FILIPPO GRAZIANI, in SALA GIOCHI Pac-Man corre dietro a note di violino – RECENSIONE

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FILIPPO GRAZIANI, in SALA GIOCHI Pac-Man corre dietro a note di violino – RECENSIONE

Filippo Graziani

Il secondo disco di Filippo Graziani me lo sono immaginato così: una lunga lettera d’amore lasciata sul tavolo di una sala giochi anni ’80, bagnata da qualche goccia di alcol traboccata da cockatil troppo pieni, tra i suoni di un Pac-Man che rincorre i suoi mostriciattoli e di un violinista che viene licenziato su un piccolo palco dimenticato in fondo alla sala. Canzone dopo canzone, Sala giochi, in uscita il 16 Giugno, ha dipinto questo quadro nella mia mente.

Il primo brano, Vero o no, introduce ai suoni che ritroveremo per tutto il disco: un abbondante utilizzo di synth, anche sui pezzi più classici, che arricchiscono arrangiamenti corposi e pieni. Nonostante il risultato finale sia assolutamente personale e originale, è inevitabile non pensare a un legame con quella scia di cantautori e band che stanno riscuotendo successo grazie all’uso massiccio di elettronica e synth, vedi i The Giornalisti o Ermal Meta.

Il secondo brano è uno degli episodi più intensi dell’album. Appartenere a te è una dolce ballad con un arrangiamento che si costruisce man mano che i secondi scorrono: apre unicamente con dei vocalizzi in loop, su cui si incollano poi una batteria trascinata, synth, e una chitarra elettronica distorta sul finale a guidare l’emozione: So che ho gli occhi di mia madre e la bocca di mio padre, ma il resto appartiene a te. Anche Il mondo che verrà, il brano che segue, è una dichiarazione d’amore. Le canzoni sembrano parlarsi tra loro e l’ordine con cui sono state inserite non è assolutamente casuale: se si sa ascoltare, raccontano una storia.

Con Tutto mi tocca, Filippo Graziani mette l’amore in panchina per un turno, portando in pista una riflessione introspettiva sulla propria sensibilità e l’incapacità di vivere le cose con il distacco che a volte aiuterebbe a tutelarsi: Tutto mi tocca troppo, come un nervo scoperto la leggerezza che cerco. L’amore non è qui esplicitamente menzionato, ma è un paragrafo che non stona all’interno di quella lunga lettera d’amore che è il disco, al contrario ne anticipa alcuni temi.

Mettici vita e La parte migliore sono due dediche d’amore. La prima una ballad dal tappeto elettronico, la seconda una canzone che spezza il sound del disco e fa respirare grazie all’apertura affidata alla chitarra, anche se al primo ritornello torna al sicuro dietro al sound che caratterizza il resto dell’album. È il momento di Esplodere, primo singolo estratto dall’album e che ne anticipa l’uscita, e che effettivamente rappresenta uno degli episodi più esplosivi dell’album. La voce di Filippo Graziani è pulita e la sua interpretazione sempre misurata, anche nei momenti di maggiori pathos.

Credi in me è forse la canzone più particolare dell’album: una introduzione anche qui fatta di dita su corde di chitarra, ma anche di battiti di mani e violini, un incontro che ha il forte sapore di Irlanda: Potrei essere un poeta per trovare le parole, potrei essere un pilota per sapere dove andare, ma succederà solo se tu credi in me. Anche in Vicini e lontani è importante la presenza del violino, che è quasi protagonista nel ritornello. Questo è il brano di svolta del disco, quello in cui le parole non hanno più il sapore del miele, ma iniziano a farsi amare.

In Vorrei le parole tagliano come schegge appuntite un’atmosfera rarefatta, fatta di eco e, ancora una volta, di un violino malinconico: Vorrei pensare proprio come te, prendermi tutto e dire che non è poi tanto. Questo è, insieme ad Appartenere a te, uno dei momenti più intensi dell’album: due brani che si specchiano, uno l’opposto dell’altro: per la posizione che occupano all’interno del disco, per le emozioni, i colori, i suoni. La chiusura è affidata a Dove è il mio posto, un brano in cui inaspettatamente fa capolino la chitarra elettrica e in cui la voce suona infettata mentre si domanda Dov’è il mio posto, dentro a un futuro che non ci aspetta?

Sala giochi è un racconto di undici paragrafi, che esplora gli alti e bassi di una relazione: l’innamoramento, la passione, il desiderio di proteggersi a vicenda e lasciarsi guidare, la paura di perdersi e il finire per perdersi davvero, il soffrirne, il rimanere interdetti e confusi. Una pagina di diario ben scritta, che cambia calligrafia di brano in brano, per seguire i vari livelli di un gioco pericoloso: quello dell’amore.

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Manuel Malavenda
Manuel Malavenda
A furia di raccontare le sue storie, un uomo diventa quelle storie. Ecco perché scrivo da sempre: per confondermi con le parole, immaginare cose che non si possono vedere e raccontare cose che si possono solo sentire. Come la musica. Ho una pagina Facebook dove parlo della bellezza, perché è di questo che dovremmo riempire le nostre vite: di bellezza.

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