SLASH FEATURING MYLES KENNEDY & THE CONSPIRATORS: NESSUNO SI SALVA DA “ASSOLO”

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SLASH FEATURING MYLES KENNEDY & THE CONSPIRATORS: NESSUNO SI SALVA DA “ASSOLO”

I Guns n’ Roses e gli anni ’90, le corse a perdifiato su palchi chilometrici, i grandi festival e il Freddie Mercury Tribute, le urla di Axl e le groupies attaccate alle transenne, sono per Slash ormai un ricordo lontano. Anche se il riccioluto chitarrista anglo-statunitense non ha mancato di esprimere più volte il suo “mai dire mai” rispetto a una possibile reunion con i suoi vecchi compagni d’avventura, al momento non sembra infelice nella sua condizione di musicista completo, libero e indipendente che, rinunciando forse a una larga fetta di popolarità – del resto, non gli è certo mancata negli anni passati – ottiene in cambio la possibilità di fare veramente quello che sente e che vuole. Che è rock n’ roll, diretto, spiccio e senza troppi fronzoli, come dimostra ancora una volta nella sua data romana al slash 300x225Postepay Rock in Roma accompagnato dagli ormai fidati Conspirators capitanati dal cantante Myles Kennedy. Anzi, precisamente la band si chiama Slash featuring Myles Kennedy and the Conspirators, un nome che a pronunciarlo pare più lungo dell’intero concerto, proprio a sottolineare la presenza di più frontmen (tre, come vedremo) all’interno del pacchetto. Ad aprire la serata sono però i sorprendenti Rival Sons, band californiana non esattamente esordiente – hanno già quattro dischi all’attivo – che con il loro sound ruvido e pieno esaltato dalla vocalità aspra e spontanea di Jay Buchanan potrebbero sostenere un intero act da protagonisti senza lasciare deluso il pubblico affamato di accordi vibranti e giri di basso cadenzati e quadrati, che ricordano la grande tradizione rock-blues americana ma anche, per certi versi, degli episodi degli Audioslave di Chris Cornell e Tom Morello.

Gli astanti – non numerosissimi, c’è da dire – scaldati da questa coinvolgente esibizione accolgono dunque con un boato l’arrivo della band principale che attacca con You’re a Lie, dall’album ‘Apocalyptic Love’ del 2012. Si tratta solo del preludio atto a far esplodere la folla, dopo i classici quattro colpi di charleston, con il secondo brano della scaletta, che è una hit dei Guns, Nightrain. Kennedy si riconferma cantante tecnicamente ineccepibile e con una resa più pulita dell’Axl degli esordi, ma anche di quello un po’ sfiatato degli ultimi anni, che si ostina ad esibirsi con quella che ormai si potrebbe definire una cover band ‘di lusso’ dei Guns n’ Roses originali. Myles non lo imita e fa bene, riuscendo a donare a questo brano – e agli altri classici che seguiranno – un tocco personale e convincente. Avalon è la prima canzone in scaletta a rappresentare l’ultimo lavoro in studio, ‘World on Fire’, poi si torna su ‘Apocalyptic…’ con Halo che anticipa la prima interazione – non saranno poi tante – del singer con il pubblico: solo saluti e un grazie di maniera per introdurre la successiva Back from Cali. Sebbene la performance sia ottima dal punto di vista esecutivo, non si può fare a meno di notare una certa freddezza da parte della band nei confronti dell’audience. Forse si aspettavano un pubblico più numeroso. Forse sono semplicemente stanchi, ma le cose procedono ad alti e bassi per quanto riguarda il feeling e non scatta, purtroppo, quella ‘scintilla’ di scambio tra gruppo e pubblico che dona linfa vitale e quel ‘quid’ in più che ci si aspetta da ogni concerto rock degno di tal nome. Ad ogni modo, Too far too gone, Wicked Stone – con le mani di Slash ormai finalmente sciolte, calde e stantuffanti e l’assunzione della posa tipica con gambe allargate e manico in alto – e soprattutto, l’inaspettata Double Talking ‘Jive e You Could Be Mine contribuiscono a rialzare un po’ la soglia dell’attenzione anticipando quello che per molti è stato il momento clou della serata, ovvero lo scambio di microfono tra Myles e il bravo bassista Todd Kerns, che dai cori passa alla voce principale – eccolo, il terzo frontman, accanto a Myles e Slash – dimostrandosi un ottimo intrattenitore e Slash-Guns-N-Roses-concerto-Rock-in-Roma-2015-Myles-Kennedy-and-the-Conspirators-eventi-romasostenendo la prova di Doctor Alibi – cantata da Lemmy Kilmister dei Motorhead nella versione in studio – e di Welcome to the Jungle, che come prevedibile manda finalmente il parterre in delirio, con tripudio di iPad e iPhone alzati verso il palco per catturare lo storico momento con la videocamera. Chissà cosa ne pensa, il chitarrista, che osserva soddisfatto dall’orlo della visiera del suo caratteristico cilindro, e che la sua carriera l’ha costruita quando le mani si alzavano solo per applaudire o, al massimo, far luce con l’accendino. Purtroppo l’entusiasmo non dura molto: Beneath the Savage Sun e The Dissident sono vissute come momenti ‘minori’, forse perché tratte dall’ultimo disco e dunque ancora non conosciutissime, però durante la seconda Slash fa sfoggio della sua mitica doppio-manico rossa, che è uno spettacolo in sé. Poi si torna in territorio Guns con Rocket Queen, con interminabile – e un po’ stucchevole, via – assolo centrale, che mette in luce l’abilità di Slash ma anche il suo modo un po’ desueto di approcciarsi all’esperienza ‘live’ e in definitiva non giova all’economia generale dello show. Bent to fly, World on fire e Anastasia sono sostanzialmente il viatico per l’attesa Sweet child o’ mine. Ci si risveglia un po’ e si canta a gran voce, e anche Myles sembra più vispo invitando con i gesti a saltare e battere le mani. Finta chiusura con Slither e rapido ‘encore’ in grande stile con cascata di coriandoli.

Note a margine, di carattere tecnico. Il suono generale è risultato leggermente impastato, con fin troppa risonanza della cassa e il volume delle chitarre spesso esagerato. Siamo al concerto di un chitarrista leader, e ci rendiamo conto che è necessario valorizzare lo strumento, ma a volte ‘less is more’, e una maggior cura nell’equalizzazione non avrebbe fatto male. Lato palco, ci sono due grandi schermi, però la regia si limita a poche inquadrature, indugianti spesso sul batterista Brent Fitz. Scelta bizzarra e distraente, per quanto si tratti di un ottimo musicista. Certosino e da non sottovalutare anche il lavoro del turnista Frank Sidoris alla chitarra ritmica. Perché si sa, anche il miglior solista, senza base, è nulla.

Recensione di Andrea Guglielmino

 

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