LORDE a Milano: quando la solitudine ci libera e si fa riscatto – REPORTAGE

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LORDE a Milano: quando la solitudine ci libera e si fa riscatto – REPORTAGE

Melodrama è stato un lungo e ripetuto ascolto nel corso dei mesi capace di penetrare sotto pelle. Il Melodrama Tour è un’esperienza che la pelle la squarcia, a partire dalle corde vocali che non possono prescindere dal cantare con tutta la loro potenza, alle gambe e alle braccia che si muovono nell’aria e cercano di seguire il ritmo, al petto che trema per il beat e soprattutto per le emozioni che risalgono dal fondo dello stomaco e da tutti i demoni che si ha voglia di demolire, almeno per questa notte.

Una storia che parla di riscatto e del trionfo delle cose buone: “Alle superiori non ero per niente popolare, ero quella ragazzina strana a cui nessuno regalava fiori. E invece guarda che bello questo fiore bianco” dice prendendolo dalle mani del pubblico e incastrandolo in uno degli elementi della sua scenografia “e adesso sono in questa stanza ed è come se ognuno di voi avesse voglia di uscire con me stasera”.

Alla destra del palco un piccolo televisore analogico, di quelli che non si vedono più da parecchi anni, su cui vengono proiettati i video, mentre sul fondo e sulla sinistra installazioni luminose dalle svariate forme: un’astronauta, un fiore, una stella cadente. Un mondo fatto di cose che vanno al cielo, e altre che ne cadono, di bellezze che sbocciano dalla terra. Pochi elementi che aiutano il pubblico a respirare l’atmosfera di Melodrama, anche se, credetemi, non ce ne sarebbe stato bisogno. Lorde ha una presenza scenica che prescinde da tutto quello che le sta intorno, ammalia come un’incantatrice: gli occhi non possono che seguire il movimento delle sue labbra e del suo corpo che fa l’amore con ritmo delle sue canzoni, sono calamite attorno cui gravita tutta l’attenzione.Lorde

Il difficile compito di aprire il concerto è affidato al suo ultimo singolo, l’esplosivo Homemade Dynamite: Lorde sale sul palco con una corona di capelli in testa e un abito nero che la posiziona in quella dimensione onirica ed eterea che si respira nei suoi brani, ma che subito si fa consistenza con la sua voce profonda e potente. A seguire Magnets, brano nato in collaborazione con i Disclosure, che trova il suo posto perfetto nella scaletta, in un inizio all’insegna dell’energia. Hard Feelings è il primo momento intimo e sulla calma dell’arrangiamento e della dolce interpretazione della cantante neozelandese trionfa già caldo anche il canto del pubblico, un pubblico milanese che per l’intera durata del concerto non si è affatto risparmiato. Si deve passare poi per Buzzcut Season e Sober, potentissimo con le trombe che fanno incursione nel ritornello, prima di arrivare al primo interludio. Ce ne saranno tre, momenti di pausa in cui Lorde cambierà abito e il televisore analogico troverà la sua funzione principale, tramite la proiezione di video suggestivi che raccontano storie, sensazioni: “Sarebbe bello riuscire a vedere dentro a un cuore, come batte, come pulsa il sangue. L’amore… nessuno lo ha mai visto, ma io quell’estate volevo conoscerlo”.

Queste le parole che ci preparano ad entrare a passi silenziosi in una seconda parte di concerto molto più stripped down ed intima. Il cuore di tutta la sequenza è sicuramente Liability, brano piano e voce che è ha causato molteplici lacrime, ma che allo stesso tempo è stato in grado di accarezzare con dolcezza e fare luce. Un sacco di luce. “Stai seduto nel tuo seggiolino nel fondo di un taxi e ti scende una lacrima. In quel momento pensi: cazzo, questo è un livello di solitudine a cui non ero mai arrivato prima e rimarrò sola per sempre. Ma ovviamente non sarà così, ve lo assicuro. Sono una fottuta sognatrice e ho sogni così selvaggi che spesso mi hanno fatto sentire “troppo”. Dedico questo brano a tutte le persone che si sono sentite così una volta nella vita”. Uno dei momenti più intensi della serata, in cui una magistrale capacità di autrice incontra la sensibilità di un’interpretazione sentita ed emozionante.

La parte finale del concerto è introdotta da un altro interludio: “Balla finché non riesci più a vedere, e sarà come una rinascita, te lo giuro. Perché è dall’oscurità che siamo nati”. Da qui una serie di canzoni incastrate alla perfezione verso il finale, in un crescendo di adrenalina pazzesco: si parte da Supercut, in cui tutti, ma proprio tutti, hanno saltato senza ritegno; Royals che l’ha resa famosa e che fomenta ancora di più gli animi; Perfect Places che già nella sua versione incisa presenta un ritornello corale… pensate che meraviglia quando quel coro sono le tremila persone del Fabrique; l’attesissima Team in cui Lorde si è concessa al pubblico scendendo dal palco e percorrendo la prima fila; poi il gran finale con Green Light. “Questo pezzo non è come gli altri, è quello in cui ci ho messo tutto ciò che sono, tutto” ed effettivamente risulta impossibile raccontare quel momento a quanti non fossero presenti ieri sera. Un’energia devastante ha pervaso ogni centimetro di aria, trasformandosi di secondo in secondo in un viaggio attraverso la rabbia, la liberazione, il riscatto di cui si parlava prima. La batteria che irrompe nel ritornello sono pugni a cento chilometri orari che aprono il cuore e per quei tre minuti di canzone lo liberano. Il pubblico è selvaggio e impegnato in una danza che non ha senso, ognuno segue la sua direzione.

Per la sua prima performance italiana, Lorde ha presentato un concerto che rimarrà nella memoria dei molti presenti e che come una eco risuonerà per parecchio tempo. È impressionante che una ragazza di venti anni sia capace di trasformare un club in un luogo fuori dal tempo, e che sia capace di farlo unicamente con il suo talento.

Stai seduto in studio e lavori giorno e notte, ed è ovvio che per te quel lavoro voglia dire qualcosa, ma per me significa così tanto il fatto che valga qualcosa anche voi, non lo darei mai per scontato. Grazie per davvero” e sì Lorde, puoi starne tranquilla: quello che hai fatto ieri sera, per molti, è valso molto più di qualcosa. Molto molto di più.

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Manuel Malavenda
Manuel Malavenda
A furia di raccontare le sue storie, un uomo diventa quelle storie. Ecco perché scrivo da sempre: per confondermi con le parole, immaginare cose che non si possono vedere e raccontare cose che si possono solo sentire. Come la musica. Ho una pagina Facebook dove parlo della bellezza, perché è di questo che dovremmo riempire le nostre vite: di bellezza.

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