Ermal Meta, le cicatrici sulla schiena e la consapevolezza di poter volare ancora.

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Ermal Meta, le cicatrici sulla schiena e la consapevolezza di poter volare ancora.

Se quest’anno a Sanremo fra i big i pezzi di buona fattura erano più numerosi che negli anni passati lo stesso non si può dire delle nuove proposte: quasi tutti i brani validi presentati dagli artisti emergenti sono stati scartati nella fase finale di selezione. Fra tutti i cantanti che hanno avuto accesso alla gara dei giovani la proposta più interessante non era nemmeno del tutto nuova. Sto parlando di Ermal Meta, ex voce del gruppo La fame di ermaCamilla, che aveva partecipato a Sanremo giovani nel 2010. L’artista, chiusa l’esperienza con la band, ha iniziato una fortunata carriera da autore per interpreti (ha scritto, fra le altre cose, “Strardinario” e “Vieni con me” per Chiara, “Non so ballare” per Annalisa e “Pronto a correre” e “Io ti aspetto” per Marco Mengoni), ma, nonostante il primo mancato successo, la sua voglia di mettersi in gioco in prima persona non si è ancora spenta. Ermal ha quindi preparato il disco “Umano”, interamente scritto da lui sia per quanto riguarda i testi che per quanto riguarda le musiche. Ascoltando questo lavoro è evidente che non ci troviamo di fronte ad un ragazzino inesperto come spesso succede quando si ha a che fare con dischi provenienti da Sanremo giovani. A spiccare sono gli arrangiamenti curati ed omogenei, in buona parte basati su influenze elettroniche sapientemente miscelate ad un alternative rock all’italiana che rimanda all’esperienza con La fame di Camilla.

ermFra le tracce più riuscite possiamo citare il singolo presentato a Sanremo, “Odio le favole”, che attira immediatamente l’attenzione dell’ascoltatore con un’intro elettronica ripresa anche nel ritornello. La forza del pezzo è l’estrema orecchiabilità: la melodia irresistibile e l’ottimo arrangiamento fanno si che si collochi fra i pezzi pop di miglior fattura dell’anno. Le tracce più elettroniche sono “Gravita con me” e “Pezzi di paradiso”, entrambe molto catchy come il singolo di lancio e caratterizzate da ritmi ballabili e coinvolgenti. Il secondo pezzo trasuda felicità e benessere, Ermal è innamorato, c’è una donna a cui perdonerebbe ogni cosa, che gli fa vivere l’inverno come fosse estate. Il resto del disco, però, è più inquieto. Alcune canzoni ci lasciano intendere un malessere passato, delle difficoltà affrontate che l’artista cerca di superare oggi a testa alta. In “Lettera a mio padre”, che ha il testo più bello del cd, si evince un rapporto molto turbolento con la figura paterna, assente, descritta come una bestia. Su una strumentazione più delicata delle precedenti Ermal afferma con forza che in lui, del padre, rimangono solo alcuni tratti somatici e il cognome; tuttavia, nonostante la cattiva esperienza, dice anche che non c’è più paura in lui e che sa come trasformare la sofferenza in qualcosa di positivo, infatti, in uno dei versi più coinvolgenti del pezzo, canta: “Sulla schiena trovi cicatrici, è lì che ci attacchi le ali”. Il tutto converge un finale emozionante in cui l’artista si promette che se un giorno sarà lui ad avere un figlio andrà tutto diversamente, che lo incoraggerà a guardare in alto e a superare le difficoltà della vita, insomma, che darà quel tipo di affetto che ci si aspetterebbe da un padre, ma che non tutti poi ricevono davvero. “Umano”, la title track, è caratterizzata da un potentissimo bridge elettronico; in questo pezzo vengono fuori le amarezze di un percorso in salita, probabilmente anche di una carriera conquistata con sacrifici (“Cerco il mio futuro, gli occhi di qualcuno, uno, centomila, non c’è più nessuno, chi ti rompe i denti per sentirsi duro, chi ti ruba il pane per sentirsi furbo”). Nel testo il cantautore si dice stanco dei comportamenti di altre umanità con cui è venuto a contatto; tuttavia la voglia di proseguire per la sua strada permane nonostante la stanchezza e le sconfitte e il suo sfogo è mitigato da una presa di coscienza: “almeno se respiro posso dirmi vivo”. Il disco si conclude con la splendida ballad “Schegge”, il ricordo di una persona perduta che vive nella memoria. Nello struggente ritornello Ermal realizza che quella persona non è mai stata veramente sua e si arrende all’idea che inevitabilmente tra i suoi pensieri ci sarà sempre un posto per lei. Con questo disco il cantautore albanese, naturalizzato italiano, riesce a cavalcare l’ondata di successo che l’elettropop sta vivendo in Italia in questo momento, pur senza perdere l’impronta personale che è sempre riuscito a conferire alle sue composizioni. La sua personalità, i suoi trascorsi personali e le cicatrici del passato sono presenti, vengono fuori fra un pezzo e l’altro, nascoste fra un amore finito male e una forte infatuazione (come quella descritta in “Bionda”). Quello che fa parte del passato non è sempre positivo, anzi, ma è visto con gli occhi dell’esperienza, con una forza ritrovata negli anni. “Umano” è proprio il nome più giusto per questo disco che parla d’amore ma soprattutto di come l’uomo dovrebbe affrontare le avversità: Ermal è pronto a ripartire, ha imparato “anche ad incassare bene” e sa che sulle cicatrici che lascia il tempo gli umani dovrebbero sempre scegliere di attaccarci le ali.

Antonio Galota

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