Dunque cos’è poesia? Ce lo spiega Bob Dylan

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Dunque cos’è poesia? Ce lo spiega Bob Dylan

“Cantami o Musa” si legge in Omero, “Cantami o musa” intonavano i rapsodi.

Si parta da un presupposto assoluto, incontestabile: non esiste un modo giusto di interpretare un’opera poetica. Lo scrive Emma Scoles nell’introduzione all’edizione italiana de “La voz a ti debida” dove afferma che la ricchezza della poesia risiede nella possibilità ermeneutica dell’errore, della falsa credenza, dell’illusione. Si consideri, tuttavia, un secondo presupposto: non basta mettere qualcosa in versi perché diventi naturalmente poesia, come già Aristotele sottolineava analiticamente.

Eppure non esiste una definizione esatta, pura e cristallina di questo genere. La poesia, nel contesto della letteratura, non è soltanto forma. La poesia è soprattutto emozioni, ricordi, suggestioni. La poesia non è solamente metrica e rime: è la libertà di uno strumento, il verso, che si rende portatore sintetico della vita umana, che esprime il dolore, il sogno, la passione. La poesia è passata, nel corso del tempo, da patrimonio culturale di un popolo a solitaria espressione di un singolo, voce dell’individualismo sfrenato, soliloquio continuo dell’autore con la propria interiorità.

Bob DylanLentamente le porte di quest’arte si sono chiuse, aperte ormai solamente a quei pochi eletti che ancora s’inebriano con le parole soltanto, liquore più pregiato per la mente umana, mare più profondo. Tuttavia qualche spiraglio ancora esiste, ed è la forza di chi non si arrende, di chi lotta per quest’arte. E forse è anche vero che quella di Bob Dylan non è poesia in senso stretto, come oggi la si intende, eppure ha aiutato a riaprire queste porte, a soffiare e mantenere vivo il fuoco dell’intimità quotidiana, del suono della vita. Perché dietro Robert Allen Zimmerman si cela l’eco di Dylan Thomas, perché la musica, come afferma Erri De Luca, aiuta la poesia a visitare un regno nel quale non potrebbe entrare altrimenti. Perché i testi di Fabrizio De Andrè sono entrati a far parte di alcune antologie di poeti contemporanei. Perché le parole di Brassens non persero vigore e splendore poetico per via della musica ma, attraverso essa, divenirono più forti. Perché basta avere ascoltato una volta “Le passanti”. Perché la mousichè (l’unione della musica e della poesia), nell’antica Grecia, era superiore rispetto alle altre arti.

Spesso i premi importanti sono ostici perché spiazzano. E’ come quando il pallone d’oro viene assegnato a un portiere, evento che si verificò una sola volta nel panorama calcistico quando nel 1963 fu conferito a Lev Jashin. A un portiere, a quel giocatore tra gli undici che non può contribuire alle vittorie della propria squadra segnando ma soltanto evitando che la palla entri nella sua rete. Un premio che inizialmente potrebbe sembrare insensato, soprattutto paragonando la stagione di quel portiere con quella dell’attaccante della medesima squadra, che magari ha segnato più goal di qualunque altro giocatore del suo campionato e apparentemente sembra aver contribuito maggiormente alla conquista finale del titolo. Eppure, a rivedere le partite, ogni singola partita, si scopre quale sia effettivamente l’importanza del portiere.

La stessa cosa, mutatis mutandis, si può affermare per Bob Dylan oggi. Ascoltando ogni testo, quelli più noti come quelli più dimenticati, da “Blowing in the wind” a “Restless Farewell” si scopre come anche la sua musica (senza dimenticare le produzioni letterarie) abbia contribuito a mantenere viva quella che nessuno avrebbe il coraggio di non definire, in qualche modo, poesia. “Cantami o Musa” si legge in Omero, “Cantami o musa” cantavano i rapsodi. E, per fortuna, la Musa cantava.

A cura di Andrea Migliorini

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