#4Sbando, storie sbagliate. Justin Bieber, bello e strafatto

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#4Sbando, storie sbagliate. Justin Bieber, bello e strafatto

BieberC’era una volta la musica leggera, con i rapper che crescevano nel ghetto e si accoltellavano per strada, i miti del pop che creavano polemiche ad ogni occasione e le rockstar che ancora esageravano con la droga e morivano a 27 anni soffocando nel proprio vomito o sparandosi con un fucile a canne mozze nel proprio garage. Ah, proprio dei bei tempi! Oggi invece siamo assuefatti al buonismo: al cinema e in tv si cerca di non dire mai una parola fuori dalle righe per paura di uscire dal politicamente corretto, i rapper di successo sono dei salutisti che parlano d’amore e i miti che spopolano tra i giovani sono bellocci perfetti e fisicati, sempre pieni di belle parole così da piacere alle ragazzine, alle mamme e pure alle nonne che non possono non lasciarsi scappare un “certo che è proprio un bravo ragazzo”. Ecco perché in un mondo oramai saturo di dolcezza e perbenismo non può non incuriosirmi uno come Justin Bieber, pur non incontrando i miei gusti musicali. Perché è vero, è biondo, bello, idolo incontrastato (o quasi) delle teenager; è vero, è ricco sfondato, da anni al numero 1 nella classifica degli under 25 più ricchi del mondo; è vero, la sua musica non è niente di così rivoluzionario. Tutte cose vere, tutte cose che me lo farebbero quasi stare sul cazzo di default. Ma ha un qualcosa in più rispetto ad altri, ha quel quid, quella “luccicanza” negli occhi: ha il piglio autodistruttivo dei migliori rocker degli anni ’70. Ha lo sbando nel cuore.

D’altronde, come diceva Robin Williams, “La cocaina è il modo che usa Dio per dire che tu stai facendo troppi soldi”, e per un ragazzo che già a 16 anni era tra gli uomini più ricchi del mondo non deve essere stato difficile scoprirlo. La pubblicistica ci tramanda di lui una quantità smisurata di aneddoti: dalle rapine di smartphone agli svariati arresti (almeno quattro), passando per le aggressioni ai vicini e ai paparazzi, gli atti di vandalismo e le innumerevoli guide in stato di ebbrezza, senza dimenticare qualche accusa di paternità qua e là. Più volte visto in compagnia di prostitute o intento a fumare marijuana, addirittura nel gennaio 2014, dopo essere arrestato per eccesso di velocità mentre era strafatto e senza patente, più di 200mila americani chiesero tramite una petizione sul sito della Casa Bianca che venisse espulso dagli Stati Uniti in quanto minaccia per l’incolumità dei cittadini e cattivo esempio per i giovani. Ma al biondo Justin, bello e dannato (anzi bello e sbandato) si perdona tutto, per lo più perché è una macchina da soldi, ma soprattutto perché non può non strapparci un sorriso uno che con i suoi comportamenti da fattone costringe l’equipaggio del proprio volo ad indossare le maschere d’ossigeno perché nell’aereo c’è troppo fumo d’erba. E se dopo tale volo riesce anche a sfangarla dalla polizia (“lo sapevo che mi avrebbero perquisito, per questo ho finito tutto prima di atterrare”), beh allora non si può non considerarlo un genio. Purtroppo non potremmo mai avere dettagli sulle sue notti brave e sui suoi festini nella villa di Calabasas, vicino a Hollywood, o almeno ci costeranno cari: dal 2013 infatti, chiunque volesse partecipare a uno dei party nella sua casa dovrà firmare una liberatoria, dal pieno valore legale, che obbliga a non divulgare niente di ciò che succede dentro quelle quattro mura, pena una multa da 5 milioni di dollari. Inoltre il documento mette in guardia su ciò che potrebbe accadere alla festa sconsigliando la partecipazione a chi ha problemi di salute o problemi fisici: perché si può essere belli, biondi e palestrati, ma non tutti hanno il fisico per una notte alla Justin. Dopo l’uscita a novembre 2015 del suo ultimo disco “Purpose” ha dichiarato di aver messo la testa apposto, di pentirsi di quello che ha fatto e di voler dare un esempio migliore: lo speriamo, per la sua salute e per il suo futuro, ma sappiamo che comunque una canna della migliore erba di Los Angeles se la fumerà sempre dopo un suo concerto, come ad Auckland quando è stato pizzicato da un fotografo.

Perché si può mettere la testa a posto anche continuando con gli spinelli, specie se fatturi 55 milioni l’anno e di nome fai Justin Bieber.

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Adalberto Piccolo
Adalberto Piccolo
Responsabile editoriale, responsabile della comunicazione, responsabile social media. Ma comunque poco responsabile. "Il Mondo non è perfetto: in un mondo perfetto Mark Chapman avrebbe sparato a Yoko Ono".

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