Il 26 novembre a Modena va in scena il Premio Pierangelo Bertoli, parla il figlio Alberto INTERVISTA

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Il 26 novembre a Modena va in scena il Premio Pierangelo Bertoli, parla il figlio Alberto INTERVISTA

Torna per il quarto anno consecutivo uno degli appuntamenti di maggior lustro per la canzone italiana: il Premio Pierangelo Bertoli, dedicato all’indimenticabile cantautore di Sassuolo che sfidò “a muso duro” le grandi major al suono dei suoi versi taglienti e incisivi. L’iniziativa, indetta dall’associazione culturale Montecristo, è sostenuta dalla famiglia Bertoli e vanta la direzione artistica di Alberto Bertoli (figlio di Pierangelo) e Riccardo Benini. Il gran finale della IV edizione è fissato al 26 novembre quando, al Teatro Storchi di Modena, scopriremo i big e gli emergenti che saranno insigniti dell’ambito riconoscimento.

pierangelo bertoliCinque i premi in ballo, di cui 4 riservati agli artisti affermati e 1 ai giovani talenti: Premio Pierangelo Bertoli, assegnato ad un cantautore italiano che abbia una lunga comprovata carriera di successo con almeno 15 album all’attivo; Premio Pierangelo Bertoli “A muso duro”, dedicato ad un’opera sul tema dell’anticonformismo e dall’indipendenza intellettuale; Premio Pierangelo Bertoli “Per dirti t’amo”, per un brano che tratti il tema dell’amore anche sul piano universale; Premio Pierangelo Bertoli “Italia d’oro”, destinato a una canzone descrittiva della situazione politico-sociale contemporanea o prospettica; Premio Nuovi Cantautori, assegnato a cantautori emergenti che presentino un brano inedito, anche in dialetto.

Abbiamo intervistato Alberto Bertoli che ci ha parlato del Premio e del tipo di artista a cui mira, riflettendo al tempo stesso sullo stato attuale della canzone italiana. Ecco cosa ci ha raccontato.

 

Alberto, vado dritta al punto chiedendoti subito se puoi anticiparci qualcosa sui vincitori tra i big di questa edizione.

Ci siamo dati un limite di tempo e per ora non parliamo dei big che abbiamo insignito, anche perché è ancora un pochino presto. Devi sapere che cerchiamo di fare la manifestazione per le persone, ci tengo a dirlo perché è qualcosa a cui teniamo moltissimo. Quindi io e Riccardo Benini cercheremo di tenere il teatro che la ospiterà a biglietto gratuito. Cercheremo di seguire questa strada. Quanto ai big, sono sicuramente quattro grandissimi artisti e ci sarà qualcuno di indipendente. Questa è una cosa che a me fa molto piacere, visto che la musica mainstream ha iniziato a fare un po’ da padrona di tutto il nostro panorama. È bene che ci siano anche artisti che vanno fuori dalla “dicitura dei potenti”.

Per quanto riguarda, invece, la categoria “emergenti”, potresti farmi un identikit del cantautore di cui è a caccia il Premio Pierangelo Bertoli?

Cerca un tipo di artista che abbia da dire qualcosa di importante che rimanga. Non il classico personaggio che fa una canzone, o interessante o d’amore, interpretandola in un modo trito e si cerca che questo sia accompagnato da una musicalità divertente. Esattamente come lo era mio padre: un cantautore che diceva cose molto importanti ma che manteneva una freschezza musicale. Perché il classico stereotipo del cantautore di oggi è quello che fa sei minuti di canzone ma stanca dopo cinque secondi.

Cosa manca al panorama cantautorale italiano di oggi e cosa, invece, c’è sin troppo secondo te?

Il cantautorato, intanto, esiste ancora. Negli ultimi quindici-vent’anni si è mosso su canali differenti. L’offerta è altissima ma la domanda è inferiore, quindi si cercano sbocchi diversi come internet per farsi sentire. Il cantautorato esiste ed è una ricerca che si esprime, secondo la mia opinione personale, su due fronti diversi: uno semantico, quindi di tematiche, e uno sul fronte del gioco di parole, dell’esteriorità della parola che può condurre successivamente ad un significato, arrivando da una sovrastruttura ad una struttura, dal significante al significato. Qualcuno dice che adesso i cantautori sono tutti rapper, io non credo. I rapper ci sono e io ne stimo almeno una quarantina di altissimo livello tra gli italiani. E oggi sono quasi tutti mezzi cantanti.

Cosa c’è di troppo? Probabilmente per gli “intellettuali della canzone” fare una musica noiosa, e ce n’è veramente troppa. Se tu guardi, ad esempio, la struttura dell’indie degli ultimi tre-quattro anni ti accorgi che si rifà agli anni ’80 in maniera spudorata. Un conto è un riferimento, un conto invece è “sbianchettarsi” con un vestito che non è tuo, ecco. Penso che ci sia un troppo rifarsi all’artista e manca invece una personalità generalmente forte, come poteva essere mio padre o Vasco o Ligabue o De Andrè. Come ti dicevo prima, l’offerta oggi è alla milionesima potenza e quello che si va cercando invece è un messaggio che sia fruibile da tutti e probabilmente anche immediato. Ed è per questo che si fatica a tirare fuori una personalità. Serve che qualcuno trovi il modo di restare, ma non è facile.

Ti cito tre nomi di grandi cantautori italiani, escludendo tuo padre per evitare un’opinione “condizionata”: Jannacci, Gaetano e Nannini. Riusciresti ad individuare tra gli artisti di oggi qualche loro ideale erede?

Non credo che ci siano degli eredi. Credo che il mondo vada avanti e, quindi, cambi. Penso che ci siano delle figure di riferimento ma è difficile, così a caldo, darti dei nomi. Non vorrei dimenticare o fare torto a qualcuno, però, così su due piedi, per citarne giusto qualcuno, mi viene in mente Mannarino che affonda le sue origini nella musica popolare e nel cantautorato antico, risultando comunque molto attuale. O un Vinicio Capossela che non è più un ragazzino ma è un cantautore fortissimo. Cremonini, ad esempio, è un cantautore d’amore molto profondo e molto intelligente. Oppure penso a Luca Carboni che è un grandissimo cantautore che rimane in voga. Se mi chiedi, però, dei ventenni… si fa fatica. Ci sono delle persone interessanti, però, dire che c’è un nuovo Bob Dylan, un nuovo Fabrizio De Andrè o Pierangelo Bertoli… . È tutta comunque gente che, del resto, è diventata quello che è diventata dopo i trent’anni, a parte Bob Dylan che è un dio. Le grandi canzoni le hanno scritte dopo con una certa maturità.

Ho trovato interessante che il Premio Pierangelo Bertoli dia grande spazio anche alle composizioni in dialetto. Come mai e quanto è difficile trovare al momento dei cantautori che si cimentino in questa lingua?

È difficilissimo e secondo me bisognerebbe anche portare una sorta di rispetto per chi scrive in dialetto perché è una lingua differente, anche se non tutti i dialetti sono riconosciuti come lingua. Io però li considero tutti lingua. Perché? Perché, quando vai a studiare la linguistica, la prima cosa che ti dicono è che la lingua del lavoro è la lingua italiana ma la lingua del cuore, quella che usi con i tuoi amici e la tua famiglia, è il dialetto. È una lingua che secondo me ha un valore. Non credo, però, che un artista debba fare solo canzoni in dialetto oppure album solo in dialetto. Penso, invece, che si possa fare un album in dialetto e poi, ogni tanto, mettere all’interno qualche canzone nuova. Ad esempio come il caso di Davide Van De Sfroos, un cantautore incredibile che canta spessissimo in dialetto ma poi quando interpreta brani in italiano sa benissimo cosa dire. Perché, allora, tenere in vita il dialetto? Intanto perché si sta perdendo e poi perché, torno a dire, è una lingua che parla direttamente al cuore.

C’è una frase in particolare del tuo papà che ritieni assai rappresentativa per il legame che ha con la musica e che vorresti condividere con i cantautori emergenti?

Quando mi chiedono una cosa del genere mi viene sempre in mente “A muso duro” che è stata creata proprio perché un direttore artistico gli disse che doveva scrivere in una certa maniera e lui, per tutta risposta, compose questo verso che dice: “Non so se sono stato mai poeta e non mi importa niente di saperlo”. In realtà conoscendolo, e cantandola anch’io questa canzone, io la intono dicendo così perché penso che sia più filologica, diciamo: “Riempirò i bicchieri del mio vino, non so com’è però vi invito a berlo”. Un minimo di umiltà ci vuole sempre perché, va bene: tu sei quello che sei e puoi scrivere quello che hai in testa ed è magari veramente qualcosa di superlativo, però magari è tutt’altro.

Nell’attesa di scoprire i 5 vincitori delle due categorie, ringraziamo Alberto Bertoli.

Di seguito i nomi degli otto finalisti della sezione “Nuovi Cantautori” di questa edizione: Tonia Cestari con “Capate nel muro”, Grazia Cinquetti con “Figlia di Slovenia”, Dadamo con “Would you love me?”, Noemi De Simone con “L’idiota”, Golaseca con “La notte dei papaveri”, Loopen con “Jungla in movimento”, Mezzania con “Fratello caro” e Giulia Olivari con “Riso & sangria”.

Link utili: www.bertolifansclub.org

A cura di Maria Siria Cavallo

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