La Bella Gente | Ivano De Matteo

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La Bella Gente | Ivano De Matteo

Il travagliato film di De Matteo arriva finalmente nelle sale italiane dal 27 agosto

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Il 26 settembre del 2011 ebbe luogo al Teatro Valle Occupato un evento importante: la proiezione “clandestina” di un bel film italiano del 2009, appartenente per assurdo al suo distributore invece che al suo regista. Tantissime persone tra artisti e gente comune erano presenti in quel giorno: dopo quasi quattro anni (e ben sei dalla sua uscita), esattamente il 27 agosto 2015, finalmente fa capolino nelle sale italiane La bella gente di Ivano De Matteo. La sfortunata vicenda di questo lungometraggio (che in quell’anno uscì solo nelle sale francesi con il titolo Les gens biens, riscuotendo un discreto successo) gli ha comunque permesso di ergersi come sorta di agnello sacrificale, simbolo della lotta della cultura contro l’illogica burocrazia. La bella gente è coerente con le tematiche affrontate anche negli altri lavori dell’artista trasteverino, incentrate spesso sul finto perbenismo che si trasforma nel suo tragico opposto. Protagoniste dell’opera sono due famiglie della Roma bene, apparentemente diverse negli ideali e nei comportamenti, che si riveleranno poi assolutamente simili: lo specchio di una realtà ipocrita e incoerente, valevole non solo per la società capitolina ma anche per quella del resto d’Italia. La filmografia di De Matteo, salvo qualche eccezione, sembra una perpetua condanna nei confronti di determinati ceti: attacca con fine determinazione quelli abbienti, ideologicamente collocati a sinistra, colti e di larghe vedute che, messi alla prova dalla vita, tirano fuori il peggio da loro stessi e mostrano una natura del tutto identica a quella delle classi sociali che biasimano.

L’autore descrive la società romana, mostrando il lato oscuro della borghesia intellettuale (i cosiddetti radical chic) e offrendo una versione non dura, né paradossale ma semplicemente realistica. A sottolineare questo realismo concorrono i dialoghi di Valentina Ferlan, compagna di lavoro e di vita del regista, nonché eccelsa sceneggiatrice di tutti i suoi lavori. La grammatica filmica è semplice, priva di accattivanti espedienti tecnico-narrativi: a coadiuvare la riuscita del film ci pensano un rimarchevole cast (per citare qualche nome: Antonio Catania, Elio Germano, Monica Guerritore, Iaia Forte, Giorgio Gobbi) e una fotografia dai colori caldi, tanto quanto lo sono i timbri delle musiche del fedelissimo Francesco Cerasi che fungono da sfondo alla cornice drammatica. Quello che accadde al Teatro Valle anni fa deve essere interpretato come un grande esperimento di ripresa della cultura cittadina (e non solo): non poteva essere scelto un luogo più adatto per sottolineare quanto l’Italia preferisca sguazzare nel mare magnum della burocrazia invece di agevolare processi culturali.

Questo film è prezioso soprattutto per tale motivo: che sia ben riuscito a prescindere è fuori discussione, ma è speciale per le vicissitudini che lo hanno visto protagonista. Rappresenta la lotta per la bellezza, la determinazione a inseguire i propri sogni, il coraggio di sfidare sistemi viziati e malati, la dimostrazione che la caparbietà e la passione vengono prima o poi ripagate. Un travaglio di sei anni che ha partorito un happy ending: uno tra pochi, ma sono proprio questi che bisogna prendere come spunto. Perché sono la testimonianza che nel cinema esistono ancora registi quasi immuni dal putridume del mondo di cui fanno parte, pronti a creare opere principalmente per passione e non per sbancare al botteghino.

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