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Imany live all’Alcatraz gioca con la musica e vince la partita [RECENSIONE]

Nadia Mladjao, in arte Imany, sale sul palco dell’Alcatraz di Milano solo con qualche perdonabile minuto di ritardo, e lo fa con l’intenzione di calpestarlo con grande presenza scenica e di infiammarlo con le sue canzoni.

IMANYSi presenta al pubblico con Save Our Souls, canzone che apre anche il suo nuovo disco The Wrong Kind Of War. La sua voce si fa notare da subito, profonda, corposa. Una voce che, seppur bella, si rivela proprio uno dei maggior limiti del live: Imany canta per la maggiorparte del tempo nel registro basso, con le poche variazioni che la sua estensione le permettono. Eppure Imany è un’artista intelligente, che probabilmente consapevole dei suoi limiti vocali, lavora per compensazione su altri aspetti. La band, un basso, due chitarre, una tastiera e una batteria, è impreziosita da due violini che non sono relegati al ruolo di accompagnare il resto degli strumenti, ma vivono sul palco da assoluti protagonisti. Il sound che ne esce è molto particolare ed esalta la personalità della cantante. La band gioca moltissimo con gli strumenti, ritagliando all’interno delle canzoni molti momenti strumentali pieni che fungono da climax là dove non possono arrivare gli acuti di Imany. Una scelta intelligente, che mantiene l’ascoltatore sempre attento, coinvolto, perché non sa mai cosa aspettarsi dagli arrangiamenti che cambiano all’improvviso e continuamente.

Imany non si limita a cantare i pezzi dei suoi album in fila, ma decide anche di raccontarli al pubblico. “Ho scritto la prossima canzone dopo la morte di Mandela, perché credo debba essere di ispirazione. Lui era un solo uomo, eppure ha fatto così tanto. Dobbiamo ricordarci che parte tutto da un solo uomo, non dobbiamo arrenderci mai” e canta There were tears, canzone che riproporrà nel bis a fine concerto.

Quello che colpisce di più è che Imany non si limita a portare a casa il compitino: il live è studiato nei minimi dettagli, anche se a primo impatto si presenta scarno di scenografia. Su Lately, brano acustico e struggente che ha causato non pochi singhiozzi, fa il suo ingresso uno strumento molto particolare che è la stessa cantante a suonare; su Seat with me invece l’artista fa portare via il microfono perché “questa canzone parla del come si fa a continuare a vivere dopo aver perso qualcuno. E’ una canzone speciale, e la canto in modo speciale… dalla mia voce, al vostro cuore, senza filtri”. Grazie a questi piccoli accorgimenti il live è una scoperta continua ed Imany si gioca pian piano le sue cartucce, trascinando lentamente il pubblico nel suo mondo, anche grazie agli accenni di canzoni famose, sapientemente inseriti all’interno dei suoi pezzi (per esempio Don’t let me be misunderstood, Ready or not). E il pubblico, dopo alcune canzoni, è nel suo mondo fino al collo. Batte le mani quando richiesto, canta a gran voce, applaude con gran passione, e richiede un bis senza stancarsi mai.

Un concerto ricco di momenti tribali e di chitarre accarezzate (che si sposano alla perfezione alla voce di Imany, i momenti in cui ne esce al meglio ed emoziona di più), di canzoni capaci di lasciare il segno. Imany si scusa per averci messo due anni a tornare in Italia, ma non c’è nulla di cui scusarsi: se questa è l’attesa necessaria per confezionare un concerto così, allora ne aspetteremo volentieri altri due.

A cura di Manuel Malavenda

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Manuel Malavenda
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A furia di raccontare le sue storie, un uomo diventa quelle storie. Ecco perché scrivo da sempre: per confondermi con le parole, immaginare cose che non si possono vedere e raccontare cose che si possono solo sentire. Come la musica. Ho una pagina Facebook dove parlo della bellezza, perché è di questo che dovremmo riempire le nostre vite: di bellezza.

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