L’ENERGIA DIROMPENTE DEI KACHUPA. LA LORO INTERVISTA PER FOUR MAGAZINE

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L’ENERGIA DIROMPENTE DEI KACHUPA. LA LORO INTERVISTA PER FOUR MAGAZINE

Piemontesi d’estrazione ma dotati di una carica espressiva e di un sound che porta con sé le calde atmosfere delle terre del sud. I foto siamo tutti africani 4 mod_b sono una perfetta sintesi di istinto e ragione: una band che su coinvolgenti ed energiche melodie folk, su cui è difficile star fermi, imbastisce testi “cattivi che nessuno vorrebbe scrivere”, come da loro stessi affermato in merito al loro ultimo brano “Finché ce n’è”, in rotazione radiofonica dallo scorso 27 aprile e che, nell’arco di un mese, si è imposto di diritto nella top 10 dei singoli più venduti su iTunes e al primo posto della classifica World Music. La loro musica è “un canto libero che si muove al ritmo di una danza che fa ballare”, come gli stessi Kachupa cantavano in “Pizzicanta”, il canto libero di chi grida la propria ribellione ed estraneità ad un mondo corrotto, egoista e avido di potere e ricchezze. Noi di Four abbiamo ascoltato Lidiya Koycheva (voce), Davide Borra (fisarmonica e voce), Alberto Santoru (basso elettrico e voce) e Mattia Floris (chitarre e voce), i componenti di questa entusiasmante realtà musicale dei Kachupa, per porgli qualche domanda sui loro progetti discografici. Leggiamo cosa ci hanno raccontato.

Il nome della vostra band fa riferimento ad un piatto tipico della cucina capoverdiana: la “kachupa”, appunto. Se doveste immaginarvi ognuno come se fosse un ingrediente, cosa troveremmo in questa pietanza musicale? E quale il segreto della vostra ricetta, cioè quell’ingrediente che riesce a far sposare così bene ciascuno di voi in un’unica e solida anima musicale?

Confesso che questa è la domanda più originale che ci sia mai stata fatta! Di sicuro in ogni ricetta che si rispetti c’è sempre un ingrediente salato, uno che da dolcezza e cremosità, uno con una buona acidità, un altro che da croccantezza… diciamo che essendo teste diverse ognuno di noi ha un ruolo a seconda del periodo e di cosa sta vivendo. Ci si traina a vicenda, si aspetta chi in quel momento deve rallentare. Siamo prima di tutto una famiglia, amiamo la musica e ci divertiamo da morire a fare tutto quello che facciamo ancora oggi, dopo dodici anni di strada assieme.

Il vostro ultimo singolo “Finché ce n’è” è una condanna alla meschinità di tutta quella gente per cui vale il detto “homo homini lupus”. Nella realtà discografica immagino vi sia capitato di imbattervi in soggetti simili che vogliono sfruttare gli altri arricchendosi sulle loro spalle e lasciando loro solo briciole. C’è stato qualche compromesso richiestovi a cui non avete ceduto? Nel brano cantate, del resto, “ogni destino ha appeso dietro il suo cartellino”.

In effetti ogni destino ha un prezzo. Il troppo orgoglio non porta da nessuna parte, non si può pretendere di piacere a tanti se si fa solo ciò che piace a se stessi, e ogni artista che dice il contrario mente. Il piacere di fare musica rimane, ma essendo un lavoro si deve pensare ai propri ascoltatori, evitando di essere fraintesi, giocando con loro a stupirli continuamente. È proprio lo stupore che dovrebbe fare da traino. Gli artisti devono diventare famosi per poter vivere dignitosamente con la musica, non fare musica per diventare famosi. Questa è l’unica discriminante.

La vostra musica è pura energia ma è anche molto “ragionata”. Come trovano il giusto equilibrio passione e ragione nel vostro modo di lavorare?

Il fatto di essere una band aiuta senz’altro. Ci sono elementi più metodici e altri più istintivi, altri che vivono assolutamente nel loro mondo. Il dialogo è fondamentale nella creazione dei brani, ma a volte capita anche di farsi travolgere dall’intuizione di uno e lasciarsi andare alla passione. Però per molti anni siamo stati musicisti, esecutori, studiosi del proprio strumento. Questo passato viene fuori e smussa gli estremi. Lavoriamo di cesello su ogni parte musicale, ognuno sul proprio strumento. Questo da l’idea che sia tutto estremamente ponderato, ma non immaginate che litigate e che risate in sala prove!

foto siamo tutti africani 2_bNascete come buskers e spesso e volentieri tornate anche a suonare per strada. Quanto è importante per voi il contatto con il pubblico?

La strada è una meraviglia. Anche il terrore che nessuno si fermi o che qualcuno ti mandi via, fa tutto parte del gioco. La strada è anche crudele e con una forte componente teatrale. Il palco questa sensazione non la darà mai, perché anche se di soli quindici centimetri, si sarà sempre sollevati rispetto alla gente, distanti. Vedere un bambino che ti corre incontro, ti guarda con la moneta in mano aspettando che il papà gli dica cosa farne… beh non ha prezzo. Ci si guarda, si sorride e si continua a suonare. In strada il pubblico partecipa davvero al tuo stesso spettacolo, c’è una parte artistica anche nella location. Il bello, però, è che spesso queste cose sono tutte spontanee e improvvisate.

Verso quale direzione futura punta ora “il treno Kachupa”?

Il treno Kachupa viaggia in lungo e in largo, a volte si perde e a volte salta qualche stazione per la troppa fretta. Davanti a noi ci aspettano di sicuro tanti concerti, tante nuove esperienze e piazze da far divertire. Un nuovo album è in lavorazione, si stanno formando nuovi equilibri musicali anche tra di noi, frutto di letture, incontri e piccoli traguardi personali. Sarebbe bello avere la sfera magica, ma lo stupore giornaliero è ancora meglio, è un motore assolutamente ecologico e rinnovabile. L’arte deve nutrirsi di grandi visioni e di grandi imprevisti. Da prendere col sorriso ovviamente!

Link utili:

www.kachupa.com

www.facebook.com/kachupa

 

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