Eisenstein in Messico | Peter Greenaway

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Eisenstein in Messico | Peter Greenaway

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L’immagine del protagonista che Peter Greenaway mostra in Eisenstein in Messico (titolo originale Eisenstein in Guanajuato) è assai diversa dall’immaginario comune che molti hanno del lettone Sergej Eisenstein, di adozione sovietica. Istrionico, ironico, fuori dalle righe, è il personaggio di questo film, impegnato in un viaggio realmente accaduto: quello del regista in Messico, finanziato dallo statunitense Upton Sinclair per girare ¡Qué viva México! (che non fu mai completato).
Avvalendosi del suo distintivo split-screen, Greenaway sciorina la sua devota conoscenza di quest’uomo, della sua opera e della sua persona, supportata da prove reali costituite dal materiale realmente appartenuto ad Eisenstein (foto bizzarre, disegni erotici ed espliciti, dichiarazioni e missive) e a foto dell’epoca di personaggi famosi citati nell’opera.
Quello che Eisenstein troverà in Messico non sarà soltanto un paese ricco di contraddizioni, egli vivrà anche la sua personale rivoluzione, esattamente dopo quattordici anni da quella russa: Palomino Cañedo, oltre a essere la sua guida turistica, sarà anche quella “spirituale” verso il suo venturo sconvolgimento sessuale.
L’ossessione, tipica del suo temperamento, viene sviscerata lungo una narrazione esilarante e profonda (soprattutto dei due personaggi principali) e accompagnata da musiche di Sergej Prokof’ev.
Un film teatrale, a metà tra finzione e realtà, in quanto c’è molta immaginazione attorno a un evento realmente accaduto: una diversità direttamente proporzionale a quella del regista che la racconta.

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