FOLCO ORSELLI RACCONTA IL SUO ULTIMO ALBUM “OUTSIDE IS MY SIDE”

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FOLCO ORSELLI RACCONTA IL SUO ULTIMO ALBUM “OUTSIDE IS MY SIDE”

Milano è da sempre un terreno fertile per la discografia italiana, una mecca verso cui tutt’oggi giovani aspiranti interpreti e musicisti emigrano per tentar fortuna sperando di conquistare le grandi case discografiche. Ma la metropoli lombarda, da altrettanti anni, dispone di un florido sottobosco di cantautori che hanno fatto scuola e la cui musica non risente dell’inclemenza del tempo ma resta sempre fresca, attuale ed imperitura pur nella distanza storica. A Milano hanno mosso i loro primi passi icone della discografia italiana di qualità come Enzo Jannacci e Giorgio Gaber. “Artisti” nel senso originale della parola, non come nell’usura che ne è stata fatta negli ultimi tempi in cui l’impressione è piuttosto che si viva nell’era con il maggior numero di artisti pur in assenza di vera “Arte”, quella con la “a” maiuscola.

È a questa scuola di grandi che pensa il compositore e cantautore milanese Folco Orselli nel suo ultimo album “Outside is My Side” e alle talentuose generazioni attuali che restano ai margini delle dinamiche di quel “grande gioco” che detta le regole e le tendenze di un mercato sempre più piatto e arido. È a tutta questa schiera di outsider che dedica il suo disco, a chi, come lui, si tira fuori da questo subdolo meccanismo ribellandosi attraverso una musica che resti fedele a se stessa, senza mai piegarsi ai compromessi delle grandi case discografiche. Folco Orselli_foto 2_b“Outside is My Side” celebra un ideale di bellezza fuori da ogni schema, un ideale che può essere perseguito solo da chi, come Orselli, si dichiara un fiero outsider. Co-prodotto dallo stesso cantautore insieme al duo Gino&Michele, con cui è attualmente in tournée per i teatri con lo spettacolo “Passati col Rosso”, per la regia di Paolo Rossi, l’album è distribuito da Believe Digital. Dieci tracce inedite più un omaggio a quel Jannacci la cui musica è stata la colonna sonora dell’infanzia di Orselli.

Noi di Four lo abbiamo intervistato alla vigilia dell’uscita del suo ultimo disco, mentre era ancora in viaggio verso Mestre per via dei suoi impegni teatrali. Scopriamo cosa ci ha raccontato.

Folco, com’è questo mondo di “insider” da cui prendi le distanze?

Come possiamo vedere tutti il mondo degli “insider”, in questo momento, è rappresentato dal mainstream che da una certa parte è fatto certamente di professionisti, gente che ha molte cose da dire e che ha lavorato su se stessa ma per una grande parte è fatto anche di giovani inesperti scaraventati in questo mondo tramite social network e talent show e che propongono un’esperienza che non hanno. Del resto, i grandi produttori non esistono più e così abbiamo come risultante che negli ultimi anni in classifica ci sono stati questi ragazzi. Secondo me all’interno del mondo mainstream fatto di “insider”, in questo periodo storico, c’è meno qualità che all’esterno, quindi, mi chiamo fuori e dico anche che fuori da questo mondo c’è tanta offerta ma anche tanta domanda. Parecchia gente è alla ricerca di una rappresentatività che non trova. Forse è il caso di fare una conta e chiedersi: “quanti siamo fuori dal grande gioco che ci propone solo inesperienza?”, e a quel punto sarebbe bello fare “outing” facendo scoprire alla gente che esiste anche un mondo che potrebbe dare risposta ad un certo tipo di domanda.

Forse basterebbe solo avere un po’ di senso critico per distinguere la qualità da ciò che non lo è, non credi?

La libertà vera è la libertà di scelta ma se non ti fanno scegliere allora è una libertà fittizia. Quindi il senso critico lo eserciti su proposte che sono sempre le stesse e a lungo andare il tuo senso critico viene a mancare. Un pochino di rivolta credo che sia giusto metterla in atto, questo è un po’ il senso di “Outside is My Side”, oltre alla musica che c’è dentro.

OUTSIDE IS MY SIDE_cover_bMilano da sempre ispira i tuoi lavori e non poteva mancare anche in questo album. Nel primo brano di “Outside is My Side”, mi riferisco a “Legato a un Palo della Luce”, ne canti come di una “madre che non ti da pace”. Com’è il tuo rapporto con Milano? È cambiato nel tempo?

Milano in questo momento è una città sotto pressione metamorfica, sta cercando di incarnare le trasformazioni dei tempi, quindi, ha degli scossoni e dei richiami di conservazione antica. Io la vedo in un periodo esplosivo. Dopo Expo ci sono stati grandi stimoli e grandi energie: sono nati nuovi locali, la gente si è riversata per strada… Milano la trovo vitale, insomma. Il mio rapporto è quasi materno e anche “matrignico” con lei. Sono nato il 6 dicembre 1971 a Milano e non mi sono mai mosso, ho sempre vissuto qui e, quindi, l’ho vista nel tempo cambiare. L’ho vissuta negli anni ’70 quando la giravo col pallone, poi dopo l’ho girata con la chitarra… . È un rapporto fondamentalmente di amore, Milano influenza molto la mia vita e proprio per questo “a volte mi lava e a volte non mi lava”. A volte la devo prendere a calci, come ho già fatto in passato, e a volte devo dichiararle spudorato amore. Milano per me è come una donna difficile.

Il tuo ultimo album si compone di dieci inediti ma anche una cover di “Quello che Canta Onliù”, brano storico di un altro insigne milanese, Enzo Jannacci. Come mai la scelta di questo brano?

La scelta viene dal mio passato: quando mio padre, in quella Milano anni ’70 in cui io ero bambino, di domenica mi portava a fare queste gite un po’ tristi tra le campagne della Novellina e a fare pesca sportiva. La colonna sonora di queste domeniche era Jannacci. “Quello che Canta Onliù” mi dava l’impressione, già da piccolo, di ascoltare qualcosa che avrei capito solo più tardi ma che già allora mi dava delle immagini che si sono fatte spazio nel mio mondo emotivo. Ha creato delle stanze di emotività che sapevo che un giorno sarebbero state riempite. Quella canzone che racconta di solitudine, sebbene ognuno ci possa vedere quello che vuole perché è un pezzo talmente visionario e “macchiolinistico” che sparge qua e là macchie di idee, mi è rimasta in mente. Il testo poi lo abbiamo riarrangiato con Enzo Messina, che è l’arrangiatore e il produttore artistico di questo disco, in una forma secondo me di “tex-mex”.

Come sta andando la tua esperienza a teatro con Gino&Michele?

Sta andando benissimo. Loro sono due giovani esordienti di esperienza, stiamo facendo belle date e loro stanno raccontando la loro storia ma anche pezzi storici scritti da tanti artisti come Paolo Rossi. Poi io ed Enzo Messina ci mettiamo la musica, il pubblico è contento, la critica è contenta, noi ci stiamo divertendo, tante risate intelligenti e, quindi, bene: sono contento! Aspettiamo tutti con tanta emozione la data di Milano perché ci esibiremo al Piccolo Teatro, un luogo storico in cui io ci ho messo sempre piede da spettatore e quindi salire questa volta sul palco mi riempie di gioia.

Rifacendoci ad un altro brano del tuo ultimo album, “Una Vecchia Storia”, vorrei chiederti: c’è qualcosa nella tua vita che hai dovuto lasciare ed invece avresti preferito trattenere?

Il periodo che ho passato dai venti ai trentacinque anni. Mi piacerebbe molto riviverlo, però, lasciarlo andare mi ha anche salvato la vita (scherza). Mi piacerebbe riviverlo ma a posto così, insomma!

 

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