I DEPECHE MODE sbarcano a Roma ed infiammano l’Olimpico. Il tour continua tra Milano e Bologna.

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I DEPECHE MODE sbarcano a Roma ed infiammano l’Olimpico. Il tour continua tra Milano e Bologna.

Depeche Mode

La rivoluzione è arrivata a Roma, la capitale è stata presa e messa a ferro e fuoco dal sound dei Depeche Mode.

Il “Global Spirit Tour” è sbarcato nel belpaese domenica 25 giugno, con la prima delle tre date italiane che ha inondato lo Stadio Olimpico con 53mila cuori rapiti da Dave Gahan e soci, prima di sconvolgere anche Milano (27 giugno a San Siro) e Bologna (29 giugno al Dall’Ara), per ritornare nuovamnte in inverno come annunciato pochi giorni orsono (tre date nei palazzetti, il 9 dicembre a Milano, il 13 dicembre a Bologna ed il 27 gennaio del 2018 a Torino).

Il concerto dei signori della musica elettronica (anche se risulta riduttivo e quasi irrispettoso inquadrarli in un unico genere musicale) si è aperto con un chiaro segnale al pubblico adorante, “Going Backwards” (ultimo singolo estratto del fortunatissimo album “Spirit”) è stato un preludio al viaggio nella terra dei ricordi made in Basildon. La performance dei Depeche Mode è stata al solito dirompente, perfettamente incarnata dalla carica esplosiva di un Dave Gahan in forma come mai prima, con una voce che oggi risuona se possibile ancor più affascinante di quanto lo fosse negli anni ’80. Il frontman si è mosso con il solito fare da tamarro-chic che lo rende unico, leggero sul palco con movimenti sinuosi e provocatori, nella sua personalissima maniera di riempire lo stage fra sorrisi, ruggiti e sudore.

Se Gahan è il gigante che fa brillare gli occhi dei fan, Andy Fletcher è l’architetto sonoro che vigila sulle operazioni, mentre Martin Gore si divide fra l’amore per la chitarra e gli applausi nello spazio che l’amico Dave gli concede per “A Question of Lust”, “Somebody” e, soprattutto, la vibrante ed indimenticabile “Home”. Il trio è più unito che mai, e funziona a meraviglia dopo 37 anni di palchi calcati con un’armonia che ce li consegna, ancora oggi, capaci di uno show senza paragoni.

“Spirit” è presente in questa esibizione con sole cinque tracce in scaletta (oltre all’apertura arriva subito l’urlo di “So Much Love”, a metà troviamo l’inconfondibile loop della splendida “Cover Me”, mentre sul finire della prima parte di concerto in rapida sequenza la litania di “Poison Heart” e l’onda d’urto di “Where’s the Revolution”), nel mezzo c’è la storia dei Depeche Mode sintetizzata alla perfezione dalle migliaia di voci che all’unisono intonano “Enjoy the Silence” (forse l’emozione più intensa), o le braccia di un popolo intero che si muovono a tempo sulle note di “Never Let Me Down Again”.

La scenografia a cura di Anton Corbijn (il fotografo e regista olandese che collabora solo con il meglio della musica mondiale, Rolling Stones, U2 e Coldplay per citarne alcuni, oltre naturalmente ai Depeche Mode già dalla metà degli anni ’80) è suggestiva, coinvolgente, solenne. Le luci ammaliano, i video dominano la scena a fasi alterne con il faccione live di un Dave Gahan incontenibile.

I ragazzi di Basildon (tre signori di 55 e 56 anni che appaiono più giovani che mai) si concedono la solita pausa prima dello splendido ed immancabile giro di bis, aperto da Gore e chiuso naturalmente con l’inno generazionale dell’irrinunciabile “Personal Jesus”, passando per “Walking in My Shoes” e l’omaggio in salsa electro ad un gigante come Bowie, con la più bella cover di “Heroes” che orecchio umano abbia mai udito.

Le due ore circa passate in compagnia di Gahan e soci, sono le più belle che un amante della musica live possa immaginare. Un’esperienza che smuove l’anima dell’ascoltatore, facendo di quest’ultimo parte di unico organismo sudato ed adorante, pronto ad inginocchiarsi di fronte alla supremazia musicale ed artistica di un gruppo che, da 37 anni a questa parte, non ha mai smesso di sconvolgere il mondo.

Recensione di Emiliano Cuppone

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