Abbiamo intervistato FABRIZIO BOSSO, in tour con “State of the Art”

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Abbiamo intervistato FABRIZIO BOSSO, in tour con “State of the Art”

Fabrizio Bosso

Abbiamo avuto il piacere di incontrare Fabrizio Bosso, grande trombettista, protagonista di una superba carriera solista oltre a numerose collaborazioni con i protagonisti del jazz e del pop.

Parliamo subito dell’album, “State Of The Art”.. siamo allo stato dell’arte?

Ma l’idea era quella di fermare questi tre anni di musica insieme al mio quartetto. Un momento felice, quando suono con loro sento di tirare fuori il meglio di me, mi è tornata voglia di suonare le mie composizioni sentendole con un altro orecchio, anche perché sono maturato io.. son felice di aver scelto loro perché la cosa bella che provo è che penso di poter non suonare, anche senza di me la musica funziona. Questo mi permette di prendere rischi, di interagire, ogni concerto è sempre un qualcosa di nuovo, non ci annoiamo mai. Di conseguenza mi son chiesto: perché non cristallizzare questa cosa? Poi l’idea di mettere tutto in un live è stata una suggestione del produttore, che ci ha sentito a Milano e ha detto: ‘voglio questa cosa qua! Sporca, autentica, live’. Da lì l’idea di registrare e quindi sono uscite queste 8 tracce dal live di Tokio, 6 da quello di Verona e 2 da Palazzo Venezia (Roma), dove c’era ancora Luca Alemanno il contrabassista, in seguito è subentrato Jacopo Ferrazza che è un giovane di gran talento. Poi ci sono Giuliano Olivier Mazzarello, col quale suono da vent’anni, e Nicola Angelucci  che ho conosciuto con Rosario Bonaccorsi.. e questi soggetti messi insieme hanno creato questo suono di cui sono veramente molto felice.

Mi hai ben descritto la componente artistica del tuo lavoro.. e la componente emotiva?

È fortissima, noi siamo un gruppo di amici anche giù dal palco, c’è grande armonia, voglia di divertirci, di parlare, di confrontarci, quando siamo in tour condividiamo tutto, e a me piace quando tutte queste cose escono sul palco, per esempio quando cazzeggiamo suonando, ci divertiamo anche quando scappa l’errorino che magari poi diventa anche una cosa più figa. La forza è proprio quella, arriva il quartetto e non il leader.

E ora dopo l’uscita del disco (il 7 aprile), in giro per l’Italia per promuoverlo con molte date importanti

Decisamente, il tour è giá cominciato. Quest’estate saremo anche all’Umbria Jazz e presenteremo questo nuovo progetto sempre col mio quartetto con una formazione allargata, avremo tre fiati in più, quasi una big band. Faremo quest’omaggio a Dizzy Gillespie, prima in Umbria e poi a Palazzo Venezia a Roma.

C’è una correlazione tra la tua vita artistica e quella privata? In particolare in questo album, hai voluto “fotografare” anche un punto della tua vita? 

Sicuramente è un periodo, un momento della vita che mi appaga, e quando suono col quartetto mi sento appagato. Era una cosa da fermare e comunicare al pubblico. Quando decidi di fare un disco lo fai per un’esigenza di condividere che hai dentro, a meno che non ci siano stress discografici dietro che ti obbligano (fortunatamente io non mi son mai vincolato più di tanto, registro quando sento che ho qualcosa da dire). E poi i miei compagni d’avventura mi hanno ridato la voglia di scoprire, di sperimentare. Quando suono con loro, arrivo alla fine del concerto che suonerei altre due ore, anche se sono distrutto.

Il nostro pubblico è molto giovane e tendenzialmente ascolta pop.. quale consiglio per approcciarsi al meglio al jazz?

È da un po’ di tempo che il jazz si sta “svecchiando”, penso ai crooner o ad altre contaminazioni col pop, e questo ha avvicinato molto il pubblico più giovane. È importante cogliere questi “esperimenti” e non farsi traumatizzare dalla vastità dell’universo jazz. Io per esempio lo provai in prima persona con Sergio Cammariere dopo Sanremo 2003, abbiamo fatto un tour lungo con tanto pubblico, e quando poi ho ripreso la mia attività nel club ho ritrovato dei fan di Cammariere che erano diventati dei miei fan o comunque fan del jazz in generale. Così ci si avvicina al jazz, ed è per questo che tendenzialmente sono contro i jazzisti puristi e talebani che guardano con occhio sospetto il pop: fanno male, i casi in cui i due generi si sono legati alla perfezione sono innumerevoli. Penso a Sting con Branford Marsalis per esempio, ma ce ne sono mille. La musica alla fine è di due tipi, quella bella e quella brutta.

Quindi il primo consiglio è diciamo approcciare gradualmente il jazz attraverso le contaminazioni di genere. Altri suggerimenti?

Andare a vedere i concerti live. La musica bisogna viverla, vedere la fatica, le espressioni, come comunicano i musicisti. Da lì nasce la passione, anche se all’inizio puó risultare straniante. Ma per noi jazzisti, quando riesci a conquistare uno spettatore non avvezzo al mondo jazz è una delle maggiori soddisfazioni.

Che sembra antitetico allo stereotipo che si vuole del panorama jazz, chiuso in se stesso e timoroso del mainstream

È vero, ma considera che il jazz nasce nei bordelli, più mainstream di quelli non si puó!

 

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Adalberto Piccolo
Adalberto Piccolo
Responsabile editoriale, responsabile della comunicazione, responsabile social media. Ma comunque poco responsabile. "Il Mondo non è perfetto: in un mondo perfetto Mark Chapman avrebbe sparato a Yoko Ono".

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