La bella e tormentata Tunisia di Leyla Bouzid in Appena apro gli occhi – Canto per la libertà.

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La bella e tormentata Tunisia di Leyla Bouzid in Appena apro gli occhi – Canto per la libertà.

appenaprogliocchiFarah ha diciotto anni, è piena di curiosità tipiche della sua età e in lei si rispecchia molto sua madre Hayet la quale, però, conosce fin troppo bene il prezzo da pagare per essere se stesse nella Tunisia di Ben Ali.
È l’estate del 2010 a Tunisi, preludio alla Rivoluzione dei gelsomini (così venne nominata questa rivolta all’interno della più grande Primavera araba del 2011), un miscuglio di fremiti popolari e intimi desideri dei giovani tunisini: Leyla Bouzid racconta tutto questo in Appena apro gli occhi – Canto per la libertà (titolo originale À peine j’ouvre les yeux), film del 2015 che sta compiendo un timido giro anche nel nostro continente grazie soprattutto alla forza di piccole/grandi società di distribuzione.
Figlia d’arte (il padre è il regista Nouri Bouzid con il quale collabora nel 2012 per Millefeuille, altra opera incentrata sulle stesse tematiche), la Bouzid -al suo esordio con il lungometraggio- dà una degna prova di regia che impedisce il distacco dello spettatore, tenendolo desto e concentrato per tutta la durata della pellicola.
Un lavoro incentrato sui desideri di libertà della protagonista (l’esordiente Baya Medhaffer), la cui colpa è solo quella di avere molte passioni, inclusa quella del cantare in un gruppo canzoni sul proprio paese che poco piacciono alla dittatura reggente.
Il tipo di rapporto con il padre (Jassaad Jamoussi) e la madre (Ghalia Benali) la rende quasi una privilegiata, in quanto essi sanno comprenderla e appoggiarla tentando strenuamente di proteggerla, sebbene abbiano pensato a una carriera medica per il suo futuro.
È un film che ti dà la sensazione di vivere suoni, colori, odori e volti di una splendida nazione così vicina eppure così lontana, dove Farah è l’emblema della gente che lì vive e che vuole solo assaporare la bellezza del mondo, lottando contro assurde privazioni che rendono la propria terra una prigione a cielo aperto.
Leyla Bouzid, attraverso la giovane protagonista, canta la rabbia per non potere essere se stessi nel proprio paese: e l’occhio femminile aggiunge quel tocco intenso, realistico e commuovente, laconico ma pregno di significato. Un occhio che si sofferma sui particolari sia narrativi (come le scoperte di Farah relative alle relazioni umane e alle delusioni a esse connesse) che tecnici (i vari dettagli sui corpi e i volti dei protagonisti, tesi a mostrare la complicità e la sensualità della coppia senza la necessità dell’utilizzo di nudi e/o di gesti espliciti).
Forse la forza della cinematografia tunisina, ma anche di quella nordafricana e medio-orientale in generale, sta proprio nel modo di narrare la drammaticità: essendo generata da problematiche reali e concrete, viene naturale renderla profonda, seria e tutt’altro che pesante. E riescono a farlo senza l’aiuto di scene tragediose, piene di urla isteriche (a prescindere dalla gravità del problema descritto), come succede spesso per il cinema italiano: imparare da loro questa lezione potrebbe addurre notevoli benefici alla nostra tradizione cinematografica infestata dall’eterno ritorno dell’uguale.

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