#4Today, le risposte della musica all’attualità: il significato del dolore

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#4Today, le risposte della musica all’attualità: il significato del dolore

attualità

La rubrica che cerca di trovare le risposte della musica alle vicende dell’attualità

“La sofferenza è un aratro: è buona per coltivare come per seppellire”. Una frase dalla saggezza rude, quasi arcaica. La ricordo ancora e spesso emerge dagli abissi delle cose passate, del tempo che scorre. Non la lessi sui libri, non la imparai a scuola: la sentii da un carcerato, condannato all’ergastolo, che raccontava la sua storia. Tutti conoscono le notizie di questa settimana: la vicenda di Dj Fabo e di Marco Cappato, esponente dei radicali, con i conseguenti dibattiti sull’eutanasia e sul testamento biologico. Non è questo il luogo per schierarsi, per esprimere opinioni, sebbene spesso la musica, attraverso testi di celebri artisti, non si astenga dal farlo. Impossibile è, tuttavia, non addentrarsi nella riflessione, nella più personale indagine del proprio destino: in questo la musica è forse una delle migliori compagne.

Impossibile è, tuttavia, non riflettere sul concetto di dolore e di dignità, sulla solitudine. Un tema ampio e profondo, nel quale poeti, scrittori, musicisti e artisti di ogni genere si sono cimentati, cercando di trovare una ragione (“dolore, ultima forma d’amare”, scriveva Salinas), di capire come trarre un insegnamento, come uscire dai vortici del patire. Non tutti vi hanno trovato un definitivo senso. Forse non esiste una colpa per chi cede al dolore, per chi riconosce la propria umana inferiorità: forse ancora più umano è comprendere il limite, accettare.

Ci si è chiesti anche, in questi giorni, cosa rende un uomo tale: cosa fa un uomo? La dignità, la salute, la cultura, un lavoro, l’amore? Non esiste probabilmente una risposta univoca e soddisfacente, come ad ogni esistenziale quesito. L’unica possibilità è riflettere e credere delle proprie verità, costituendole di un materiale resistente, non senza plasticità.

“La sofferenza è un aratro: è buona per coltivare come per seppellire”. Tornano in mente, ripensando a questi concetti, molte canzoni di grandi autori: la possibilità di una morte felice “Ma lei fu presa da sgomento/ quando lo vide morir contento” canta Fabrizio De Andrè in “La ballata dell’amore cieco” oppure, sempre del cantautore genovese, si potrebbe ricordare la relativizzazione del dolore che non si prova e che si vede negli altri: “Il dolore degli altri è sempre un dolore a metà”, recita uno dei suoi versi. Senza dimenticare altri esempi, come “Ho conosciuto il dolore” di Roberto Vecchioni (con le citazioni sparse del Montale di Ossi di Seppia), dove l’essere uomo porta il cantante alla tanto volgare quanto profonda apostrofe finale al nemico dolore “Tu non conti un cazzo di niente”.

Eppure la canzone che propongo per racchiudere le vicende di questa settimana in una riflessioni semplice e priva di faziosità è un brano breve dal testo molto semplice di Francesco Guccini. Non è una delle sue canzoni più note, forse una di quelle dalla genesi più affascinante: non fu mai registrata in studio dall’autore, fu cantata solamente in concerto. “La vita e la morte rimangono uguali”, recita una frase della canzone: forse l’unica verità è che l’aratro continuerà a scavare, forse l’unica verità è che possibile è coltivare anche laddove si è già seppellito, forse non esiste un’unica verità.

“Per fare un uomo ci voglion vent’anni,

per fare un bimbo un’ ora d’amore,

per una vita migliaia di ore,

per il dolore è abbastanza un minuto.”

 

Andrea Migliorini

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