THE HATEFUL HEIGHT

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THE HATEFUL HEIGHT

THE HATEFUL EIGHT L’ULTIMO FILM DI TARANTINO – TENTACOLARE, EPICAMENTE SANGUINANTE E ELEGANTE.

E’ la giustizia di frontiera Quentin Tarantino style, l’all-star regista sforna il suo Western, e ce l’ha con tutti.

THE HATEFUL EIGHT

Nessuno è più indicato  di Quentin Tarantino per portare l’inferno al cinema. E nessuno ha un motore creativo pari a quello dell’unico uomo che dopo le sette-meraviglie cinematografiche, punta ancora ad alzare la posta.

Tarantino scrive come un lanciafiamme, i suoi dialoghi sono incendi di profana poesia. The Hateful Eight è disponibile solo in alcuni teatri in grande formato 70 millimetri, con una ouverture del compositore iconico Ennio Morricone, e un intermezzo che permette ai nemici giurati di Quentin di prepararsi psicologicamente ad ulteriori 90 min.

LA BUFERA 

prima parte

THE HATEFUL EIGHT

Ambientato durante una bufera di neve del Wyoming in una stazione del mondo di frontiera, il film – girato con l’occhio di un poeta da parte del grande Robert Richardson – dopo una sontuosa apertura, grande come i grandi spazi aperti presenti in scena, il film si muove in profondità nelle ombre del genere umano e praticamente resta fermo come una produzione teatrale che privilegia il personaggio sull’azione. Il formato 70 millimetri tanto decantato, usato colossal come la versione anni Sessanta di Ben Hur, diventa un escamotage di Tarantino per mostrare ogni tremolio del volto umano.

E quali volti ci mette di fronte? The Hateful Eight è pieno zeppo di cattivi. Dimenticate il buono, tutti sono solo cattivi o brutti.

Samuel L. Jackson, il migliore interprete del mondo Tarantiniano è uno Shakespeariano Maj. Marquis Warren, un ex soldato dell’Unione che  ancora combatte le tensioni razziali quasi un decennio dopo la guerra civile, che potrebbe rappresentare l’ottusità, o il senso di vendetta e di equilibrio folle. L’uomo che dipana il file rouge della pièce attrvaerso un passaggio sulla sua diligenza è il selvaggio whisky victim “John boia Ruth” (uno stellare Kurt Russell), un cacciatore di taglie ammanettato ad una Daisy Domergue (Jennifer Jason-Leigh)prigioniera, che sta viaggiando verso Red Rock per essere impiccata.

L’EMPORIO DI MINNIE

seconda parte

THE HATEFUL EIGHT

L’emporio di Minnie è il purgatorio nel quale  un gruppo eterogeneo di criminali dissimula se stesso, interpretando stereotipi sociali, per poter aprire le porte all’inferno.  Un formidabile Walton Goggins interpreta Chris Mannix, il Johnny Reb che afferma di essere il nuovo sceriffo di Red Rock.

Tim Roth gioca a fare un boia britannico meravigliosamente chiamato Oswaldo Mobray, ed è affiancato da un altro cane nero, Michael Madsen, come il cowboy sospettato Joe Cage. C’è anche Bob (Demián Bichir), un messicano che sostiene di essere amico degli assenti Minnie e Sweet Dave, e Sanford Smithers (Bruce Dern), un generale confederato a cui non piace l’aspetto del maggiore Samuel Jackson e il colore della sua pelle.

DIECI PICCOLI INDIANI

terza parte

THE HATEFUL EIGHT

Restate vigili per seguire questo nido deliziosamente depravato di otto vipere, che strizza l’occhio ai Dieci piccoli indiani di Agatha Christie. Tre, le fonti d’ispirazione per questa ottava fatica di Tarantino: Bonanza, Ai Confini dell’Arizona e The Virginian – peraltro pur esso ambientato in Wyoming.  Così si spiega il regista: “Due volte a stagione, quegli show avevano un episodio in cui un gruppo di fuorilegge prendeva in ostaggio i personaggi principali. Non mi piace questa trama in un contesto moderno, ma mi piace nel West, dove sei a metà del percorso e sei incollato a cercare di scoprire se i buoni sono buoni e i cattivi…cattivi. E tutti, tutti loro, hanno un passato nascosto da rivelare”.

Una volta che tutti i personaggi si sono messi a proprio agio sotto lo stesso tetto, il film stesso si assesta in un talkathon prolungato, in cui le connessioni sgradevoli, coincidenze, pregiudizi, risentimenti e le intenzioni tra i personaggi bollono in superficie. Ma i liquidi in alta quota richiedono più tempo per bollire, così  il dramma del film si sviluppa molto lentamente, sbuffando a lungo verso l’intervallo, che arriva al 101 minuto (già più di Reservoir Dogs).

Se conoscete Tarantino, si sa che ci saranno trucchi temporali e visitatori imprevisti sospinti da una tempesta che infuria e che richiama uno degli horror shows favoriti di Tarantino, La Cosa di John Carpenter . Eppure, è la tempesta di chiacchiere, esilaranti e orribili, che sigilla la nostra attenzione. Dal momento che quasi tutti lanciano la parola “nigger” al Maggiore Samuel Jackson, egli reagisce in un monologo che permette a Tarantino di prendere in giro la malvagità e la paura dell’uomo bianco, oltre ad un corposo senso di frustrazione legato alle misure intime proprie della razza nubiana.

Tarantino è un sacco di cose, ma non è politicamente corretto e non gli interessa esserlo. Porta la guerra in casa, con tutte le implicazioni politiche, geografiche, sociali, sessuali e razziali che ancora disputiamo oggi.

IL VECCHIO WEST

quarta parte

Tarantino ha evocato un senso del vecchio West – non dissimile dala frontiera spietata di Alejandro G. Inarritu in “The Revenant” – dove  ognuno è per sé, il che significa che l’unico modo sicuro di interagire con uno sconosciuto è quello di presumere che egli vi può uccidere, senza un attimo di riflessione.

Tarantino trattiene il primo proiettile fino a circa i 100 minuti, rompendo l’attenzione con un intervallo forzato subito dopo il tonfo del primo cadavere quando colpisce il pavimento.

Il numero delle vittime sale molto più velocemente, non appena il pubblico ha ripreso i loro posti,  raggiungendo una cifra di gran lunga superiore al titolo. Il regista si insinua  solo dopo l’intervallo, raccontando ciò che è accaduto durante la pausa.

Troppi, ulteriori dettagli, assumerebbero le fattezze di uno spoiler, posso solo terminare dicendo che i Nerd avranno, in seguito alla visione, delle giornate campali per  spuntare i tropi Tarantiniano: i titoli dei capitoli, Red Apple tabacco, timeline jiggery-pokery e un ultimo atto pieno di un glorioso Grand Guignol.

Ma c’è anche  freschezza. La colonna sonora di Morricone. Ancor più di Django, Eight è un film politicamente esasperato, metaforicamente iperbolico, atto a MOSTRare: la divisione, il sospetto, l’avidità, la rabbia, chissà, magari il prossimo squillo Tarantiniano sarà dedicato ai peccati capitali.

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Valentino Cuzzeri
Valentino Cuzzeri
Appassionato delle potenzialità dei nuovi media e la loro scientifica misurabilità, intraprende una carriera accademica incentrata sul Digital World. Fermamente convinto che il web rappresenti la nuova frontiera nell’ambito della comunicazione e dei Brand, inizia la propria esperienza lavorativa collaborando come consulente con alcune delle più grandi agenzie di comunicazione e marketing non convenzionale.

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