Tame Impala @ Postepay Rock in Roma

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Tame Impala @ Postepay Rock in Roma

L’estate volge al termine e con essa tutti i grandi festival che l’hanno accompagnata, come il più che celebre Postepay Rock in Roma 2015, il quale ha visto come protagonisti i Tame Impala il 26 agosto all’Ippodromo Capannelle: un conto alla rovescia verso la chiusura all’insegna della psichedelìa.

Cinque giovani provenienti dall’altra parte del globo, rigorosamente a piedi scalzi (come mamma Australia insegna) e con una marcatissima nostalgia per un periodo a cavallo tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi dei Settanta: un particolare che si nota non solo dalla loro estetica, ma anche dalla strumentazione vintage presente sul palco (amplificatori, spie, luci ecc), fino al genere di musica suonato. E se aggiungiamo anche il fatto che la registrazione degli album abbia aneddoti inusuali (ad esempio Innerspeaker è stato registrato in una casa su un albero con vista sull’oceano, mentre Lonerism in giro per il mondo con una strumentazione portatile), si riesce a comprendere meglio la natura di questa formazione.

La band è capitanata da Kevin Parker e, dato il suo ruolo tentacolare, per molti critici il progetto è quasi riducibile al solo frontman, come se si avvalesse degli altri musicisti solo durante i live e le registrazioni. I ragazzi di Perth allietano l’audience con assaggi tratti da tutta la loro discografia: sul palco la musica si mescola con le immagini (congruenti con le melodie) che scorrono alle spalle degli artisti, al fine di fornire allo spettatore i mezzi per un lungo viaggio allucinatorio, sciolto da ogni legame razionale con la realtà.

In apertura la scena è stata calcata da un loro ex membro, Nick Allbrook, peculiare one man band dal carattere anch’egli psichedelico: forse troppo esuberante e appariscente per un pubblico accorso con l’intento di immergersi in un bagno di suoni sciatti e dal sapore retro.

Le “antilopi” australiane (oltre a Kevin Parker, Cam Avery, Julien Barbagello, Dominic Simper e Jay Watson) creano un’atmosfera onirica che accompagna i presenti in una sorta di viaggio a ritroso nel tempo, come se si stesse ascoltando un 45 giri in un vecchio mangiadischi: una sensazione data soprattutto dalla voce (effettata) di Parker, un chiaro richiamo alle sonorità del periodo in questione.

E così si continua per circa novanta minuti di concerto, tanti ondeggiamenti interrotti saltuariamente da schizzi più garage-rock e tinte folk e post-rock, che fanno di loro degli esseri ibridi tra un passato hippie e un presente hipster.

Si possono riconoscere tante influenze musicali, dai Byrds, ai Cream, passando per i Flaming Lips (difatti Dave Fridmann ha mixato Lonerism e Innerspeaker), tutto nella loro musica sa di qualcos’altro: ma questo pare sia un esempio di ciò che viene apprezzato attualmente, visti comunque i tanti spettatori (soprattutto giovani) attenti alla performance. E a giudicare dal loro coinvolgimento, alimentato magari dalle frequenti battute ironiche del cantante, l’evento sembra aver soddisfatto le aspettative: dall’esterno lo si potrebbe vedere (in maniera alquanto spicciola per questa e altre genuine sfaccettature) come la partecipazione a un live tecnicamente riuscito di amici
musicisti.

La loro musica è sì un rock psichedelico, ma molto melodico ed edulcorato, spesso già sentito, riproposto in chiave neppure troppo contemporanea: ricordano i tentativi fatti da altri connazionali, i Wolfmother della costa opposta, persi anch’essi nel tentativo di riproporre il classico con un’intenzione innovativa alla base.

La sensazione principale rimane quella di assistere all’esecuzione di un unico e lungo pezzo, alternato talvolta da cambi ritmici, che conduce a una rilassatezza quasi soporifera: un’emozione che non ci si dovrebbe aspettare da un concerto dal vivo.

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