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Gli Hurts alla conquista di Milano!

hurts-tour-italia-2016-concerto-milano-febbraio-660x455Avete mai sognato di poter tornare a quel periodo tanto bello della vostra vita in cui avevate 16 anni, tanti sogni, poche responsabilità e MTV era ancora in chiaro e trasmetteva qualche video musicale?  Beh, a volte per qualche strana coincidenza si riesce ad avere accesso alla “macchina del tempo”, almeno per qualche ora, e a rivivere le emozioni della nostra adolescenza, o a realizzare quei sogni che da minorenni non ci era permesso realizzare.
Proprio questo è il mood di martedì sera, 23 febbraio 2016, in quel dell’ Alcatraz di Milano che l’ospita l’unica data italiana degli Hurts, che mancano dal nostro paese da almeno un paio di anni.   Il duo synthpop di Manchester, composto da Theo Hutchcraft, cantante e leader, e Adam Anderson, polistrumentista, è in Italia ufficialmente per presentare il nuovo album Surrender, uscito lo scorso 9 ottobre 2015, che i ragazzi, in compagnia di una band di musicisti di tutto rispetto, stanno portando in giro per l’ Europa con l’omonimo Surrender Tour, dopo aver registrato un grandissimo successo con la tournée britannica chiusa alla prestigiosa Brixton Academy di Londra qualche settimana fa.
Sappiamo tutti, però, dalla scaletta trapelata su internet, che durante il concerto non mancherà di certo lo spazio anche per i brani più celebri dei precedenti lavori, Exile del 2013 e Happiness del 2011, oltre a qualche chicca speciale per i fortunati presenti, giusto per non farci sentire ancora più nostalgici di quando non lo eravamo già dal momento dell’ingresso nel locale di via Valtellina 25. La serata è aperta da due simpaticissime e talentuose ragazze italiane, le “I’m not a blonde”, che scaldano entusiasticamente il pubblico preparandolo al main act. Il palco dell’Alcatraz – per la cronaca quello piccolo, che divide a metà la venue – ha assunto una strana forma questa sera, con una sorta di costruzione che eleva i musicisti, coperta da un telo bianco su cui campeggia la scritta “surrender”, title track su cui gli Hurts entreranno in scena pochi minuti dopo le 21.30, tra gli urli della folla in visibilio già dai primi minuti di show, prima di lasciare spazio, proprio come avviene nell’album, a Some Kind Of Heaven su cui il telo cade e diventa proprio inevitabile iniziare a gasarsi tra la folla! Il pubblico, infatti, è di quelli veri, veri fan venuti più o meno da tutto il paese e non solo – si sente un gran parlar tedesco, ma d’altronde la Germania è un paese diventato quasi autoctono per i nostri -, che hanno affrontato la fila fuori al freddo per tutta giornata non soltanto per ammirare Hurtspiù da vicino il bel frontman Theo, figura carismatica che trascina gli sguardi, ma anche per cantare a squarciagola brani come Miracle, Why e weight of the world. Se pensate che gli Hurts siano solo pop da ballare prendendola alla leggera, infatti, potreste sbagliarvi, in quanto i testi giocano un ruolo fondamentale in queste canzoni, in cui tra un singalong ed un selfie con gli amici con il palco come sfondo si ci possono prendere anche due minuti per riflettere, per esempio grazie alla bellissima Somebody to die for, “non voglio vivere, ma trovare qualcuno per cui morire”. La storia della formazione della band è piuttosto singolare, in quanto risale al 2005 l’incontro di Theo e Adam fuori da un club di Manchester, il 42nd Street, mentre i loro amici erano coinvolti in una rissa. Troppo ubriachi per inserirsi in questa, i due ragazzi iniziano a discutere di musica scoprendo di avere gusti molto simili e di creare una band insieme. Le migliori idee sono sempre quelle che vengono da ubriachi.A metà set circa arriva il momento “revival”, in cui a farla da padrone sono i brani tratti del disco di esordio della band, come Illuminated e Sunday, ma intervallate da Rolling Stone e Affair, una b-side da veri intenditori, oltre che dal pezzo meglio riuscito della fatica più recente, Lights, perfetto connubio tra pop, synth e disco anni 80, su cui il club meneghino sembra trasformarsi improvvisamente da concerto a discoteca del sabato sera, in cui nessuno, ma proprio nessuno, neanche i celeberrimi “sono qui solo per accompagnare la mia ragazza” onnipresenti ai concerti riescono più a stare fermi. Del resto, è proprio Theo a chiedercelo, forse anche perché lui non può ballare più di tanto, costipato in un palco forse un po’ troppo piccolo per quelle che sarebbero le potenzialità dello spettacolo. Poco male, ci accontentiamo delle sue movenze accennate, degli sguardi accattivanti e del continuo eye contact che il cantante cerca di mantenere, in maniera molto dolce, con il pubblico, sembrando sinceramente e positivamente colpito dalla carica emotiva tipica del nostro dna italiano, ma che sappiamo dimostrare pienamente solo quando ne vale realmente la pena.
Il concerto si chiude prima dell’encore con l’infilata delle immancabili Wonderful Life e Better Than Love, che lanciarono la band nell’ormai lontano 2010 e in cui l’energia sale a mille, per arrivare infine al momento più struggente e toccante dell’intero live, Wings, in cui le mani del cantante si uniscono a quelle della prima fila come a voler simboleggiare proprio le lyrics. Sarò di parte perché è la mia canzone preferita, ma questo è proprio il momento che aspettavo da tutto il concerto, che mi aspetto in tutti i concerti, in cui chiudi gli occhi, canti e non esiste più nient’altro se non l’emozione pura di quel momento unico che solo la musica è riuscito a regalarti.
Certo, non mancano anche parentesi più frivole come una simpatico aereoplanino di carta lanciato sul palco da alcune fan o le prove di italiano di Theo, che riesce a passare dal solito “grazi” risicato di inizio show ad un’ ottima pronuncia di “grazie mille” che ci rende tutti orgogliosi di lui. Quello che bisogna notare particolarmente questa sera però è la classe, la precisione tecnica dello spettacolo della band inglese, con l’utilizzo di luci pazzesche, un suono perfetto raro da sentire nel palco B dell’ Alcatraz e due coriste spettacolari che sostengono in modo egregio la performance.
Neanche il tempo di prendersi una breve pausa che i sostenitori ricominciano ad acclamarli a gran voce, impazienti di arrivare al culmine della serata. Così gli artisti inglesi tornano in scena, imbracciando un grande mazzo di rose bianche che mano a mano volano in direzione dei fan, in una originale e scenica reinterpretazione dei soliti coriandoli sparati sul finale.
A completare un’ora abbondante di grande musica non possono che essere la potenza di Nothing Will Be Bigger Than Us e soprattutto l’emozione di Stay, la più attesa tra le attese, uno di quei pezzi che ascoltato nelle cuffiette mentre pensi alla tua vita, stasera come gran finale di un ottimo concerto in un club o, chissà, magari un giorno sul palco di un grande festival ti farà sempre lo stesso effetto, e le lacrime piano piano inizieranno a sgorgare in un mix di feels letali. Theo e Adam lasciano il palco italiano tra gli applausi e le urla, ringraziando “tutte questi volti stupendi e queste voci fortissime, che significano il mondo per noi”, molto entusiasti del live nel nostro paese che come ci ricorderanno poco più tardi anche sui social network “That was a crazy one”. Anche per noi lo è stato, e voi ci mancate già. Speriamo di rivedervi al più presto, e nel frattempo, cari Hurts, vi auguriamo tutto il meglio per il resto del vostro grandioso tour europeo!
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Beatrice Costanzo
Beatrice Costanzo
Vita a Milano e cuore oltremanica, potete trovarmi con i fiori tra i capelli ad un festival indie, a scattare selfie con gli artisti che intervisto o sul prossimo aereo che mi porterà in giro per il mondo per un nuovo tour. Amo scrivere, creare playlist di band sconosciute e cambiare colore di capelli ispirandomi alle mie blogger preferite.

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