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Tortoise live al Monk!

fotoAtmosfere dal gusto rétro per la data romana dei Tortoise, i quali il 20 febbraio al circolo Monk hanno presentato il loro ultimo lavoro The Catastrophist, un percorso a metà tra vecchie sonorità e piccoli elementi d’innovazione. L’apertura della serata è stata affidata al concittadino Sam Prekop (anche lui prodotto dalla stessa etichetta del gruppo, la Thrill Jockey), il quale ha riscaldato il numeroso pubblico accorso con un’elettronica minimalista, accompagnandosi con un sequencer dal quale partivano mille cavi e suoni coloriti: un degno passaggio di testimone alla musica che di lì a poco si sarebbe andati a sentire. Questa band statunitense nasce intorno al 1991 da un’idea del batterista e tastierista John Herndon e del bassista Doug McCombs, i quali inizialmente fondarono una sezione ritmica che poi si sarebbe trasformata nell’attuale formazione con l’aggiunta dell’altro batterista John McEntire e del percussionista Dan Bitney: gli altri due membri storici, Bundy K. Brown e David Pajo, entrambi quasi nello stesso momento (uno nel 1995 e l’altro nel 1998) hanno poi lasciato il posto al chitarrista Jeff Parker. I cinque chicagoans approdano puntuali e seri, si dispongono dietro i propri strumenti (il palco ne è totalmente invaso) e, dal momento in cui poggiano le loro dita su questi, inizia un lungo viaggio psichedelico. Un tipo di viaggio che conduce verso sonorità relative a decenni fa: melodie rivisitate, rimescolate e riproposte secondo un punto di vista abbastanza interessante. Questi musicisti polistrumentisti passano da uno strumento all’altro con estrema naturalezza e competenza, fluidi nell’esecuzione, dando l’impressione di poter suonare un pezzo anche a occhi chiusi. Tutti ad eccezione di Doug McCombs, che rimane invece ancorato al suo fedele basso: sarà stato per via della sua lunga barba bianca o per il suo essere co-fondatore della band, comunque sia appare come un asceta e gli altri membri, come sorta di discepoli, diffondono il suo verbo in musica, una parabola rock sperimentale che non disdegna una netta influenza prog con risvolti vicini all’elettronica.

Si sente molto la provenienza da una città come Chicago, melting pot di correnti artistiche di ogni tipo e crocevia di artisti di grande portata: anche il gruppo in questione ha contribuito a diventare un pezzo forte di quel panorama musicale e, di conseguenza, di quello internazionale. L’acustica del luogo non ha reso loro giustizia e, nonostante sia palese la loro viscerale musicalità, unita a un profondo senso del ritmo, i Tortoise restituiscono quella “sgradevole” sensazione di monotonia acustica che rischia di far rimpiangere un comodo ascolto a casa di un loro disco. È innegabile il virtuosismo tecnico (menzione ad honorem per Parker e McCombs), sebbene questo non sempre corrisponda a un estro creativo e accattivante, capace di tenere alte le aspettative che di norma si creano automaticamente attorno a un grande nome. Tuttavia partecipare a una loro esibizione live è assistere a un pezzo di storia della musica contemporanea, per cui la sua visione merita di essere annoverata tra quelle esperienze musicali da sperimentare almeno una volta nella vita.

 

 

 

 

 

 

 

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