Homicide House. L’ironia noir di Emanuele Aldrovandi

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È un servizio che ho inventato io, l’ho chiamato Homicide House. Chi vuole torturare, seviziare, uccidere e ha abbastanza soldi per permetterselo, paga una vittima. E chi vuole suicidarsi riesce a capitalizzare la sua morte. È un incontro fra esigenze complementari che finora il mercato non soddisfaceva. Dovrebbero darmi il Nobel per l’economia.

Il cartellone del Teatro dell’Orologio non manca, ancora una volta, di riservare al pubblico romano, esperienze culturali di grandissimo rilievo. Parliamo, nel caso specifico, dell’opera del giovane drammaturgo Emanuele Aldrovandi, Homicide House, vincitore del Premio Tondelli nel 2013.

Una scenografia essenziale, composta da un fondale bianco, una sedia e un tavolo legati a dei contrappesi che ne permettono il movimento anche in altezza tanto da rivelare funzionalità inedite, coadiuvati da un uso sapiente della luce atta a cadenzare il susseguirsi dell’azione, contribuiscono tantissimo alla messa in scena di un’opera che indaga con arguta ironia, psicosi e fragilità di quattro personaggi, dettagliatissimi nella scrittura ma universali nelle intenzioni.

Un uomo indebitato per problemi di lavoro, non ha il coraggio di affrontare la questione con una moglie dalle volontà e dai gusti molto precisi. Dovendo ripagare tutto da un giorno all’altro e temendo per l’incolumità della sua famiglia, accetta la spaventosa offerta di uno strozzino su generis di entrare nella ‘casa degli omicidi’: chi vuole uccidere paga una vittima e chi vuole morire riceve dei soldi da lasciare alla propria famiglia. Qui conoscerà la sua aguzzina, la quale con sevizie più psicologiche che fisiche, tirerà fuori la disperazione sì, ma anche le risorse inaspettate dell’uomo. Con un finale a sorpresa…

Partendo da un’idea di per sé originalissima, Aldrovandi ne sciorina le vicende attraverso dialoghi ben congegnati e diversificati, così da tratteggiare personaggi a tutto tondo – ottimamente interpretati da Luca Cattani, Cecilia Di Donato, Marco Maccieri e Valeria Perdonò – che tuttavia si svelano poco a poco. Anche la regia di Marco Maccieri (interprete inoltre dell’uomo alla gogna) è soggetta a precise scelte stilistiche che sottolineano momenti topici e colpi di scena con effetti sonori, luci e controluci e un’interpretazione caratterizzante ma evocativa. 

Un pubblico piuttosto giovane si è profuso in risate e applausi sentiti, per un teatro che sa divertire con intelligenza e leggerezza pur delineando una storia universale, metafora di questa società alla ricerca sfrenata del successo, soprattutto economico, che però non è in grado di appagare anche la sfera più spirituale ed intima dell’Uomo.

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Alice Ungaro
Alice Ungaro
Gravita nel mondo dello spettacolo e dell’audiovisivo sin da piccola, manifestando capacità organizzative e di leadership che la conducono velocemente dall’altro lato della camera. Fermamente convinta che lavorare con passione sia l’unico modo di lavorare, ha fatto dei suoi interessi il suo “core business” specializzandosi nell’organizzazione eventi e nella comunicazione.

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