Pere Ubu Live @ Circolo Monk

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Pere Ubu Live @ Circolo Monk

Il momento “amarcord” promesso dai Pere Ubu per il tour promozionale del cofanetto Elitism For The People (raccolta dei loro singoli dal 1975 al 1978) è stato, quantomeno per la data romana del 31 marzo al Circolo Monk, un qualcosa vicino all’imbarazzo.

Volutamente trasandati e visibilmente invecchiati, i cinque di Cleveland arrivano sul palco pronti a iniziare una performance da regalare a un nostalgico pubblico presente in sala. Il quintetto proposto per questa tournée non pecca di certo in esecuzione: tutti validi, nessun commento negativo sulle prestazioni, ma nulla di memorabile, decisamente sottotono rispetto ad altre loro esibizioni. E quando si assiste a un concerto, soprattutto se di una band storica e pluri-lodata come questa, ci si aspetta di godere di forti emozioni da live e non di annoiarsi poiché nulla di nuovo sta arrivando all’orecchio dell’ascoltatore.

David Thomas, l’omone frontman dei Pere Ubu, si presenta come un anziano cocciuto, capriccioso e delirante (più di quanto è solito fare durante i concerti), la sua bella e carismatica voce ormai è un ricordo lontano: e in questo non è di certo aiutato dal fonico del locale, opportunamente sgridato da lui più volte durante tutta la serata. È sempre lui al centro della storia di questo gruppo (sebbene anch’egli sia scomparso, come altri membri della band, per qualche tempo), è apprezzabile la caparbietà che mostra nel voler continuare a portare avanti il suo progetto, ma esiste quel fatidico momento in cui un artista deve rassegnarsi (chi per un motivo chi per un altro) a lasciare il palcoscenico per preservare un ricordo dignitoso di sé e della sua opera. Costantemente imbronciato e contrariato, guida la band come fosse un direttore d’orchestra e fulmina con lo sguardo se qualcosa non lo convince, rasentando quasi il grottesco.

Sembra la stereotipata immagine de “lo zio d’America” in versione alternativa, ma con i classici elementi (bastone, vino, bretelle e mani tremolanti) che lo riportano più alla figura dell’anziano zio Sam che a quella del cantante di uno dei maggiori gruppi new wave della storia della musica.

Un paradosso bizzarro, l’invecchiamento anagrafico non c’entra (anche perchè Thomas è del 1953), molti artisti dimostrano come una dignità artistica (e personale) si possa comunque mantenere nonostante ci si avvicini a un’età veneranda.

E se tutti i musicisti hanno lavorato per tenere in piedi uno show da “sei politico”, l’attrazione principale sarebbe comunque ricaduta sul leader: a nulla sono valsi gli assoli di chitarra di Tom Herman, la notevole bravura di Michele Temple, le danze di Robert Wheeler con il theremin o i passaggi acrobatici di Steve Mehlman dalla batteria al pianoforte a coda (il quale ha anche assurto al ruolo di personale “valletto” di David Thomas).

Se queste parole possono sembrare più dure di altre, è perché è alta l’aspettativa su gruppi come questi che hanno significato moltissimo non solo per la storia di un certo tipo di musica, ma anche per quella personale di tanti fan che li hanno sempre sostenuti e amati.

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