Slipknot: Horror Show per grandi e piccini

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Slipknot: Horror Show per grandi e piccini

Gli Slipknot sono fuoco e fiamme, urla, sudore e maschere di lattice. Ma non solo. Sono anche melodie e cori anthemici. Sono anche un’orchestra infernale che riesce – dopo qualche tentennamento a inizio carriera – nell’arduo compito di coordinare sia visivamente che musicalmente i ben nove (nove!) elementi che si agitano forsennatamente sul palco e percuotono i propri strumenti come se non ci fosse un domani, riuscendo incredibilmente a non risultare disordinati, anzi offrendo uno spettacolo equilibrato e di livello eccelso per occhi e orecchie. Per capirlo, però, non basta ascoltare i loro dischi. Bisogna vederli dal vivo, e per i romani – compreso chi scrive, inutile negarlo – la data del 16 giugno al Postepay Rock in Roma, accompagnata dai milanesi Temperance, ingentiliti dalla bella voce melodica di Chiara Tricarico, e dagli At the Gates, fautori di un melodic-death ‘ignorante’ quanto basta per scaldare il pubblico ma penalizzato da un mix non ottimale, era in assoluto la prima occasione per vedere all’opera il complesso crossover dell’Iowa attivo dal 1997. Tra campionamenti, tastiere, slipknotpercussioni oltre ai classici mezzi del rock’n roll basso/chitarra/batteria, è facile perdere il filo, ma il mestiere, l’intelligenza e l’esperienza fanno il loro garantendo la costruzione di un tappeto sonoro ineccepibile su cui svetta la voce duttile di Corey Taylor, che impressiona per la capacità di alternare con facilità i toni rabbiosi e urlati tipici del metal più estremo a parti più pacate, profonde e riflessive, che esplodono spesso in ritornelli ‘catchy’ da far cantare in coro al pubblico osannante. Notevoli anche le sue doti di intrattenitore. Per coinvolgere i presenti si da parecchio da fare e le usa un po’ tutte: fa accovacciare i fan e li fa saltare al suo cenno, incita a battere le mani e ad agitare i pugni in aria, fa riferimento al suo parco ma deciso vocabolario italiano (“Grazie Grazie”, “Bellissimo”, “Ciao bello”, “Ciao bella”, “Ciao Roma”), e all’occorrenza bestemmia, sempre in italiano. Ma nel contesto di un concerto metal l’esclamazione suona più come un grido di battaglia e incitamento che come un’offesa ai credenti e infatti è accolta con risate, applausi e il classico gesto delle ‘corna’ sataniche da sempre segno distintivo del pubblico di genere. Aprono XIX e Sarcastrophe, tratte dall’ultimo album in studio 5: The Gray Chapter e poi tuffo nel passato con la cadenzata The Heretic Anthem, direttamente dal secondo album, Iowa, cantata da tutti a squarciagola. Una nuvola di preservativi – distribuiti all’entrata – gonfiati a mo’ palloncino si erge dalle fila del pubblico. I metallari degli anni ’80 ne avrebbero fatto tutt’alto uso, più canonico, e un po’ vien da sorridere. Le pedane su cui si trovano i due percussionisti Chris Fehn e Shawn Crahan (come sempre con le tipiche maschere horror ispirate a Pinocchio e a un Clown assassino) girano impazzite su sé stesse regalando dinamica alla scena. Il concerto prosegue alternando classici e pezzi moderni (Psychosocial, The Devil In I, AOV e la struggente Vermillion Pt.2). Qualche problema di audio mina la riuscita del classico Wait And Bleed (dal primo album), certamente tra le canzoni più amate e conosciute della band. E poi ancora Kill Pop con coinvolgente battito di mani all’unisono, Before I forget e Duality. “La cattiva notizia – dice Taylor al pubblico – è che abbiamo ancora poche canzoni. La buona notizie è che abbiamo ancora un po’ di fottutissime canzoni per voi!”. E parte il riff di The Eyless. Poi la rabbiosa Spit It Out e la chiusura (apparente) con Custer, anticipata dai caratteristici e inquietanti vocalizzi: “Dat-dat-da, dat-dat-da, dat-dat-slip2da-da-da. Dat-dat-da, dat-dat-da, dat-dat-da-da-da”. Il bis è d’obbligo, affidato all’esplicita People=Shit e al classico Surfacing. “Non è l’ultima volta che veniamo a Roma”, promette il cantante con la mano sul cuore, e saluta, stavolta definitivamente. Un buon concerto, senz’altro, ma soprattutto un grande, grandissimo show. Note di colore in chiusura: dopo la morte del compianto bassista Paul Gray il ruolo nel gruppo è attualmente sostenuto dal turnista Alessandro Venturella, italianissimo come suggerisce il nome. Alla batteria Jay Weinberg, dopo l’allontanamento del membro fondatore Joey Jordison, fin troppo preso dai suoi progetti paralleli. Di questo concerto, come di tutti quelli che si svolgono all’Ippodromo delle Capannelle, si ricorderà la suggestiva cornice con gli aeroplani che volano bassissimi data l’estrema vicinanza dell’aeroporto di Ciampino. Un rombo in più nella già ricca offerta sonora. E poi due adorabili bimbi con maschere spaventose ispirate a quelle della band, che per tutto il pre-show si sono prestati (previa autorizzazione da parte dei genitori) a foto e selfie in compagnia degli astanti, facendosi in pratica star del parterre almeno quanto gli artisti dall’altra parte, sul palco. Perché non importa quanta durezza ti imponga il tuo look da metallaro: se un bimbo ti fa le corna, tu gli rispondi con la linguaccia. E anche questo è rock n’ roll.

Recensione di Andrea Guglielmino

 

 

 

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