Con “Thrill of it all” SAM SMITH canta il brivido dell’amore. – RECENSIONE

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Con “Thrill of it all” SAM SMITH canta il brivido dell’amore. – RECENSIONE

Sam Smith

Per la sua seconda fatica discografica Sam Smith punta tutto su quello che è a tutti gli effetti un concept album, che per intenzioni ricorda il famosissimo 21 di Adele. Il disco è cantato sul fantasma di un amore che non vuole saperne di spegnere le sue fiamme e che ha bisogno di quattordici belle canzoni per essere esorcizzato, sfinito, e finalmente smettere di fare del male.

“I’m never gonna heal my past If I run every time it starts”

In Thrill of it all” tutto gioca al ribasso, meno che la qualità. Gli arrangiamenti sono essenziali nelle ballad e si arricchiscono di strumenti solo nei pezzi ritmati, sempre mantenendo una certa pulizia del suono; l’interpretazione sempre equilibrata, con pochi slanci vocali. Produzioni e voce misurati rendono credibile quanto l’artista decide di raccontare, emozionando grazie al timbro dolce e profondamente riconoscibile.

Le consapevolezze che Sam Smith racconta in questo secondo disco sono molto lontane da quelle cantate in The Lonely Hour. Too good at goodbyes è come il lato B della sua più grande hit Stay with me. Prima la preghiera di rimanere per non lasciare l’altra metà del letto vuota, ora lacrime che si asciugano sempre più velocemente e addii che, a forza di ripetersi, quasi smettono di fare male.

I sentimenti sono messi sotto la Lente di ingrandimento con un’angolazione diversa, rivelando una sorta di rassegnazione e cinismo nei confronti del dolore che permettono di assumere anche il punto di vista di chi ormai è oltre, in controllo.

Ne è un esempio anche Nothing left for you, uno dei brani più riusciti dell’intero disco e che all’ingresso degli strumenti potrebbe ricordare l’iconica Feeling good, che recita: “I gave my heart to a goddamn fool and now there’s nothing left for you“. In questa midtempo dal sapore jazz l’artista dà il meglio di sé. Questa forza trasuda anche grazie ad HIM, brano in cui l’artista affronta apertamente il tema della sua omosessualità.

Non che Sam Smith l’avesse mai nascosto, ma discorso diverso è dedicare una intera canzone all’argomento: “Don’t you try and tell me that God doesn’t care for us, It is him I love.”

In un mucchio di bellissime, ma numerose, ballad, linfa vitale si rivelano brani come One last song, episodio ritmato dal sapore profondamente jazz che si destreggia tra un beat incalzante, una tromba e un coro e Baby, you make me crazy che ancora una volta fa uso massiccio di cori gospel, tanto da dominare completamente il ritornello.

Per l’unico featuring presente all’interno dell’album, Sam Smith sceglie YEBBA, giovane artista che ha all’attivo un solo singolo su Spotify e conta poco più di 50.000 fan su Facebook. Una scelta curiosa, ma che trova il suo perché: il connubio di voci in No Peace è molto piacevole e la voce femminile arriva al momento giusto della tracklist, poco dopo la metà, permettendo un respiro rigenerante necessario per affrontare l’ascolto degli ultimi brani.

Nel suo complesso Thrill of it all è un album molto coeso, con una identità molto precisa e decisamente più a fuoco rispetto all’album di debutto. Un disco più introverso e che fa della malinconia il suo mood preponderante, con poche eccezioni.

Questa maggiore omogeneità, che sicuramente è un punto a favore,
ha come unico rovescio della medaglia la leggera difficoltà – almeno ad un primo ascolto – ad approcciare l’intero album nel suo insieme, visto l’elevato numero di tracce – ben quattordici. Se si dovesse pensare al palco perfetto per queste canzoni, si dovrebbe immaginare un qualche piccolo locale jazz da film, ma allo stesso tempo a uno stadio, perché è lì che Sam Smith merita di suonare.

Un disco che cerca di chiudere i conti con il passato e che contiene all’interno del suo titolo la parola brivido… perché alla fine l’amore questo è: un brivido. Un brivido buono negli abbracci, nelle riconciliazioni, nelle sorprese, nelle parole dolci; un brivido fastidioso, come una malattia, nei saluti, nei tradimenti, nelle delusioni. Un disco che racchiude tutto, il brutto e il buono, e che cerca di trasformare quel brivido in qualcos’altro: in un fastidioso prurito sulla pelle, una crosticicina qui e lì, un leggero rossore… e poi più nulla, solo la voglia di riniziare tutto da capo, con qualcun altro, e di riprovare quel brivido.

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Manuel Malavenda
Manuel Malavenda
A furia di raccontare le sue storie, un uomo diventa quelle storie. Ecco perché scrivo da sempre: per confondermi con le parole, immaginare cose che non si possono vedere e raccontare cose che si possono solo sentire. Come la musica. Ho una pagina Facebook dove parlo della bellezza, perché è di questo che dovremmo riempire le nostre vite: di bellezza.

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