EX-OTAGO e LO STATO SOCIALE al Rock in Roma: quando essere dei cazzoni diventa una forma d’arte – LIVE

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EX-OTAGO e LO STATO SOCIALE al Rock in Roma: quando essere dei cazzoni diventa una forma d’arte – LIVE

Lo Stato Sociale

Il Postepay Rock in Roma è da anni ormai terra di conquista di grandi, enormi nomi stranieri, che calano in Italia lasciandosi dietro una scia di sold out e di musica di assoluta qualità.

Nomi come i Rolling Stones, Bruce Springsteen, i Muse, quando passavano da queste parti, finivano sempre sul palco della storica rassegna musicale, chi al Circo Massimo, chi all’ippodromo di Capannelle.

E quest’anno non hanno fatto eccezione: Red Hot Chilli Peppers e Marilyn Manson su tutti, ma anche Damian Marley, The Phoenix e il prossimo 2 agosto The Offspring.

Vista tale qualità degli artisti presenti nella line up, è un piacere vedervi sempre più nomi italiani: grande successo hanno riscosso infatti i concerti di Mannarino, Brunori Sas, Marrakesh e Guè Pequeno, Fedez e J-Ax. E sabato sera, quello de Lo Stato Sociale con l’opening degli Ex-Otago.

Certo, non c’era il gran pienone dei Red Hot, ed è pure normale, ma la gente c’era eccome e, soprattutto, era completamente scatenata.

Gli Ex-Otago, sono ormai una garanzia, e il loro “Marassi” gli ha regalato la giusta notorietà che meritavano. Quest’anno non si sono fermati un attimo e solo a Roma li avrò visti una decina di volte, non so dove trovino il tempo, oppure amano questa città, non saprei. Di sicuro si divertono un casino, e con i loro amici di Bologna che li seguono sul palco hanno in comune un’importante caratteristica: sono dei cazzoni che fanno il cazzo che vogliono.

Parola degli stessi membri de Lo Stato Sociale, che così si presentano ai loro fan romani. E sul palco, come al loro solito, sprigionano il meglio del loro minchionismo: si lanciano nel pubblico, improvvisano un karaoke da villaggio vacanze, coinvolgono una povera futura sposa che imbarazzatissima sul palco farfuglia qualche parola.

Cazzoni, innegabili. Ma cazzoni impegnati. E non ci vuole certo una sensibilità particolare per cogliere i continui rimandi satirici dei testi e degli intermezzi (Vaffanculo Votateci diventa quasi un mantra per tutta la serata, e giustamente se ha funzionato con altri, perché non dovrebbe succedere di nuovo?).

Il concerto scorre via piacevolmente tra le canzoni del nuovo album “Amore, Lavoro ed altri miti da sfatare” come i singoli Buona Sfortuna e Amarsi Male, e i brani di qualche anno fa che hanno creato e sedimentato una fanbase agguerrita: “C’eravamo tanto sbagliati“, “Quello che le donne dicono“, “L’Amore ai tempi dell’Ikea” e “Magari non è gay ma è aperto” (queste ultime relegate in un mega medley-karaoke, con mio cruccio) e l’immancabile “Mi sono rotto il cazzo“.

E potremmo stare ore a parlare del loro post-comunismo d’acchitto, che al massimo riesce ad essere terzomondismo annacquato e che puzza di borghesia da chilometri. O dell’evoluzione del loro sound, che dal piacevole, originale e rumoroso “Turisti della democrazia” si è normalizzato nel più familiare pseudo pop dell’ultimo disco.

Ma in tutta evidenza non sono Lester Bangs, non sono Carlo Emilio Gadda, si fa fatica a capire cosa scrivo e, bontà di Dio, ho dei gusti di merda, che si tratti di politica o di musica e quindi non mi dilungo in discorsi che non ho neanche voglia di fare.

Ma di una cosa sono convinto: pur con tutti i difetti del mondo, pur con l’abbandono di vecchie e familiari sonorità che ha fatto storcere non poco il naso ai fan della prima ora, “Amore, Lavoro ed altri miti da sfatare” è un disco che funziona, e l’essere arrivati a presentarlo sul palco del Rock in Roma sta lì a dimostrarlo.

Perché fare i cazzoni facendo quello ci piace lo sappiamo fare tutti, riuscire a costruirci intorno una fama ed una carriera, pur venendo a patti col pop e col mainstream, invece è privilegio di pochi, un onore da cantautori. Pure se è roba da capitalisti.

 

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Adalberto Piccolo
Adalberto Piccolo
Responsabile editoriale, responsabile della comunicazione, responsabile social media. Ma comunque poco responsabile. "Il Mondo non è perfetto: in un mondo perfetto Mark Chapman avrebbe sparato a Yoko Ono".

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