti. Sono ottimista: la musica italiana ci regalerà sempre delle belle sorprese. Anche nel 2089.

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Adalberto Piccolo
Adalberto Piccolo
Responsabile editoriale, responsabile della comunicazione, responsabile social media. Ma comunque poco responsabile. "Il Mondo non è perfetto: in un mondo perfetto Mark Chapman avrebbe sparato a Yoko Ono".

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